La preghiera della rana (28° cap.) pag.82 I SANTI

La preghiera della rana1°

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I SANTI

L’AUTOPOMPA È SENZA FRENI

C’è chi nasce santo, chi la santità se la conquista, chi se la vede imporre dagli altri.

Un pozzo di petrolio si era incendiato e la compagnia aveva fatto arrivare gli esperti per spegnere le fiamme. Il calore era però così intenso che gli addetti non riuscivano ad avvicinarsi all’impianto per un raggio di trecento metri. I dirigenti, disperati, chiamarono la locale squadra antincendio formata da volontari, perché aiutassero come meglio potevano. Mezz’ora più tardi comparve arrancando in fondo alla strada un’autopompa decrepita che si fermò bruscamente a soli quindici metri dal punto in cui ardevano le fiamme.

I pompieri saltarono giù dal veicolo, si spruzzarono a vicenda e poi si diedero da fare per spegnere le fiamme.

Qualche giorno dopo, la direzione organizzò in segno di gratitudine una cerimonia in cui fu esaltato il coraggio dei pompieri locali, elogiato il loro senso del dovere e offerto al caposquadra un assegno di notevole entità.

Quando i giornalisti gli chiesero che cosa intendessero fare con quella cifra, il capo rispose:

“Be’, la prima cosa che farò sarà portare l’autopompa all’officina e far aggiustare quei maledetti freni!”

Per altri invece la santità non è che un rituale.

L’OMBRA SANTA

C’era un tempo un uomo così pio che anche gli angeli si beavano nel vederlo. Malgrado fosse così santo, egli non se ne rendeva assolutamente conto. Compiva i suoi doveri quotidiani irradiando bontà con la stessa naturalezza con cui i fiori diffondono il loro profumo e i lampioni la loro luce.

La sua santità consisteva nel fatto che egli dimenticava il passato delle persone e le vedeva come erano in quel momento e andava al di là delle loro apparenze, per arrivare nell’intimo del loro essere, dove erano innocenti e puri e del tutto ignari di ciò che stavano facendo. Perciò egli amava e perdonava tutti coloro che incontrava, e non trovava in questo nulla di strano, poiché era il risultato del suo modo di vedere gli altri.

Un giorno un angelo gli disse: “Sono stato mandato da Dio. Domanda tutto ciò che vuoi e ti sarà dato. Desideri avere il dono di guarire la gente?”

“No”, rispose l’uomo, “preferisco che sia Dio stesso a guarire”.

“Vorresti riportare i peccatori sulla retta via?”

“No”, rispose, “non è compito mio toccare il cuore degli uomini. È il lavoro degli angeli”.

“Ti piacerebbe essere un tale modello di virtù che la gente si senta spronata a imitarti?”

“No”, disse il santo, “perché così sarei sempre al centro dell’attenzione”.

“Che cosa desideri allora?”, domandò l’angelo.

“La grazia di Dio”, replicò l’uomo. “È tutto ciò che desidero”.

“No, devi chiedere una dote miracolosa o ti verrà imposta”.

“Be’, allora domando che sia compiuto del bene per mezzo mio, senza che io lo sappia”.

Fu quindi deciso che l’ombra del sant’uomo fosse dotata di proprietà miracolose tutte le volte che egli stava di spalle. Così, dovunque la sua ombra si posasse, purché fosse dietro di lui, i malati erano sanati, la terra diventava fertile, zampillavano le fontane e il volto di coloro che erano oppressi dalle pene della vita riprendeva colore.

Ma il santo non sapeva nulla di tutto questo, poiché l’attenzione di tutti era così concentrata sulla sua ombra che nessuno si ricordava di lui e il suo desiderio di fare da intermediario senza essere notato fu esaudito fino in fondo.

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PAUL CÉZANNE

La santità, come la grandezza, non ha coscienza di sé. Per trentacinque anni Paul Cézanne visse nell’ombra, producendo capolavori che regalava ai vicini ignari. Amava tanto il suo lavoro, che non lo sfiorava neppure l’idea che avrebbe potuto ottenere dei riconoscimenti e non sospettava che un giorno sarebbe stato considerato il padre della pittura moderna.

Egli deve la sua celebrità a un commerciante di quadri il quale ebbe occasione di vedere alcuni suoi dipinti, ne raccolse un certo numero e presentò al mondo dell’arte la prima mostra dedicata a Cézanne.

Tutti ebbero così la sorpresa di trovarsi di fronte a un grande maestro. Quest’ultimo era altrettanto stupito. Arrivò alla galleria d’arte appoggiato al braccio del figlio e, quando vide i suoi quadri in esposizione, non riuscì a trattenere tutta la sua meraviglia. Rivolgendosi al figlio, esclamò:

“Guarda, li hanno incorniciati!”

SUBHUTI E IL VUOTO

Subhuti, discepolo di Buddha, scoprì improvvisamente la ricchezza e la fecondità del vuoto: la constatazione che tutto è transitorio, insoddisfacente e privo di consistenza. In questo stato di divina vuotezza, sedeva beatamente sotto una pianta, quando a un tratto cominciarono a cadere fiori tutt’intorno a lui. E gli dei sussurrarono:

“Siamo estasiati dai tuoi sublimi insegnamenti sul vuoto”. Subhuti replicò:

“Ma non ho detto una parola sul vuoto”.

“È vero”, proseguirono gli dèi. “Tu non hai parlato del vuoto, noi non abbiamo sentito descrivere il vuoto. Questo è il vero vuoto”. E intanto continuava a scendere una pioggia di boccioli. Se avessi parlato del mio vuoto o anche solo ne fossi stato cosciente, sarebbe stato vero vuoto? La musica ha bisogno della cavità del flauto, le lettere della pagina bianca, la luce del vuoto chiamato finestra, la santità dell’assenza di sé.

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