La preghiera della rana (39° cap.) pag.105 L’IO

La preghiera della rana1°

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LA RAGNATELA NEL TURBANTE

Un vecchio giudice arabo era famoso per la sua sagacia. Un giorno un negoziante andò da lui a protestare perché continuava a subire furti nel suo negozio ma non riusciva a catturare il ladro.

Il giudice ordinò di togliere dai cardini la porta della bottega, trasportarla fino al mercato e infliggerle cinquanta frustate perché aveva mancato al suo dovere di impedire al ladro di entrare.

Accorse una grande folla per assistere all’esecuzione di questa insolita sentenza.

Al termine della fustigazione, il giudice si chinò a chiedere alla porta il nome del ladro. Poi appoggiò l’orecchio alla porta per sentire meglio quello che aveva da dire.

Quando si rialzò, annunciò: “La porta dichiara che a commettere i furti è stato un uomo che ha una ragnatela sul turbante”.

Subito un uomo fra la folla portò la mano al turbante. Gli perquisirono la casa e recuperarono la merce rubata.

Basta una sola parola di adulazione o di critica perché l’io si riveli.

“QUESTA CAROTA È MIA!”

Una vecchia signora morì e fu condotta dagli angeli davanti al trono del Giudizio. Nell’esaminare i registri, il Giudice non riuscì a trovare neppure un gesto di carità da lei compiuto, a eccezione di una volta che ella aveva regalato una carota a un mendicante affamato.

Tuttavia la potenza di un singolo atto d’amore è tale che fu decretato che sarebbe andata in paradiso proprio in forza di quella carota. L’ortaggio fu portato in tribunale e consegnato alla donna. Nell’istante in cui ella lo prese in mano, cominciò a salire come se fosse trainato da un filo invisibile e sollevò con sé la donna verso il cielo.

Comparve un povero, il quale si afferrò all’orlo del suo vestito e fu sollevato in alto con lei; una terza persona si attaccò al piede del mendicante e salì anche lei. Presto si formò una lunga coda di persone che salivano verso il paradiso attaccate alla carota e, per quanto sembri strano, la donna non sentiva il peso di tutta quella gente, anzi, poiché guardava verso l’alto, non la vide neppure.

Salirono sempre più in alto finché giunsero quasi al cancello del paradiso e in quel momento la donna si voltò per dare un ultimo sguardo alla terra e vide dietro di sé quella lunga fila di persone.

Ne fu assai irritata! Fece con la mano un gesto imperioso e gridò: “Via! Andatevene via! La carota è mia!”

Nel fare quel gesto lasciò andare per un attimo la carota e precipitò giù con tutto il suo seguito.

Una sola è la causa di tutto il male che c’è sulla terra: “Questo mi appartiene!”

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CHING E IL CASTELLO DI SOSTEGNO PER CAMPANE

Un intagliatore chiamato Ching aveva appena finito di preparare un castello di sostegno per campane. Tutti quelli che lo vedevano si meravigliavano perché sembrava opera degli spiriti.

Quando lo vide il Duca di Lu, domandò: “Che genio siete per riuscire a fare una cosa simile?”.

L’intagliatore rispose: “Sire, sono solo un semplice manovale, non un genio. C’è una cosa però: quando sto per fare un castello di sostegno, medito per tre giorni per acquistare la pace della mente. Dopo aver meditato per tre giorni non penso più a ricompense o guadagni. Dopo cinque giorni di riflessione, non mi importa più né delle lodi né delle critiche, né della bravura né dell’inettitudine. Dopo sette giorni trascorsi in meditazione, di colpo mi dimentico delle mie membra, del corpo, anzi di tutto me stesso. Perdo coscienza della corte e di ciò che mi circonda. Resta solo la mia arte. In quello stato d’animo entro nella foresta ed esamino ogni albero finché trovo quello in cui vedo riflessa la incastellatura in tutta la sua perfezione. Allora le mie mani si mettono all’opera. Poiché io mi sono tirato da parte, nel lavoro che si compie per mezzo mio, la natura incontra la natura e questo è senz’altro il motivo per cui tutti dicono che il prodotto che nasce è opera degli spiriti”.

Diceva un violinista di fama mondiale a proposito del suo successo nel Concerto per violino di Beethoven: “Ho una splendida musica, uno splendido violino e uno splendido archetto. Non mi resta che metterli insieme e farmi da Parte”.

CHI È MARUF KARKHI?

Un discepolo andò da Maruf Karkhi, il maestro musulmano, e gli disse:

“Ho parlato con la gente di voi. Gli ebrei dicono che siete uno dei loro, i cristiani vi considerano un loro santo e i musulmani fanno di voi la gloria dell’Islam”.

Replicò Maruf: “Questo è ciò che dicono qui a Bagdad. Quando vivevo a Gerusalemme, gli ebrei mi davano del cristiano, i cristiani del musulmano e i musulmani dell’ebreo”.

“E noi che cosa dobbiamo pensare?”

“Consideratemi uno che diceva questo di sé: coloro che non mi capiscono mi venerano, e quelli che mi disprezzano non mi capiscono neppure loro”.

Se pensate di essere come dicono i vostri amici e i vostri nemici, senz’altro non vi conoscete.

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