————LA PREGHIERA DELLA RANA.————————– PREMESSA—————-ANTHONY DE MELLO PRIMO VOLUME

LA PREGHIERA DELLA RANA SAGGEZZA POPOLARE DELL’ORIENTE

ANTHONY DE MELLO

PRIMO VOLUME

La preghiera della rana1°

Titolo originale: The prayer of the frog Gujarat Sahitya Prakash, Anand 1988, India Traduzione dall’inglese di Adria Marconi-Pedrazzi

Quinta edizione 1992

Pag. 3

PREMESSA di Parmananda R. Divarkar sj

La prima volta che incontrai Tony de Mello fu trent’anni fa a Lonavla (Pune/India) nella casa che sarebbe poi diventata la sede del Sàdhana Institute. Era ancora in seminario presso i gesuiti, ma già insegnava ai giovani che avevano appena terminato il noviziato. Il gruppo era venuto a Villa S. Stanislao per una breve vacanza. Ricordo Tony in mezzo ai giovani intenti a mondare la verdura per il pranzo, intratteneva tutti piacevolmente con il suo inesauribile repertorio di storielle. Da allora è passato tanto tempo e molte cose sono cambiate. Tony stesso ha vissuto diverse fasi di crescita e trasformazione, ha fatto nuove esperienze, si è creato nuovi interessi. Tuttavia è sempre stato un grande narratore. Gli aneddoti in se stessi non erano quasi mai originali e neppure particolarmente brillanti, ma grazie a lui acquistavano significato e interesse, o anche solo il giusto umorismo. Non c’era argomento di cui si occupasse che non diventasse vivo e tale da monopolizzare l’attenzione degli altri. Tony non amava parlare della sua produzione letteraria e dedicava molta attenzione alle proprie opere prima di darle alla stampa. L’ultima cosa di cui si occupò in India prima di prendere l’aereo per gli Stati Uniti, fu quella di rivedere il proprio manoscritto nei minimi particolari presso la casa editrice. Era il 30 maggio 1987. Il 2 giugno fu trovato morto nella sua stanza a New York. In quel breve intervallo – appena due giorni – aveva trovato il tempo di scrivere una lunga lettera a un suo caro amico, dove, riferendosi ad alcune esperienze precedenti, diceva: “È come se tutto ciò appartenesse a un’altra epoca e a un altro mondo. Il mio interesse è ora rivolto altrove, al “mondo dello spirito”, e tutto il resto mi appare banale e privo 3

La preghiera della rana di valore. Le cose che in passato mi sembravano tanto importanti non mi sembrano più tali, ora sono attratto da realtà come quelle di Achaan Chah, il maestro buddhista, e sto perdendo il gusto per tutto il resto. Si tratta di un’illusione? Non lo so; mai comunque prima d’ora mi sono sentito così felice, così libero…”. Questa è solo un’idea di come Tony era e di come appariva agli altri nell’ultimo periodo della sua vita. Su di lui sta fiorendo una ricca produzione letteraria: ne fa un personaggio leggendario, per così dire, grazie anche alle testimonianze di persone di ogni parte del mondo. Molti hanno dichiarato di non averlo mai incontrato personalmente, ma di avere subito il fascino dei suoi libri, altri hanno conosciuto il privilegio di un rapporto diretto, altri ancora hanno avuto anche solo per un momento la gioia di sentirlo raccontare. Non tutti condividevano ciò che egli faceva o diceva. Soprattutto dopo che ebbe oltrepassato i confini dell’ortodossia spirituale, né Tony si aspettava di ricevere solo plausi. Anzi. Il fascino che esercitava con la sua persona e le sue idee stimolava a mettere in discussione, a esplorare e a uscire dagli schemi prestabiliti, sia di pensiero che di comportamento, ad abbandonare gli stereotipi e ad avere il coraggio di essere se stessi, di cercare una sempre maggiore autenticità. Un’inesauribile ricerca di autenticità, questo l’impegno e la proposta costante di Tony, comunque lo si voglia vedere. Gliene derivava un’integrità, una completezza, che conferivano alla sua multiforme personalità un’attrattiva e una potenza particolari: gli opposti si riconciliavano, non nella tensione ma in un insieme armonioso. Era sempre pronto a fare amicizia e a mettere tutto in comune. Eppure si avvertiva in lui la presenza di una dimensione “preziosa”. In compagnia era allegro e chiassoso, escogitava scherzi irriverenti, ma nessuno dubitava della serietà e costanza del suo impegno. Con il passare degli anni cambiò notevolmente e sotto molti aspetti, tuttavia il suo carattere conservava delle costanti immutabili. Una esemplificazione significativa è data dal suo modo di essere gesuita. Era andato molto al di là della conduzione entusiastica degli esercizi spirituali nello spirito originale di sant’Ignazio: l’attività innovativa che per prima gli aveva dato fama internazionale, alla fine la sua era una spiritualità ben diversa da quella comunemente considerata tipica del fondatore. Tuttavia non cessò mai di identificarsi con i gesuiti, certamente non come frutto di costrizione e forse neppure di ragionamento. Si sentiva tanto in sintonia con la mente e il cuore di Ignazio, un santo che conosceva e capiva e di cui designava particolarmente: la contemplazione, la creatività e il coraggio.

