Messaggio per un’aquila che si crede un pollo DESIDERIO, NON PREFERENZA (Anthony D. M. 31 pag. 120)

Desiderio, non preferenza

Non cercate di sopprimere i vostri desideri, perché rischiereste di diventare apatici. Rimarreste privi di energia e questo sarebbe terribile. Il desiderio, nel senso sano della parola, è energia e più energia abbiamo meglio è. Ma non sopprimete il desiderio: capitelo. Capitelo. Non cercate di realizzarlo, quanto di capirlo.

E non rinunciate semplicemente agli oggetti del vostro desiderio: capiteli, guardateli nella loro vera luce. Guardateli per quel che valgono realmente. Perché se ci si limita a sopprimere il proprio desiderio, cercando di rinunciare all’oggetto del desiderio, con tutta probabilità si rimane legati ad esso. Al contrario, se lo si guarda e lo si vede per quel che vale realmente, se si comprende che si sta preparando la strada all’infelicità, alla delusione e alla depressione, ecco che allora il desiderio si trasforma in quella che io chiamo preferenza.

Quando si vive la vita con delle preferenze, senza lasciare che la propria felicità dipende da esse, ecco che si è svegli. Ci si muove verso uno stato di veglia. La veglia, la felicità – chiamatela come vi pare – è lo stato della mancanza di illusione, cioè quando si vedono le cose non per come (si) è, ma per come sono (loro), nella misura in cui questo è possibile per un essere umano. Lasciar cadere le illusioni, vedere le cose, vedere la realtà. Ogni volta che si è infelici, si è aggiunto qualcosa alla realtà. É quest’aggiunta che rende infelici. Ripeto: siete voi ad aver aggiunto qualcosa… una reazione negativa dentro di voi. La realtà fornisce lo stimolo, mentre voi fornite la reazione. Attraverso la vostra reazione, avete aggiunto qualcosa. E se esaminate quel che avete aggiunto, vedrete che c’è sempre un’illusione, un’esigenza, un’aspettativa, una richiesta. Sempre. Gli esempi di illusioni abbondano. Ma quando comincerete a muovervi lungo questa direzione, ve ne accorgerete da soli.

Prendete ad esempio l’illusione, l’errore di pensare che, cambiando il mondo esterno, cambierete (voi). Non si cambia trasformando soltanto il mondo esterno. Se vi procurate un nuovo lavoro, o un nuovo partner, o una nuova casa, o un nuovo guru, o una nuova spiritualità, questo non significa che (voi) cambierete. É come pensare di cambiare la propria calligrafia cambiando penna. O di cambiare la propria capacità di pensare cambiando cappello.

É evidente che la cosa non ci cambia davvero, eppure la maggior parte della gente investe tutte le proprie energie nel tentativo di riadattare il mondo esterno ai propri gusti. Talvolta ci riesce – per lo spazio di cinque minuti – e ha un po’ di respiro, ma resta tesa anche in quell’attimo di respiro, perché la vita scorre senza tregua, la vita cambia continuamente.

Dunque, se volete vivere, non dovete avere dimora fissa. Non dovete avere alcun sostegno a cui appoggiare la testa. Dovete seguire il flusso della vita stessa. Come ha detto il grande Confucio: «Colui che vuole essere costantemente felice deve cambiare spesso».

La vita scorre. Ma noi continuiamo a guardare indietro, non è vero? Ci abbarbichiamo a eventi passati e a eventi presenti. «Quando si mette mano all’aratro, non si può volgersi indietro».

Volete godervi una melodia? Volete godervi una sinfonia? Non limitatevi a qualche accordo della musica. Non limitatevi a un paio di note. Lasciatele passare, lasciatele scorrere. L’intero godimento di una sinfonia risiede nella vostra disponibilità a lasciar scorrere le note. Al contrario, se un accordo particolare vi colpisse la fantasia e voi gridaste all’orchestra: «Continuate a suonare quell’accordo, senza fermarvi!», quella non sarebbe più una sinfonia.

Conoscete quel racconto di Nasr-ed-Din, l’antico Mullah? Si tratta di una figura leggendaria che sia i greci, sia i turchi, sia i persiani rivendicano come membro della propria stirpe. Dispensava il suo insegnamento mistico sotto forma di storie, in genere divertenti. E l’oggetto della storia era sempre il vecchio Nasr-ed-Din stesso. Un giorno il vecchio Nasr-ed-Din stava strimpellando la chitarra, suonando sempre la stessa nota. Dopo un po’ intorno a lui si raccolse una folla di gente (si trovava nella piazza del mercato) e uno degli uomini seduti a terra disse: É bella quella nota che stai suonando, Mullah, ma perché non fai qualche variazione, come fanno gli altri musicisti?». «Quegli stupidi!» esclamò Nasr-ed-Din. «Loro (cercano) la nota giusta. Io invece l’ho (trovata)».

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