La preghiera della rana (45° cap.) pag.117 —————————AMORE—————————-

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Pag. 117

BUDDHA CON IL NASO ANNERITO DAL FUMO

Una monaca buddhista alla ricerca dell’illuminazione fabbricò una statua di legno del Buddha e la rivesti di una sottile lamina d’oro. Era molto graziosa e la portava con sé dovunque andasse.

Passarono gli anni e la monaca con la sua inseparabile statua fissò la sua dimora in un piccolo tempio, dove c’erano molte statue di Buddha, ciascuna con il suo altare.

Essa cominciò a bruciare incenso davanti al suo Buddha d’oro, ma scoprì con sgomento che una parte del fumo arrivava anche agli altari vicini.

Allora costruì un imbuto di carta che convogliasse il fumo verso il suo Buddha.

Questo sistema annerì il naso della statua e la rese molto brutta.

FEDERICO GUGLIELMO PRETENDE AMORE

Federico Guglielmo, re di Prussia agli inizi del diciottesimo secolo, era famoso per la sua irascibilità. Inoltre detestava l’etichetta. Passeggiava per le strade di Berlino senza scorta e se qualcuno non gli andava a genio, il che accadeva spesso, non esitava a usare il bastone da passeggio sul malcapitato. Non c’era da stupirsi se la gente, vedendolo arrivare, si allontanava cercando di non farsi notare.

Un giorno Federico percorreva una via a grandi passi, quando un berlinese lo scorse, ma non abbastanza in fretta, tanto che il suo tentativo di nascondersi in un portone fu del tutto inutile.

“Ehi tu, laggiù!” esclamò Federico. “Dove stai andando?”

L’uomo cominciò a tremare. “In questa casa, vostra Maestà”.

“È casa tua?”

“No, Maestà”.

“Di un tuo amico?”

“No, Maestà”.

“E allora perché ci entri?”

L’uomo cominciò a temere di essere scambiato per uno scassinatore, e preferì dire la verità: “Per evitare vostra Maestà”.

A questo punto Federico Guglielmo si infuriò. Afferrando il poveretto per le spalle, lo scosse violentemente urlando: “Come osi avere paura di me! Sono il tuo sovrano. Tu mi devi amare! Amami, disgraziato! Amami!”

IL MARITO FUGGITO

Una donna assai corpulenta piombò nell’ufficio di Stato Civile sbattendo la porta alle sue spalle.

“È stato o non è stato lei a rilasciare questa licenza di matrimonio fra me e Jacob Jacobson?” domandò all’impiegato sbattendo il documento sul tavolo.

L’impiegato esaminò il documento con attenzione attraverso gli occhiali spessi.

“Sì, signora. Penso di essere stato io. Perché?”

“Perché”, disse la donna, “lui è scappato. E adesso lei che cosa intende fare?”

I CANI INCATENATI

Dopo un’accesa discussione con la moglie, un uomo disse: “Perché non possiamo vivere in pace come i nostri due cani che non litigano mai?”

“È vero che non litigano”, ammise la donna. “Ma prova a legarli insieme e vedrai che cosa succede!”

LA PRINCIPESSA INCATENATA ALLO SCHIAVO

Una principessa araba si era intestardita a sposare uno dei suoi schiavi. Per quanto il re dicesse o facesse, non c’era verso di farle cambiare idea e nessuno dei suoi consiglieri sapeva che cosa dire. Alla fine si presentò a corte un vecchio e saggio hakim, il quale, nel sentire la difficoltà in cui si trovava il re, disse: “Vostra Maestà è sulla strada sbagliata, perché proibire alla ragazza di sposarsi significa inimicarsela e farla innamorare ancora di più dello schiavo”.

“Dimmi dunque che cosa devo fare”, si lamentò il re.

L’hakim suggerì un piano d’azione. Il re era scettico, ma decise di fare un tentativo.

Mandò a chiamare la giovane e disse: “Voglio mettere alla prova il tuo amore per quest’uomo: verrai rinchiusa in una piccola cella con il tuo innamorato per trenta giorni e trenta notti. Se alla fine di quel periodo vorrai ancora sposarlo, avrai il mio consenso”.

La principessa, fuori di sé dalla gioia, abbracciò il padre e accettò felice la prova. Per un paio di giorni andò tutto bene, ma presto subentrò la noia. Nel giro di una settimana ella cominciò a desiderare la compagnia di altri e a essere esasperata da ogni parola e gesto del suo innamorato. Dopo due settimane era così nauseata di quell’uomo che si mise a urlare e pestare i pugni contro la porta della cella.

Quando finalmente la lasciarono uscire, gettò le braccia al collo di suo padre in segno di gratitudine per averla salvata dall’uomo che ora aborriva.

Vivere separati rende più facile la convivenza. Non c’è vera relazione senza distanza.

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