Messaggio per un’aquila che si crede un pollo ARRIVARE ALL'”IO” TOGLIENDO STRATO DOPO STRATO (Anthony D. M. 15 pag.54)

Arrivare all'”io” togliendo strato dopo strato

Ora vi propongo un altro esercizio. Vi chiedo di scrivere su un pezzo di carta una brevissima descrizione di voi stessi – per esempio, uomo d’affari, prete, essere umano, cattolico, ebreo, qualsiasi cosa.

Vedo che alcuni scrivono parole come fecondo, pellegrino alla ricerca di qualcosa, competente, vivo, impaziente, concentrato, flessibile, conciliante, amante, membro della razza umana, eccessivamente strutturato. Spero che questo sia il frutto dell’osservazione di voi stessi, come se aveste osservato un’altra persona.

Però fate attenzione: è l'”io” che osserva il “me”. Questo è un fenomeno interessante che non ha mai smesso di destare meraviglia tra i filosofi, i mistici, gli scienziati, gli psicologi: l'”io” può osservare il “me”.

Sembra che gli animali non possano farlo assolutamente. Sembra dunque che sia necessaria una certa quantità di intelligenza per poterlo fare.

Quella che vi sottoporrò ora non è metafisica, non è filosofia. E’ semplice osservazione, buon senso. I grandi mistici d’oriente si riferiscono in realtà a quell'”io”, non al “me”. In effetti, alcuni mistici ci dicono che iniziamo prima di tutto dalle cose, dalla consapevolezza delle cose; poi ci spostiamo verso una consapevolezza dei pensieri ( che rappresentano il “me” e alla fine giungiamo alla consapevolezza di chi pensa. Cose, pensieri, pensatore.

Quel che cerchiamo davvero è il pensatore. Può il pensatore conoscere se stesso? Posso io sapere cos’è l'”io”? Alcuni di questi mistici rispondono: <<Può il coltello tagliare se stesso? Può l’occhio vedere se stesso? Può il dente mordere se stesso? Può l'”io” conoscere se     stesso?>>. Ma in questo momento mi interessa qualcosa di molto più pratico, e cioè la decisione di ciò che l'”io” non è.

Procederò con la maggior lentezza possibile, perchè le conseguenze sono devastanti. Splendide o terribili, a seconda del vostro punto di vista.

Ascoltate ciò che vi dico: io sono i miei pensieri, i pensieri che sto pensando? No. I pensieri vanno e vengono; io non sono i miei pensieri. Sono il mio corpo? Dicono che ogni minuto che passa milioni di cellule cambiano e si rinnovano, cosicchè nel giro di sette anni non ci rimane  in corpo nemmeno una cellula vivente di quelle che avevamo sette anni prima. Le cellule vanno e vengono, nascono e muoiono. L'”io”, invece, permane. Dunque, io sono il mio corpo? Evidentemente no!

L'”io” è qualcosa di diverso e di più, rispetto al corpo. Forse si potrebbe dire che il corpo fa parte dell'”io”, ma è una parte che  varia. Continua a muoversi, a cambiare. Usiamo lo stesso nome per definirlo, ma cambia continuamente. Proprio come chiamiamo cascate del Niagara le cascate del Niagara, pur essendo queste costituite da acqua che cambia continuamente. Usiamo lo stesso nome per una realtà in continua evoluzione.

E il mio nome? E’ forse “io” il mio nome? Evidentemente no, perchè posso cambiare nome senza cambiare l'”io”. E la mia carriera? E le mie convinzioni? Dico che sono un cattolico, un ebreo – è forse questa parte essenziale dell'”io”? Quando passo da una religione all’altra, l'”io” è cambiato? Ho un “io” diverso o è lo stesso “io” che è cambiato? In altre parole, il mio nome è parte essenziale di me, dell'”io”? La mia religione è una parte essenziale dell'”io”?

Ho citato prima la bambina che dice al bambino: <<Sei un presbiteriano?>> Ebbene, qualcuno mi ha raccontato un ‘altra storiella, che parla di un certo Paddy.