4 settembre 1987

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La preghiera della rana

NOTE PER IL LETTORE

È un grande mistero come, nonostante l’anelito del cuore umano verso la verità in cui soltanto trova liberazione e gioia, la prima reazione degli esseri umani nei confronti della verità sia di ostilità e paura. Forse è per questo che le guide spirituali dell’umanità, come Buddha e Gesù, inventarono un sistema per neutralizzare l’opposizione di chi li ascoltava: il racconto. Sapevano che non c’è espressione più accattivante di quella che dice: “C’era una volta…” e che mentre alla verità ci si può opporre, a una storia è impossibile resistere. Afferma Vyasa, l’autore del Mahabharata, che dopo aver ascoltato attentamente una storia non si è più gli stessi. Il racconto infatti si insinua nel cuore e abbatte le barriere che lo separano dal divino. Anche se leggerai le storie contenute in questo libro per puro divertimento, non hai garanzia che una di esse non superi il tuo atteggiamento di difesa e esploda quando meno te l’aspetti. Provaci. Se sei così audace da sperare nell’illuminazione, serviti di alcune indicazioni: Nei momenti liberi proponi una storia alla tua mente: avrà modo di lavorare nel tuo subcosciente e rivelerà il suo vero significato. Sarai tu stesso sorpreso nel constatare come ti tornerà alla mente tutte le volte che ne avrai bisogno per chiarire un avvenimento o una situazione o per ritrovare la pace interiore. Capirai allora che in contatto con queste storie segui un corso di illuminazione in cui tu stesso sei il guru. Ognuno di questi racconti è una rivelazione della verità, che significa anche la verità circa se stessi. Perciò ogni volta che leggerai una storia, cerca sinceramente di capire un po’ di più te stesso. Proprio come se leggessi un libro di medicina e ti domandassi se hai qualcuno dei sintomi descritti, e non un manuale di psicologia, che ti spinga a individuare fra i tuoi amici e conoscenti le diverse tipologie. Se invece cederai alla tentazione di cercare di capire gli altri, queste storie ti nuoceranno. L’ideale sarebbe leggere queste storie nell’ordine predisposto. Se desideri trarne di più del semplice divertimento, non leggerne più di una o due per volta.

Nota: Le storie contenute in questo libro provengono da una grande varietà di paesi, culture e religioni. Esse appartengono al patrimonio spirituale, e all’umorismo popolare della razza umana. L’Autore le ha messe insieme con scopo. Il suo è stato il lavoro del tessitore e del tintore: il cotone e il filo non sono opera sua.

Pag. 8

PREGHIERA

LA PREGHIERA DELLA RANA

Una sera fratel Bruno era assorto in preghiera quando fu disturbato dal gracidare di una rana. Per quanti sforzi facesse, non gli riuscì di ignorare quel rumore e allora si sporse dalla finestra e urlò: “Silenzio! Sto pregando”. Poiché egli era un santo, tutti obbedirono al suo ordine immediatamente. Ogni creatura vivente si zittì in modo da creare il silenzio necessario alla preghiera.

Ma ecco che Bruno fu di nuovo interrotto, questa volta da una voce dentro di lui che diceva: “Forse a Dio il gracidare di quella rana era altrettanto gradito dei salmi che tu stai recitando”. “Che cosa possono trovare di bello le “orecchie” di Dio nel verso di una rana?” replicò Bruno sprezzante.

