Messaggio per un’aquila che si crede un Pollo (7 pag.25)

La messinscena della carità

La carità è, in realtà, l’interesse personale mascherato da altruismo. Voi dite che è difficile che ci possano essere delle occasioni in cui non siete genuini nei vostri tentativi di essere affettuosi e fiduciosi nei confronti degli altri. Vorrei semplificare questo concetto. Anzi, semplifichiamolo il più possibile, portiamolo alle estreme conseguenze, almeno per cominciare.

Esistono due tipi di egoismo. Il primo tipo è quando io concedo a me stesso il piacere di compiacermi. Questo è quello che comunemente definiamo egocentrismo. Il secondo è quando mi concedo il piacere di compiacere agli altri. Questo sarebbe un tipo di egoismo più raffinato.

Il primo tipo appare più che evidente, mentre il secondo è nascosto, molto nascosto, e per questo motivo più pericoloso, perchè finiamo per sentirci davvero eccezionali. Ma forse, tutto sommato, non siamo poi tanto eccezionali. Vedo che protestate, a questa mia affermazione, splendido!

Lei, signora, mi cita il suo caso: lei vive da sola, va in parrocchia, e dedica agli altri parecchie ore del suo tempo. Però ammette anche che in realtà lo fa per egoismo – lei ha bisogno di essere utile – e sa anche che ha bisogno di essere utile in modo tale da sentire di dare un piccolo contributo al mondo. Ma afferma anche che, poichè gli altri hanno bisogno di lei, si tratta di uno scambio bidirezionale.

Lei è quasi illuminata! Dobbiamo tutti imparare da lei. E’ vero. La signora dice: <<Io do qualcosa, e ricevo qualcosa>>. Ha ragione. Io vado là per aiutare, do qualcosa, ricevo qualcosa. E’ splendido. E’ vero. E’ reale. Questa non è carità, è interesse personale illuminato.

E lei, signore, lei mi fa notare che il vangelo di Gesù è, in ultima analisi, il vangelo dell’interesse personale. Otteniamo la vita eterna attraverso i nostri atti di carità. <<Venite, benedetti dal Padre mio, perchè io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare>> e così via. Lei dice che questo conferma quello che ho detto io. Se guardiamo a Gesù, lei dice, ci accorgiamo che i suoi atti di carità erano, a conti fatti, atti di interesse personale, per assicurarsi le anime da destinare alla vita eterna. E ritiene che ciò costituisca l’essenza e il significato profondo della vita: il perseguimento dell’interesse personale attraverso gli atti di carità.

Bene. Però, vede, lei sta barando un po’, perchè ha inserito la religione in questo discorso. Legittimo, per carità. E’ valido. Ma forse è meglio che mi occupi dei vangeli, della Bibbia e di Gesù verso la fine di questo ritiro. Ma ora, tanto per complicare le cose un po’ di più, vorrei dire solo questo: <<Ho avuto fame, e mi avete dato da mangiare. Ho avuto sete, e mi avete dato da bere>>. E loro rispondono: <<Quando? Quando l’abbiamo fatto? Non lo sappiamo>>. Erano inconsapevoli!

Qualche volta, fantasticando, mi capita di immaginare una scena nella quale il re dice: <<Avevo fame e mi avete dato da mangiare>> e la gente che si trova sulla destra dice: <<Esatto, Signore, lo sappiamo>>.

<<Non stavo parlando con voi>>. risponde loro il re.

<<Non corrisponde alle Scritture; voi non dovreste saperlo>>.

Non è interessante? Voi, invece, lo sapete. Voi conoscete quella sensazione di piacere che si prova compiendo atti di carità. Esatto, è così! E’ esattamente il contrario di qualcuno che dica: << Cosa c’è di tanto speciale in quel che ho fatto? Ho fatto qualcosa, ho ricevuto qualcosa. Non avevo idea di fare del bene. La mia mano sinistra ignorava quel che stava facendo la destra>>. Sapete, il bene assume il suo valore più alto in quelle occasioni in cui non ci si rende conto che si sta facendo del bene. Non si è mai tanto buoni quanto nelle occasioni in cui non ci si rende conto di essere buoni. Ossia, come direbbe il grande Sufi: << Un santo è tale finchè non viene a saperlo>>. Non è autocosciente.

