La preghiera della rana (15° cap.) pag.50

La preghiera della rana1°

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E IO DOVE SONO?

C’era una volta un uomo molto stupido. Ogni mattina quando si svegliava faceva così fatica a trovare i vestiti che aveva quasi paura di andare a letto al pensiero dei problemi che l’aspettavano al risveglio.

Una sera prese carta e matita e a mano a mano che si spogliava annotava nome e posizione di ogni singolo capo. L’indomani tirò fuori il taccuino e lesse:

“Pantaloni”, ed eccoli lì. Se li infilò.

“Camicia”, ed eccola. La indossò.

“Cappello”, pronto. Se lo mise in testa. Era molto contento della soluzione finché non fu assalito da un pensiero terribile.

“E io, dove sono io?” Si era dimenticato di segnarlo. Allora si mise a cercare, ma invano.

Non riuscì a trovare se stesso. Che ne pensate di quelli che dicono: “Leggo questo libro per scoprire chi sono”?

LA SAGGEZZA DI SVETAKETU

Uno dei più famosi saggi dell’antica India era Svetaketu. Ecco come acquistò la sua sapienza: quando aveva poco più di sette anni, suo padre lo mandò a studiare i Veda.

Grazie al molto studio e alla sua intelligenza, , il ragazzo superò tutti i compagni finché alla fine fu considerato il più grande esperto vivente di Scritture, e questo quando era appena uscito dall’adolescenza. Al suo ritorno a casa, il padre volle saggiare la sua abilità e gli pose questa domanda:

“Hai imparato ciò per cui non c’è più bisogno di imparare altro? Hai scoperto ciò grazie a cui cessa ogni sofferenza? Hai fatto tuo ciò che non si può insegnare?”

“No”, rispose Svetaketu.

“Allora”, disse il padre, “tutto quello che hai imparato in questi anni è inutile, figlio mio”.

Svetaketu fu così colpito dalla verità delle parole di suo padre, che si dedicò a scoprire attraverso il silenzio la saggezza che non si può esprimere con le parole.

Quando lo stagno è asciutto e i pesci giacciono sulla terra riarsa, inumidirli con l’alito o umettarli con la saliva non è lo stesso che gettarli nel lago. Non cercate di rianimare la gente con le dottrine: tuffatela nella realtà, poiché il segreto della vita si trova nella vita stessa, e non nelle dottrine che su di essa si fondano.

IL MENU’ NON È BUONO DA MANGIARE

Uno che era alla ricerca della verità chiese al sufi Jalaluddin Rumi se il Corano era un libro valido da leggere. Quegli rispose: “Dovresti piuttosto domandarti se sei nelle condizioni ideali per trarne profitto”.

Diceva un mistico cristiano, parlando della Bibbia: “Un menù, per quanto utile, non è buono da mangiare”.

Il bambino durante la lezione di geografia: “Il vantaggio della longitudine e della latitudine è che, quando stai affogando, puoi indicare a che longitudine e latitudine ti trovi e verranno a salvarti”.

Poiché esiste un termine per indicare la saggezza, la gente pensa di sapere che cos’è. Ma non si diventa astronomi capendo il significato della parola “astronomia”. Non è che hai riscaldato la stanza solo perché, alitando sul termometro, l’hai fatto salire di qualche grado.

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LEGGERE LA PAROLA “IO”

Ogni giorno in un angolo di una biblioteca giapponese sostava un vecchio monaco tranquillamente assorto in meditazione.

“Non ti vedo mai leggere i sutra”, gli disse il bibliotecario.

“Non ho mai imparato a leggere”, replicò il monaco.

“Che vergogna! Un monaco come te deve saper leggere. Vuoi che ti insegni?”

“Sì, dimmi”, disse il monaco indicando se stesso, “che cosa significa questa parola?” Perché accendere una torcia, quando il sole splende nel cielo? Perché irrigare il terreno, quando la pioggia scende a scroscio?

LA GRANDE RIVELAZIONE

Un guru promise a uno studioso una rivelazione ben più importante di qualsiasi altra contenuta nelle scritture. Quando lo studioso gli espresse il desiderio di conoscerla, il guru gli ordinò:

“Esci sotto la pioggia e solleva il capo e le braccia verso il cielo. Così otterrai la prima rivelazione”.

Il giorno seguente l’uomo ritornò a raccontare: “Ho seguito il tuo consiglio e mi è entrata l’acqua nel collo. Mi sono sentito molto stupido”.

“Bene”, disse il guru, “per essere il primo giorno, è già una bella rivelazione, non credi?”

Dice il poeta Kabir: A che serve che lo studioso ponderi parole e concetti, se il suo cuore non trabocca d’amore? A che serve che l’asceta indossi abiti del colore dello zafferano, se dentro di sé è scialbo? A che serve che tu lustri il tuo comportamento etico fino a farlo brillare, se non c’è musica al suo interno?

Il discepolo: Che differenza c’è fra conoscenza e illuminazione? Il maestro: Quando hai la conoscenza, usi una torcia per far luce al cammino. Quando hai l’illuminazione, tu stesso diventi una torcia.

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