Paddy sta camminando lungo le strade di Belfast e a un certo punto si sente puntare una pistola alla nuca, e una voce gli chiede: <<Sei cattolico o protestante?>>

Paddy è costretto a pensare in fretta. Risponde: <<Sono ebreo>>.

E sente una voce che dice: <<Devo essere proprio l’arabo più fortunato di tutta Belfast>>.

Le etichette sono davvero importanti per noi. <<Sono repubblicano>> diciamo. Ma lo siamo davvero? Non si può certo affermare che, quando si cambia partito, si cambi anche l'”io”. Non è forse il solito “io”, con delle nuove convinzioni politiche?

Ricordo di aver sentito parlare di un uomo che chiede a un amico: Pensi di votare per Forza Italia o il Partito Democratico?>>

E l’amico risponde: <<No, penso di votare per il Movimento 5 Stelle. Mio padre è per il Movimento, i miei zii sono del Movimento e anche mio nonno vota Movimento 5 Stelle>>.

E l’uomo dice: <<Ma questa logica è folle. Voglio dire: se tuo padre fosse un ladro, i tuoi zii lo stesso, e tuo nonno pure, tu cosa saresti?>>.

<<Ah>>, risponde l’amico, <<allora sarei di Forza Italia o del Partito Democratico>>.

Passiamo gran parte della nostra vita a reagire a delle etichette, le nostre e quelle degli altri. Identifichiamo le etichette con l'”io”. Cattolico e protestante sono etichette molto frequenti.

Un tizio andò da un prete e gli chiese: <<Padre, voglio che celebri una messa per il mio cane>>.

Il prete s’indignò. <<Cosa cosa intendi dire con questo?>>

<<Si tratta del mio cagnolino>>, rispose l’uomo. <<Amavo quel cane e vorrei che lei celebrasse una messa in suo ricordo>>.

Il prete disse: <<Qui non celebriamo messe per dei cani. Forse può provare alla congregazione che c’è più avanti, su questa via. Chieda a loro se sono disposti a farlo>>.

Uscendo, l’uomo disse al prete: <<Peccato. Amavo moltissimo quel cane. Avevo pensato di offrire una prebenda di un milione di dollari per la messa>>.

E il prete: <<Aspetti un attimo: non mi aveva detto che il suo cane era cattolico>>.

 Quando si è intrappolati dalle etichette, che valore hanno queste etichette, in relazione all'”io”? Potremmo dire che l'”io” non è rappresentato da alcuna delle etichette che noi gli attribuiamo? Le etichette appartengono al “me”. Quello che cambia continuamente è il “me”. L'”io” cambia? L’osservatore cambia?

Il fatto è che, quali che siano le etichette che vi vengono in mente (eccetto, forse, quella di essere umano), le dovreste applicare al “me”. L'”io” non è niente di tutto questo.

Dunque, quando uscite da voi stessi e osservate il “me”, non vi identificate più con il “me”. La sofferenza esiste dentro il “me”, e così quando identificate l'”io” e il “me”, inizia la sofferenza.

Poniamo che abbiate paura, o un desiderio, o delle ansie. Quando l'”io” non s’identifica con il denaro, o il nome, o la nazionalità, o le persone, o gli amici, o qualsiasi qualità, l'”io” non è mai minacciato. Può essere molto attivo, ma non è minacciato. Pensate a qualcosa che vi ha causato o vi causa dolore, preoccupazione o ansia.

Prima di tutto, riuscite a individuare il desiderio sotto quella sofferenza? Capite che c’è qualcosa che desiderate ardentemente, e che questo vi causa sofferenza? Cos’è quel desiderio?

Secondo, è soltanto un desiderio; è in atto un’identificazione. In qualche modo, avete detto a voi stessi: <<Il benessere dell'”io”, quasi l’esistenza stessa dell'”io” sono legati a quel desiderio. La sofferenza è unicamente alla mia identificazione con qualcosa, che sia al mio interno o all’esterno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close