Messaggio per un’aquila che si crede un pollo ESSERE CONCRETI (Anthony D. M. 34 pag. 132)

Essere concreti

 

Un concetto è qualcosa che posso applicare a un certo numero di individui. Non parliamo di un nome concreto e particolare come Mary o John, che non hanno un significato concettuale. Un concetto si applica a un numero qualsiasi di individui, innumerevoli individui. I concetti sono universali.

Per esempio, la parola “foglia” potrebbe essere attribuita a ogni singola foglia di un albero, ma la stessa parola si applica anche a tutte quelle foglie individualmente. Inoltre, la stessa parola è pertinente per tutte le foglie di tutti gli alberi, che siano grandi, piccole, morbide, secche, gialle, verdi, o di un banano. Quindi, se io vi dicessi che stamattina ho visto una foglia, in realtà non avreste idea di cosa abbia visto.

Vediamo se riuscite a capire quel che voglio dire. In effetti, avete idea di ciò che non ho visto. Non ho visto un animale. Non ho visto un cane. Non ho visto un essere umano. Non ho visto una scarpa. Dunque avete una vaga idea di ciò che ho visto, ma non è particolareggiata, non è concreta.

“Essere umano” non si riferisce a un uomo primitivo, a un uomo civilizzato, a un uomo adulto, a un bambino, a un maschio o a una femmina, a un’età o a un’altra, a una cultura o all’altra, ma al concetto. L’essere umano in cui si imbatte è però concreto; non si può trovare un essere uno universale come quello del concetto. Dunque, il concetto indica, ma non è mai completamente preciso; manca di unicità, di concretezza. Il concetto è universale.

Quando vi do un concetto, vi do qualcosa, eppure quanto poco vi ho dato! Il concetto ha un valore molto grande ed è molto utile per la scienza.

Per esempio, se dicessi che tutti, qui, sono animali, farei un’osservazione esatta, dal punto di vista scientifico. Però noi siamo qualcosa di più di animali. Se dico che Mary Jane è un animale, è vero; ma poiché ho omesso qualcosa di essenziale sul suo conto, è falso: è ingiusto nei suoi confronti.

Quando definisco una persona come una donna, è vero; ma in quella persona ci sono un sacco di cose che non rientrano nel concetto “donna”. Lei sarà sempre questa donna particolare, concreta e unica, che può solo essere conosciuta attraverso l’esperienza, non concettualizzata.

La persona concreta la devo vedere io stesso, la devo conoscere io stesso, la devo intuire io stesso. L’individuo può essere intuito, non concettualizzato. La persona è oltre la mente razionale. Molti di voi andrebbero probabilmente orgogliosi di essere definiti americani, così come molti indiani sarebbero orgogliosi di essere chiamati indiani. Ma cos’è “americano”, cos’è “indiano”? Si tratta di una convenzione: non è parte della vostra natura. Tutto ciò che abbiamo è un’etichetta: in realtà non si conosce la persona. Il concetto omette o perde sempre qualcosa di estremamente importante, qualcosa di prezioso che si trova solo nella realtà, e cioè l’unica concreta.

Il grande Krishnamurti ha espresso molto bene quest’idea, dicendo: «Dal giorno in cui s’insegna al bambino il nome dell’uccello, egli non vedrà mai più quell’uccello». Com’è vero! La prima volta, il bambino vede quell’oggetto piumoso e vivo,che si muove, e noi gli diciamo: «Passero». Il giorno dopo, il bambino vede un altro oggetto piumoso, che si muove, simili al primo, e dice: «Ah, è un passero. Ho già visto dei passeri. I passeri mi annoiano». Se non si guarda alle cose attraverso il filtro dei propri concetti, non ci si annoia mai. Ogni cosa diventa unica. Ogni passero è diverso dall’altro, a dispetto delle somiglianze. É bene che esistano delle somiglianze, in modo che possiamo astrarre, costruire un concetto. É di grande aiuto, dal punto di vista della comunicazione, dell’insegnamento, della scienza. Ma induce anche in errore e costituisce un grande ostacolo alla possibilità di vedere (questo) particolare individuo. Se quello che vedete è solo il concetto, non state vivendo la realtà, perché la realtà è concreta. Il concetto è un aiuto per (condurre) alla realtà, ma una volta che ci si è arrivati bisogna intuirla o viverla direttamente.