Ma la voce proseguì: “Perché mai allora Dio avrebbe inventato un simile suono?” Bruno decise di scoprirlo da sé. Si sporse dalla finestra e ordinò: “Canta!” e l’aria fu piena del gracidare ritmato della rana, con l’accompagnamento di tutte le raganelle del vicinato.

Bruno si pose in ascolto con attenzione e subito non udì più alcun frastuono, ma scoprì che, se smetteva di irritarsi, quelle voci in realtà rendevano più ricco il silenzio della notte.

Grazie a quella scoperta, il cuore di Bruno entrò in armonia con l’universo intero e, per la prima volta nella sua vita, egli capì che cosa significa pregare.

IL RABBINO CHE DANZAVA

Un racconto hasidico: Gli ebrei di una piccola città della Russia aspettavano in ansia l’arrivo di un rabbino. Era un avvenimento molto raro, perciò essi prepararono a lungo le domande che intendevano porre al maestro.

Quando finalmente questi arrivò e partecipò a un incontro organizzato nella sala consiliare, poté avvertire la tensione che era nell’aria mentre essi si disponevano ad ascoltare le risposte ai loro quesiti. All’inizio non disse nulla, ma si limitò a guardarli negli occhi, modulando a bocca chiusa un motivetto orecchiabile. Presto tutti lo imitarono, allora egli cominciò a cantare ed essi fecero lo stesso. Si mise a danzare, ondeggiando con movenze solenni e cadenzate, seguito da tutti i fedeli.

A poco a poco la danza con i suoi movimenti assorbì la loro attenzione al punto da far loro dimenticare ogni altra cosa e ciascuno ritrovò la sua integrità, poiché era stato guarito dalla frammentazione interiore che impedisce di raggiungere la verità. Trascorse quasi un’ora prima che la danza a poco a poco cessasse. La stanza era immersa in un silenzio colmo di pace e tutti si sedettero, come liberati da una forte tensione interiore.

Allora il rabbino pronunciò le uniche parole di tutta la serata: “Confido di aver risposto alle vostre domande”.

Fu chiesto a un derviscio perché si servisse della danza per adorare Dio. “Perché”, rispose, “adorare Dio significa morire a se stessi; danzare uccide il proprio ego e quando l’ego muore, ogni problema scompare. Dove non c’è l’ego, c’è l’amore, c’è Dio”.

IL BALLETTO COME PREGHIERA

Il maestro, che sedeva tra la gente con i suoi discepoli, disse: “Avete sentito e pronunciato molte preghiere. Questa sera vorrei che ne vedeste una”. In quel momento si alzò il sipario e il balletto ebbe inizio.

Pag. 10

I PIEDI RIVOLTI VERSO LA MECCA

Un santo sufico partì in pellegrinaggio per la Mecca. Giunto nei pressi della città, stanco del viaggio, si sdraiò sul ciglio della strada.

Si era appena addormentato quando fu svegliato bruscamente da un pellegrino assai adirato.

“In questo momento tutti i fedeli si inchinano verso la Mecca e tu te ne stai con i piedi rivolti verso il santuario. Che razza di musulmano sei?” Il sufi non si mosse; apri gli occhi e disse:

“Fratello, vorresti essere così gentile da girare i miei piedi in modo che non puntino più verso il Signore?”

LA PREGHIERA DELLA DEVOTA VISHNU

“Signore, ti chiedo perdono per tre miei peccati gravi: il primo è che mi sono recata in pellegrinaggio in molti tuoi santuari, senza pensare che tu sei presente in ogni luogo; il secondo è che ho invocato spesso il tuo aiuto, dimenticando che tu sai meglio di me ciò di cui ho bisogno; e infine, ecco che vengo a chiederti perdono dei miei peccati, pur sapendo che sono già stati perdonati prima ancora di essere commessi”.

L’INVENTORE

Dopo lunghi anni di lavoro, un inventore scopri l’arte di accendere il fuoco. Portò con sé i suoi attrezzi nelle regioni del nord ammantate di neve e insegnò a una tribù quell’arte e i suoi vantaggi.

