La preghiera della rana (5° cap.) pag.19

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POSSO ESSERLE D’AIUTO?

Nella chiesa vuota, un prete notò una donna che stava seduta con la testa fra le mani. Trascorse un’ora, poi due, e lei era ancora lì. Pensando di avere a che fare con un’anima in crisi e desideroso di recarle conforto, egli si avvicinò alla donna e disse: “Posso esserle di aiuto?” “No, grazie Padre”, rispose, “sto già ricevendo tutto l’aiuto di cui ho bisogno”. Finché non sei venuto tu a interrompermi!

ENTRAMBI ASCOLTANO E NESSUNO PARLA

Un vecchio stava seduto in chiesa per delle ore intere senza muoversi. Un giorno un prete gli chiese che cosa Dio gli dicesse.

“Dio non parla, ascolta e basta”, egli rispose.

“E tu allora, di che cosa gli parli?”

“Io non parlo, ascolto e basta”.

I quattro stadi della preghiera: Io parlo, tu ascolti. Tu parli, io ascolto. Non parla nessuno dei due, ma entrambi ascoltiamo. Nessuno parla, nessuno ascolta: silenzio.

Il sufi Bayazid Bistami così descrive i progressi da lui compiuti nell’arte della preghiera:

“La prima volta che visitai la Kaaba alla Mecca, vidi la Kaaba. La seconda volta vidi il Signore della Kaaba e la terza non vidi né la Kaaba né il Signore della Kaaba”.

AKBAR E IL NAMAAZ

Un giorno il sultano Akbar era a caccia nella foresta. Quando fu l’ora della preghiera della sera, scese da cavallo, stese per terra una stuoia e si inginocchiò a pregare come fanno tutti i bravi musulmani in ogni parte del mondo.

Proprio in quel momento una contadina, sconvolta per la scomparsa del marito, che era uscito di casa quella mattina senza più farvi ritorno, passò di lì di tutta corsa alla ricerca disperata del consorte. Era talmente preoccupata che non si accorse neppure della figura inginocchiata dell’imperatore e vi incespicò, quindi si rialzò e, senza neppure una parola di scusa, corse a perdifiato nel fitto della foresta.

Akbar fu molto seccato dell’interruzione ma, da bravo musulmano, osservò la regola che proibiva di parlare durante il namaaz. Quando egli aveva quasi finito di pregare, la donna ritornò tutta felice, insieme al consorte ritrovato e, alla vista dell’imperatore e del suo seguito, fu sorpresa e spaventata.

Akbar sfogò contro di lei la sua collera, urlando:

“Giustifica la tua condotta irriverente o sarai punita!”

La donna si sentì improvvisamente piena di coraggio, guardò in faccia l’imperatore e disse:

“Vostra Maestà, ero così assorta dal pensiero di mio marito che non vi ho visto, neppure quando, come dite, sono inciampata su di voi. Durante il namaaz voi eravate assorto in Uno che è infinitamente più prezioso di mio marito, come mai allora vi siete accorto di me?”

L’imperatore tacque pieno di vergogna e in seguito confidò ai suoi amici che una donna di campagna, che non era una persona colta, né un mullah, gli aveva insegnato il vero significato della preghiera.

IL TORO INFEROCITO

Una volta il maestro era assorto in preghiera quando i suoi discepoli gli si avvicinarono e gli dissero:

“Signore, insegnaci a pregare”.

Ed ecco come fece… Un giorno due uomini attraversavano un campo quando videro un toro inferocito. Subito si misero a correre verso la più vicina staccionata, inseguiti dall’animale, ma capirono subito che non avevano scampo Allora uno dei due gridò all’altro:

“È finita! Niente potrà salvarci. Presto, di’ una preghiera!”

E l’altro di rimando:

“Non ho mai pregato in vita mia e non conosco preghiere adatte a quest’occasione”.

“Non importa. Il toro sta per raggiungerci, qualsiasi cosa andrà bene”.

“D’accordo, reciterò quello che diceva mio padre prima dei pasti: Ti rendiamo grazie, o Signore, per ciò che stiamo per prendere”.

Non c’è santità più grande di coloro che hanno imparato ad accettare senza riserve ogni momento della loro esistenza. La vita è come una partita in cui ciascun giocatore sfrutta come meglio può le carte che gli sono toccate.

Chi insiste a giocare non con le carte che ha ricevuto ma con quelle a cui sostiene di aver diritto, è destinato a fallire nella vita.

Non ci viene chiesto se vogliamo giocare. Su questo non c’è scelta, tutti devono partecipare. Sta a noi decidere come.

LA PREGHIERA COME ACCETTAZIONE DELLA PROPRIA VITA

Un rabbino chiese al suo allievo che cosa lo angustiasse.

“La mia povertà”, rispose. “Vivo in un tale stato di indigenza che quasi non riesco a studiare e pregare”.

“In questo preciso momento”, spiegò il rabbino, “il modo migliore per pregare e studiare è quello di accettare la vita esattamente come si presenta”.

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