Una seconda caratteristica del concetto è la staticità, mentre la realtà fluisce. Usiamo un solo nome per definire le Cascate del Niagara, ma l’acqua che cade cambia continuamente. Esiste la parola “fiume”, ma l’acqua scorre senza tregua. Esiste una parola per definire il “corpo”, ma le cellule del corpo si rinnovano continuamente.

Mettiamo, per esempio, che qui fuori soffi un vento impetuoso e che io desideri che la gente del mio paese abbia un’idea di cosa sia una burrasca o un uragano americani. Dunque, lo catturo in una scatola da sigari, torno a casa e dico: «Guardate qui». Naturalmente, quello nella scatola non è più un uragano, non è vero? É stato catturato. É come se, per darvi l’idea dello scorrere di un fiume, ne catturassi l’acqua in un secchio. Nell’attimo in cui la metto nel secchio smette di scorrere. Nel momento in cui si rinchiudono le cose in un concetto, smettono di fluire. Diventano statiche, morte. Un’ondata congelata non è più un’ondata. L’onda è essenzialmente movimento, azione: quando la si congela, non è più un’onda. I concetti sono sempre congelati, la realtà scorre.

Infine, se dobbiamo credere ai mistici (e non ci vuole un grande sforzo per capirlo, o persino crederci, ma nessuno lo capisce subito), la realtà è (intera), mentre le parole e i concetti frammentano la realtà. Ecco perché è tanto difficile tradurre da una lingua all’altra: ogni lingua suddivide la realtà in modi diversi. La parola inglese “home” non è traducibile in francese o spagnolo. “Casa” non significa propriamente “home”; “home” presenta delle associazioni peculiare per la lingua inglese.

Ogni lingua ha parole ed espressioni intraducibili, perché quel che facciamo è tagliare la realtà a pezzi, aggiungendo e sottraendo qui e là; inoltre, l’uso continua a cambiare. La realtà è un tutto e noi la tagliamo a pezzi per fare dei concetti e usiamo le parole per indicare le diverse parti. Se, per esempio, voi non aveste mai visto un animale in vita vostra e un giorno trovaste una coda – solo una coda – e qualcuno vi dicesse: «É una coda» potreste forse avere un’idea di cos’è, senza avere idea di cos’è un animale?

Le idee, effettivamente, frammentano la visione, l’intuizione, o l’esperienza della realtà nella sua interezza. Ecco cosa continuano a dirci i mistici. Le parole non rispecchiano la realtà: possono solo accennare, indicare. Si usano come degli indicatori per arrivare alla realtà. Ma una volta che la si sia raggiunta, i concetti diventano inutili.

Un sacerdote induista una volta ebbe una discussione con un filosofo che affermava che l’ostacolo ultimo per arrivare a Dio era costituito dalla parola “Dio”, dal concetto di Dio. Il sacerdote rimase shockato dall’affermazione, ma il filosofo disse: «L’asino che monti e che usi per viaggiare verso una casa non è lo stesso mezzo che usi per entrarvi. Per arrivarci, usi il concetto; poi smonti, e vai oltre». Non c’è bisogno di essere dei mistici per capire che la realtà non è qualcosa che possa essere catturato da parole o concetti. Per conoscere la realtà bisogna conoscere oltre la conoscenza.

Queste parole vi fanno suonare un campanello? Coloro tra voi che conoscono La nube della non conoscenza hanno probabilmente riconosciuto quest’espressione. I poeti, i pittori, i mistici e i grandi filosofi hanno tutti accennato a questa verità.

Mettiamo che un giorno io stia guardando un albero. Fino a questo momento, tutte le volte che vedevo un albero dicevo: «Be’, è un albero» ma oggi, mentre guarda l’albero, non vedo un albero, non un albero, o almeno non vedo quel che sono abituato a vedere. Vedo qualcosa con la freschezza di un bambino. Non ho parole per esprimerlo. Vedo qualcosa di unico, intero, fluente, non frammentato. E sono colto dallo stupore. Se mi chiedeste: «Che cosa hai visto?», quale risposta pensate potrei darvi? Non ho parole per esprimerlo. Non ci sono parole che possano esprimere la realtà, perché nell’attimo stesso in cui attribuisco un nome a ciò che ho visto, si torna ai concetti.

E se non posso esprimere la realtà che è percepibile con i miei sensi, come si può imprimere ciò che non è visibile all’occhio e percepibile all’orecchio? Come si può trovare una parola che esprima la realtà di Dio? State iniziando a capire ciò che dicevano Tommaso d’Aquino, Agostino e tutti gli altri e ciò che insegna costantemente la Chiesa dicendo che Dio è mistero, incomprensibile alla mente umana?