La gente era così affascinata da quella novità che a nessuno venne in mente di ringraziare l’inventore, il quale un giorno se ne andò in silenzio. Poiché era uno di quei rari esseri umani dotati di vera grandezza, non aveva alcun desiderio di essere ricordato o riverito; si accontentava di sapere che la sua scoperta era servita a qualcuno.

La seconda tribù presso cui si recò era altrettanto ansiosa di imparare della prima. Ma i preti locali, gelosi dell’ascendente che egli esercitava sul popolo, lo fecero assassinare. Per sviare i sospetti, fecero collocare un ritratto del Grande Inventore in bella vista sull’altare principale del tempio, studiarono una speciale liturgia che rendesse omaggio al suo nome e ne mantenesse vivo il ricordo e posero la massima cura nell’evitare che si modificasse o omettesse anche solo una rubrica di tale liturgia.

Gli attrezzi per accendere il fuoco furono conservati in uno scrigno e si diceva che avessero il potere di guarire tutti coloro che vi ponevano sopra le mani con spirito di fede.

Il Sommo Sacerdote si incaricò personalmente di redigere una biografia dell’inventore, il Libro Sacro in cui venivano presentate la sua tenerezza e la sua generosità come esempio da imitare per tutti, si tesseva l’elogio delle sue opere grandiose e la sua origine soprannaturale era diventata un articolo di fede.

I preti si occuparono di tramandare il Libro alle generazioni successive, mentre interpretavano con autorevolezza il senso delle sue parole e il significato profondo della santità della sua vita e della sua morte.

Chiunque si discostasse dai loro insegnamenti veniva punito senza pietà con la morte o la scomunica. Assorta com’era nelle attività religiose, la gente finì col dimenticare come si accendeva il fuoco.

TRASFORMATI IN FUOCO

Dalle Vite dei Padri del deserto: Padre Lot si recò da Padre Giuseppe e disse: “Padre, per quanto ne sono capace, osservo la mia piccola regola, il mio piccolo digiuno, la preghiera, la meditazione e il silenzio contemplativo e scaccio, per quanto posso, i cattivi pensieri dal mio cuore. Che altro devo fare?” L’altro, più vecchio, si alzò in piedi per rispondergli.

Sollevò la mano aperta verso il cielo e le sue dita divennero come dieci lampade infuocate. Disse: “Questo: trasformati in un unico grande fuoco”.

LA PREGHIERA DEL CIABATTINO

Un ciabattino andò dal rabbino Issac di Ger e gli pose la seguente domanda: “Come posso fare per le preghiere del mattino? I miei clienti sono gente povera che possiede solo un paio di scarpe. Io passo a prenderle la sera tardi e impiego quasi tutta la notte per ripararle; all’alba ho ancora del lavoro da fare se voglio che tutti abbiano le scarpe pronte prima di recarsi al lavoro. Ora io chiedo: “Che cosa devo fare per le preghiere del mattino?” “Finora come ti sei comportato?”, domandò il rabbino. “Qualche volta le recito in fretta e poi mi rimetto a lavorare, ma questo mi fa sentire in colpa. Altre volte non prego affatto, ma anche in quel caso provo un senso di vuoto e di tanto in tanto, quando sollevo il martello, mi sembra quasi di sentire il mio cuore sospirare: “Come sono sfortunato, non riesco neppure a recitare le preghiere del mattino””. E il rabbino replicò: “Se fossi Dio, considererei quel sospiro molto più prezioso di una preghiera”.

LA PREGHIERA DELL’ALFABETO

Un racconto hasidico: Un contadino povero, nel rincasare la sera tardi dal mercato, si accorse di non avere con sé il suo libro di preghiere. Al suo carro si era staccata una ruota in mezzo al bosco ed egli era angustiato al pensiero che la giornata finisse senza aver recitato le preghiere. Allora pregò in questo modo: “Ho commesso una grave sciocchezza, Signore. Sono partito di casa questa mattina senza il mio libro di preghiere e ho così poca memoria che senza di esso non riesco a formulare neppure un’orazione. Ma ecco che cosa farò: reciterò molto lentamente tutto l’alfabeto cinque volte e tu, che conosci ogni preghiera, potrai mettere insieme le lettere in modo da formare le preghiere che non riesco a ricordare”. Disse allora il Signore ai suoi angeli: “Di tutte le preghiere che oggi ho sentito, questa è senz’altro la più bella, perché è nata da un cuore semplice e sincero”.

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