Messaggio per un’aquila che si crede un pollo CONDIZIONAMENTO CULTURALE (Anthony D. M. 34 pag. 143)

Condizionamento culturale

Ancora qualche osservazione sulle parole. Vi ho detto prima che le parole sono limitate, ma ho qualcosa da aggiungere. Esistono parole che non corrispondono a niente.

Per esempio, io sono indiano. Ora, supponiamo che sia prigioniero di guerra in Pakistan, e i pakistani mi dicano: «Bene, oggi ti porteremo alla frontiera, per farti dare un’occhiata al tuo paese».

Così, mi portano alla frontiera, io guardo al di là del confine e penso: «Oh, il mio paese, il mio magnifico paese. Vedo dei villaggi, degli alberi, delle colline. Questo è il mio paese natale!».

Dopo un po’ una delle guardie mi dice: «Scusa, abbiamo fatto un errore. Dobbiamo spostarci di altre dieci miglia».

A cosa stavo reagendo io? A niente. Mi concentravo su una sola parola: India. Ma gli alberi non sono l’India: gli alberi sono alberi.

In effetti, non esistono confini né frontiere: sono stati posti in essere dalla mente umana, per lo più da politici avidi e stupidi. Il mio paese, una vota, era uno solo: adesso sono diventati quattro. Se non stiamo attenti, potrebbero diventare sei.

Allora avremmo sei bandiere, sei eserciti. Per questo non mi vedrete mai fare il saluto a una bandiera. Io aborrisco tutte le bandiere nazionali perché sono idoli. A cosa facciamo il saluto? Io saluto l’umanità, non una bandiera circondata da un esercito.

Le bandiere sono nella testa della gente. In ogni caso, nel nostro vocabolario esistono migliaia di termini che non corrispondono affatto alla realtà. Ma quante emozioni suscitano in noi! E così, iniziamo a vedere delle cose che non ci sono. Vediamo sul serio delle montagne indiane quando non esistono e vediamo davvero delle persone indiane, anch’esse inesistenti. Il vostro condizionamento americano esiste. Il mio condizionamento indiano esiste. Ma non è una circostanza molto felice.

Al giorno d’oggi, nei paesi del Terzo Mondo, si parla spesso di “inculturazione”. Cos’è questa cosa definita cultura? La parola non mi soddisfa gran che. Significa forse che a uno piacerebbe fare qualcosa perché è stato condizionato a farlo? Che a uno piacerebbe provare qualcosa perché è stato condizionato a provarlo? Non si tratta forse di comportamenti meccanici?

Provate a pensare a un bimbo americano adottato da una coppia russa e portato in Russia. Non ha idea di essere nato americano. Viene allevato parlando russo; vive e muore per la grande Madre Russia; odia gli americani. Il bambino ha ricevuto l’impronta della sua cultura; è impregnato di letteratura russa. Guarda al mondo attraverso gli occhi della sua cultura. Ora, se volete indossare la vostra cultura come indossate i vostri abiti, benissimo. La donna indiana porterà un sari è l’americana qualcosa di diverso, quella giapponese indosserà un Kimono. Ma nessuno si identifica coi propri abiti. Eppure voi volete portare la vostra cultura con maggiore evidenza. Diventate orgogliosi della vostra cultura. Vi si insegna a esserne orgogliosi. Vorrei esprimere quest’idea con la maggior efficacia possibile.

C’è un mio amico gesuita che un giorno mi ha detto: «Ogni volta che vedo un mendicante o un povero, non posso trattenermi dal fargli l’elemosina. Ho ereditato quest’abitudine da mia madre». Sua madre offriva un pasto a chiunque passasse dalle parti di casa sua. Io gli dissi: «Joe, la tua non è virtù: si tratta di un comportamento coercitivo, che senz’altro, dal punto di vista del mendicante, è positivo, ma rimane pur sempre un comportamento coercitivo».

Ricordo un altro gesuita che una volta, in una riunione ristretta tra gli appartenenti alla nostra congregazione gesuita a Bombay, disse: «Ho ottant’anni; sono gesuita da sessantacinque. Non ho mai saltato la mia ora di meditazione – mai una volta». Ora, la cosa potrebbe essere ammirevole, ma potrebbe anche essere una pulsione coercitiva. Non è un gran merito, se si tratta di un’azione meccanica.

La bellezza di un’azione non deriva dal suo essere diventata un’abitudine, ma dalla sua sensibilità, coscienza, chiarezza di percezione e precisione di risposta.

Io posso dire di sì a un mendicante e no a un altro. Non sono costretto a un comportamento prefissato da alcun condizionamento né programmazione derivanti dalle mie esperienze passate o dalla mia cultura. Nessuno ha impresso un’impronta su di me, o se qualcuno l’ha fatto, non reagisco più sulla base di quell’impronta.

Se si ha un’esperienza negativa con un americano, o si viene morsi da un cane, o si sta male a causa di un dato cibo, per il resto della propria vita si rimane influenzati da quell’esperienza. Ed è una pessima cosa!

Bisogna liberarsi di queste esperienze. Non portatevi dietro il fardello delle esperienze negative passate. Anzi, nemmeno di quelle positive!

Imparate cosa significa vivere un’esperienza pienamente, poi lasciatela cadere e passate al momento successivo, senza subire l’influenza di ciò che è appena accaduto. Viaggereste con un bagaglio talmente leggero che passereste attraverso la cruna di un ago. Sapreste cosa significa la vita eterna, perché la vita eterna è adesso, nell’attimo presente senza tempo. Solo così accederete alla vita eterna. Ma quante cose ci portiamo appresso! Non affrontiamo mai il compito di liberarci, di abbandonare il bagaglio, di essere noi stessi.

Mi dispiace dire che, dovunque vada, incontro dei musulmani che usano la loro religione, il loro culto e il loro Corano per allontanarsi da questo compito. E lo stesso vale per gli induisti e i cristiani.

Riuscite a immaginarvi un essere umano che non sia più influenzato dalle parole?

Gli si potranno gettare in faccia tutte le parole che si vuole, ma lui continuerà a comportarsi in modo equanime. Gli potrete dire: «Sono il cardinale arcivescovo Tizio Caio», ma lui continuerà a comportarsi come se niente fosse: vi vedrà per quello che siete. Non sarà influenzato dalle etichette.

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