Alcuni di voi non sono d’accordo. Voi dite: <<Ma il piacere che provo nel donare non è forse la vita eterna, qui e ora?>>. Non saprei. Io do al piacere il nome di piacere, e niente di più. Almeno per adesso, finchè non arriveremo a trattare di religione, il che accadrà più avanti. Ma vorrei che capiste una cosa fin d’ora, e cioè che la religione non è – e ripeto: non è- necessariamente connessa alla spiritualità. Per favore, cercate di tenere separata la religione da queste cose, per adesso.

Va bene, direte voi, ma cosa si può pensare di un soldato che cade su una granata per impedire che faccia del male alle altre persone? E di quell’uomo salito su un camion carico di dinamite ed entrato nella base americane di Beirut? Cosa si può dire? <<Non può esistere amore più grande di quello dimostrato da quest’uomo>>. Ma gli americani non sono d’accordo. Quell’uomo aveva agito deliberatamente. Era convinto di andare in paradiso. Esatto, proprio come l’uomo citato da voi, caduto sulla granata.

Sto cercando d’immaginare un’azione in cui il sé non entra in gioco, in cui una persona è sveglia e quel che fa viene compiuto per mezzo di lei. In questo caso, l’azione si trasforma in evento. <<Che ciò possa accadere a me>>. Non lo sto escludendo. Ma quando lo fate voi, vado a cercare l’interesse personale. Anche se si limita a un pensiero come: <<Verrò ricordato come un grande eroe>> o <<non riuscirei mai a vivere se non lo facessi. Non potrei mai vivere pensando che sono fuggito>>.

Ma ricordate, non sto escludendo l’altro tipo di azione. Non ho detto che non esiste mai alcuna azione in cui il sé non entri in gioco. Forse esiste.  Dovremo approfondire quest’aspetto. Una madre che salva un bambino – che salva il suo bambino, dite voi. Ma come mai non salva il bambino della sua vicina? E’ il suo. E’ il soldato che muore per il suo paese. Gran parte di queste morti mi turba. Mi chiedo: <<Sono il risultato del lavaggio del cervello?>>. I martiri induisti, i martiri musulmani, i martiri buddisti, i martiri cristiani, sono il risultato di un lavaggio del cervello.

Hanno in testa l’idea di dover morire, che la morte sia una gran cosa. Non provano nulla, si buttano a capofitto. Non tutti. però, e quindi ascoltatemi bene. Non ho detto tutti loro, ma non escludo questa possibilità. Moltissimi comunisti subiscono il lavaggio del cervello (e su questo siete pronti a credermi). E il lavaggio del cervello è talmente efficace che sono pronti a morire.

Qualche volta mi dico che il procedimento che usiamo per creare, per esempio, Un San Francesco Saverio, potrebbe essere esattamente lo stesso procedimento usato per creare dei terroristi. Ci può essere un uomo che partecipa a un ritiro ed esce tutto infiammato dell’amore di Cristo, pur non avendo neanche un baluginio di consapevolezza di sè. Neanche un po’. Potrebbe essere un gran rompiscatole, ma crede di essere un santo.

Non voglio, con questo, diffamare San Francesco Saverio, che probabilmente era un grande santo, ma senz’altro si trattava di una persona con cui era difficile convivere. Era davvero un superiore insopportabile! Fate pure un’indagine storica. Doveva sempre intervenire Ignazio per risolvere i mali che questo brav’uomo causava con la propria intolleranza. Bisogna davvero essere molto intolleranti per arrivare a combinare quel che ha combinato lui. Avanti, avanti, avanti – non importa quanti cadaveri cadono lungo il percorso. Alcuni critici di Francesco Saverio sostengono esattamente questo. Cacciava degli uomini dal nostro ordine, e questi si appellavano a Ignazio, che diceva: << Venite a Roma, ne parleremo>>. E poi, di nascosto, Ignazio li riammetteva. Quanta consapevolezza di sé era presente in questa situazione? Chi siamo noi per giudicare? Non lo sappiamo.

Non dico che non esista la motivazione pura. Dico solo che, normalmente, tutto quel che facciamo è nel nostro interesse. Tutto. Quando si fa qualcosa nel nome dell’amore di Cristo, quello è egoismo? Sì: Quando si fa qualcosa per amore di qualcuno, è sempre nel proprio interesse. Penso di dover spiegare meglio questo concetto.