Il grande Karl Rahner scrisse una delle sue ultime lettere a un giovane tossicodipendente tedesco che gli aveva chiesto aiuto. Il tossicodipendente gli aveva scritto: «Voi teologi parlate di Dio, ma che importanza potrebbe avere, nella mia vita, questo Dio? Come potrebbe strapparmi alla droga, questo Dio?».

Rahner gli rispose: «Devo confessarti in tutta onestà che per me Dio è ed è sempre stato un mistero assoluto. Io non capisco cosa sia Dio: nessuno può capirlo. Abbiamo dei segni, degli indizi. Facciamo dei tentativi incerti e inadeguati per esprimere in parole il mistero. Ma non c’è parola né frase che lo possa esprimere».

E parlando con un gruppo di teologi a Londra, Rahner disse: «Compito del teologo è spiegare tutto attraverso Dio, e spiegare Dio come l’inspiegabile». Mistero inspiegabile. Non lo si conosce, non lo si può spiegare. Si dice: «Ah, ah…».

Le parole sono indicatori, non descrizioni. Purtroppo, la gente cade nell’idolatria perché pensa che, quando si parla di Dio, la parola corrisponda alla cosa. Come si può essere tanto pazzi? Si può essere più pazzi di così? Persino quando si tratta di esseri umani, o di alberi e foglie e animali, la parola non corrisponde alla cosa. E si potrebbe forse dire che, riguardo a Dio, la parola è una cosa? Cosa state dicendo?

Un esperto di Sacre Scritture, famoso a livello internazionale, partecipò a un mio corso a San Francisco, e mi disse: «Dio mio, dopo averti ascoltato, ho capito di essere stato un idolatra per tutta la mia vita!». Lo disse apertamente. «Non mi ero mai accorto di essere un idolatra. Il mio idolo non era fatto di legno o metallo: era un idolo mentale». Questi sono gli idolatri più pericolosi. Usano un materiale estremamente raffinato per produrre il proprio idolo: la mente.

Dove voglio arrivare? Alla consapevolezza della realtà che vi circonda. Consapevolezza significa guardare, osservare quel che si svolge dentro e intorno a voi. “Svolgersi” è l’espressione giusta: gli alberi, l’erba, i fiori, gli animali, le pietre, tutta la realtà si muove. La si osserva, la si guarda.

Per l’essere umano è davvero essenziale non solo osservare se stesso, ma anche tutta la realtà circostante. Siete prigionieri dei vostri concetti? Volete scappare dalla vostra prigione? Allora guardate, osservate, trascorrete ore a osservare. A guardare cosa? Qualsiasi cosa. Il viso delle persone, la forma degli alberi, un uccello in volo, un mucchio di pietre, l’erba che cresce. Entrate in contatto con le cose, guardatele.

Forse riuscirete così a uscire da quei rigidi schemi che tutti noi abbiamo creato, da tutto ciò che i nostri pensieri e le nostre parole ci hanno imposto. Forse speriamo – riusciremo a capire. Capire cosa? Questa cosa che abbiamo deciso di chiamare realtà, tutto ciò che va oltre le parole e i concetti. É un esercizio spirituale – connesso alla spiritualità – connesso alla liberazione dalla vostra gabbia, dalla prigione dei concetti e delle parole.

Che tristezza, vivere tutta la vita senza riuscire a vederla con gli occhi di un bambino! Ciò non significa che dovreste perdere del tutto i vostri concetti: sono molto preziosi. Anche se iniziamo senza di essi, i concetti hanno una funzione molto positiva. Grazie a essi sviluppiamo la nostra intelligenza. Siamo invitati non a diventare bambini, ma a diventare come bambini. É indispensabile cadere dallo stadio dell’innocenza ed essere cacciati dal paradiso: dobbiamo tutti sviluppare un “io” e un “me” attraverso questi concetti.

Dopo, però, abbiamo bisogno di tornare in paradiso. Dobbiamo vivere la redenzione. Dobbiamo mettere da parte il vecchio uomo, la vecchia natura, il sé condizionato, e tornare allo stato del bambino ma senza essere bambini. Quando iniziamo, nella vita, guardiamo la realtà con stupore, ma non è lo stupore intelligente dei mistici: è lo stupore senza forma del bambino. Poi lo stupore muore e viene sostituito dalla noia, man mano che sviluppiamo il linguaggio, le parole e i concetti. Poi, forse, se siamo fortunati, torneremo di nuovo allo stupore.

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