La preghiera della rana (9° cap.) pag.36

La preghiera della rana1°

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L’ESPERIMENTO DEL CHIRURGO VIENNESE

Un famoso chirurgo viennese disse ai suoi studenti che per fare il chirurgo sono necessarie due doti: non essere schizzinosi e avere un ottimo spirito di osservazione.

Poi immerse il dito in un liquido nauseabondo e lo leccò, invitando ciascuno studente a fare altrettanto. Essi si fecero forza ed eseguirono l’operazione senza battere ciglio. Con un sorriso, il chirurgo spiegò:

“Signori, mi congratulo con voi per aver superato la prima prova. Ma non posso fare lo stesso per la seconda, perché nessuno di voi si è accorto che il dito che ho leccato non era lo stesso che avevo immerso nel liquido”.

IL PARROCO SCOPRE LA SUA CUOCA

Il pastore di una parrocchia di benestanti aveva affidato ai suoi coadiutori il compito di salutare la gente dopo la funzione domenicale. Sua moglie lo convinse ad assumere lui stesso quell’incarico.

“Non sarebbe spaventoso scoprire che, dopo tanti anni, tu non conosci i tuoi stessi parrocchiani?” gli disse.

Così la domenica seguente, il prete prese posto dopo la funzione sulla porta della chiesa. La prima a uscire fu una donna vestita modestamente, che aveva tutta l’aria di essere una nuova parrocchiana. “Come sta? Sono molto lieto di averla fra noi”, egli disse, porgendole la mano.

“Grazie”, rispose la donna, piuttosto sorpresa.

“Spero che avremo spesso l’onore di vederla alle nostre funzioni. Ci fa sempre piacere vedere facce nuove”.

“Sissignore”.

“Vive in parrocchia?”

La donna sembrava imbarazzata e non sapeva che cosa dire.

“Se mi dà il suo indirizzo, mia moglie e io verremo a trovarla una di queste sere”.

“Non dovrà andare lontano, signore. Sono la sua cuoca”.

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“FATE SPARIRE QUESTO PEZZENTE!”

Un poveraccio entrò nell’ufficio di un uomo ricco a chiedere la carità.

L’uomo chiamò la sua segretaria e disse: “Vede questo povero disgraziato? Guardi le dita dei piedi che escono dalle scarpe sfondate, i pantaloni sdruciti e la giacca consunta. Sono sicuro che costui non si rade, non fa la doccia né consuma un pasto decente da giorni e giorni. Mi si spezza il cuore vedere uno così conciato perciò fatelo sparire di qui immediatamente!”

Un uomo con dei monconi al posto delle braccia e delle gambe chiedeva l’elemosina sul marciapiede. La prima volta che lo vidi, la mia coscienza si rivoltò al punto che gli feci la carità. La seconda volta gli diedi molto meno. La terza lo denunciai con la massima freddezza alla polizia per accattonaggio e disturbo alla quiete pubblica.

“UNO DI VOI E’ IL MESSIA”

Un guru che stava meditando nella sua grotta himalayana aprì gli occhi e scoprì un visitatore inatteso seduto di fronte a lui. Era l’abate di un famoso monastero.

“Che cosa cerchi?” chiese il guru.

L’abate raccontò una triste storia. Un tempo il monastero era stato famoso in tutto il mondo occidentale. Le celle erano piene di giovani postulanti e la chiesa riecheggiava del canto dei monaci. Ma poi erano sopraggiunti tempi duri. La gente non accorreva più in massa ad alimentare il proprio spirito, il flusso di novizi si era arrestato, la chiesa era immersa nel silenzio. Erano restati solo un pugno di monaci, i quali accudivano ai propri doveri con il cuore gonfio di tristezza.

Quello che l’abate voleva sapere era questo: “È a causa di un nostro peccato che il monastero si è ridotto in questo stato?”

“Sì”, rispose il guru, “un peccato di ignoranza”.

“E di che peccato si tratta?”

“Uno di voi è il Messia sotto false spoglie e voi non lo sapete”. Dopo aver detto questo, il guru chiuse gli occhi e ritornò in meditazione.

Lungo tutto il difficile viaggio di ritorno al monastero, il cuore dell’abate batteva forte al pensiero che il Messia, il Messia in persona, era ritornato sulla terra ed era proprio lì, nel monastero. Come mai non l’aveva riconosciuto? E chi poteva essere? Fratel Cuoco? Fratel Sagrestano? Fratel Tesoriere? Fratel Priore?

No, lui no, ahimè, aveva troppi difetti.

Ma il guru aveva detto che era nascosto sotto false spoglie. Forse quei difetti erano un travestimento? A pensarci bene, tutti al monastero avevano dei difetti.

Eppure uno di loro era il Messia!

Al suo ritorno, radunò i monaci e li informò di ciò che aveva scoperto. Essi si guardarono l’un l’altro increduli. Il Messia? Qui? Incredibile! Ma a quanto pare era lì in incognito.

Allora, forse… E se fosse stato il tale? O il talaltro, laggiù? O… Una cosa era certa: se il Messia era lì sotto false spoglie, non sarebbe stato facile riconoscerlo. Così si misero a trattare chiunque con rispetto e considerazione.

“Non si può mai sapere”, pensavano dentro di sé quando avevano a che fare con i loro confratelli, “magari è questo”.

Il risultato fu che l’atmosfera del convento divenne tutto un vibrare di gioia. Presto dozzine di aspiranti vennero a chiedere di entrare nell’ordine, e la chiesa tornò a riecheggiare dei santi e lieti canti dei monaci, i quali irradiavano lo spirito dell’Amore. A che serve avere gli occhi se il cuore è cieco?

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IL PRIGIONIERO E LA FORMICA

Un prigioniero viveva da anni in cella d’isolamento. Non vedeva e non parlava con nessuno e i pasti gli venivano serviti attraverso un pertugio nel muro.

Un giorno entrò nella sua cella una formica. L’uomo la contemplava affascinato mentre percorreva la stanza in lungo e in largo. La teneva sul palmo della mano per osservarla meglio, le dava qualche granellino di cibo e di notte la custodiva sotto la sua scodella di ferro.

Un giorno si rese improvvisamente conto che gli ci erano voluti dieci lunghi anni di isolamento perché i suoi occhi si accorgessero della bellezza di una formica.

L’OSCURITÀ DI EL GRECO

Quando un amico andò a far visita al pittore spagnolo El Greco in un bel pomeriggio di primavera, lo trovò seduto in camera sua, con le tende tirate. “Vieni fuori al sole”, lo invitò l’amico. “Non ora”, replicò El Greco. “Disturberebbe la luce che risplende dentro di me”.

IL RABBINO CIECO

Il vecchio rabbino era diventato cieco e non poteva né leggere né vedere il volto di coloro che venivano a fargli visita. Un guaritore gli disse: “Affidati alle mie cure e io guarirò la tua cecità”. “Non ce n’è bisogno”, rispose il rabbino. “Riesco a vedere quanto mi basta”. Non tutti quelli che hanno gli occhi chiusi sono addormentati. E non tutti quelli che hanno gli occhi aperti sanno vedere.

 

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