Mettiamo che abitate a Phoenix e che diate da mangiare ad oltre cinquecento bambini al giorno. La cosa vi gratifica? Ebbene, cosa vi aspettate, che vi faccia sentire male?

Tuttavia, qualche volta  questo accade. E ciò dipende dal fatto che certa gente fa determinate cose in modo da non doversi sentire male.  E quella la definisce carità. Agisce per senso di colpa. Non è amore, questo. Ma, grazie a Dio, voi fate delle cose per delle persone, e questo vi dà piacere. Splendido! Siete persone sane perché portate avanti il vostro interesse personale. E ciò è sano.

Consentitemi di riassumere quel che ho detto riguardo alla carità egoista. Ho spiegato che esistono due tipi di egoismo; forse avrei dovuto dire tre.

Il primo, quando faccio qualcosa, o meglio, quando mi concedo il piacere di compiacere a me stesso.

Il secondo, quando mi concedo il piacere di compiacere altri. Non inorgoglitevi per queste cose. Siete persone normali, ma con gusti raffinati. E’ il vostro gusto a essere buono, non la qualità della vostra spiritualità. Quando eravate bambini, vi piaceva la coca-cola. Ora siete cresciuti e preferite, in una giornata calda, una birra fredda. I vostri gusti sono migliorati. Quando eravate bambini, adoravate i cioccolatini; ora che siete cresciuti, apprezzate una sinfonia, una poesia. Avete gusti migliori, ma aspirate lo stesso al vostro piacere, solo che adesso è il piacere di compiacere altri.

Poi c’è il terzo tipo, il peggiore: quando si fa qualcosa di buono per non sentirsi in colpa. Fare del bene non vi fa sentire bene; anzi, vi fa sentire male. E’ una cosa che odiate. Compite dei sacrifici in nome dell’amore ma vi lamentate. Ah, quanto poco sapete di voi stessi se credete di non fare le cose in questo modo!

Se avessi un  dollaro per ogni attimo a trascorso a compiere azioni che mi facevano sentire male, a questo punto sarei miliardario. Sapete come vanno le cose.

<<Potrei venire a parlarle stasera, Padre?>>

<<Certo, venga pure!>>

Non voglio parlargli e odio parlargli. Questa sera voglio vedere quel certo programma in televisione, ma come faccio a rifiutare? Non ho il coraggio di dirgli di no.

<<Avanti, prego>>, e intanto sto pensando: <<Oddio, mi tocca sorbirmi questo rompiscatole>>.

Non mi fa sentire bene parlargli, e non mi fa sentire bene dirgli di no, e così scelgo il male minore e gli dico: <<Va bene, vieni pure>>. Sarò contento quando il colloquio sarà finito e potrò togliermi il sorriso dalla faccia, ma inizio il colloquio con lui:

<<Come stai?>>

<<Benissimo>>, risponde, e poi parla e parla di quanto apprezzi quel seminario, e io penso: <<Oddio, ma quando si decide di venire al dunque?>>.

Alla fine ci arriva, e io, metaforicamente, lo sbatto contro il muro e gli dico: <<Be’, chiunque potrebbe risolvere un problema tanto banale>>, e lo mando via.

<<Uffa, me ne sono liberato>>, dico.

E la mattina dopo, a colazione (perché sento di essere stato scortese), mi avvicino a lui e gli chiedo: <<Come va?>>. E lui risponde: <<Abbastanza bene>>. E aggiunge: <<Vuole sapere una cosa? Quel che mi ha detto ieri sera mi è stato di grande aiuto. Posso vederla oggi dopo pranzo?>>.

Oh, no!

Quando si fa qualcosa per non sentirsi in colpa si compie il peggior tipo di carità. Non si ha il coraggio di dire che si vuole essere lasciati in pace. Un prete desidera che la gente pensi che lui sia un buon prete! Quando uno mi dice: <<Non mi piace far del male alla gente>> io rispondo: <<Piantala! Non ci credo>>.

Non credo a chi mi dice che non gli piace far del male alle persone. Ci piace da morire. E quando è qualcun altro a far del male, ne godiamo. Però, non vogliamo essere noi a far del male, perché noi stessi ne usciremmo feriti!

Ecco il punto. Se siamo noi a far del male, altri avranno di noi una cattiva opinione. Non ci apprezzeranno, parleranno contro di noi, e questo non ci piace!

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