——–LA PREGHIERA DELLA RANA ——– secondo volume cap. 14 pag. 34

La preghiera della rana1°

Pag.34

L’EMOZIONE DI SCAMBIARSI LE POLTRONE

Dopo trent’anni di serate trascorse tutte davanti al televisore, un marito disse alla moglie: «Perché questa sera non facciamo qualcosa di speciale?»

Nella mente di lei balenò immediatamente la speranza di un bel giro in città. «Evviva!>> esclamò. «Che si fa?>>

«facciamo cambio di poltrona!»

IL GIRAMONDO

In una piccola città di frontiera viveva un vecchietto che in cinquant’anni non aveva mai cambiato casa. Un giorno suscitò la sorpresa generale traslocando nella casa accanto. Subito si precipitarono da lui i cronisti dei giornali locali per chiedergli il motivo del suo gesto. «Credo che sia tutta colpa della mia natura di giramondo», rispose lui sorridendo compiaciuto.

IL CORAGGIO DI UN TOPO

…poiché manca l’unica cosa essenziale…

Narra un’antica favola indiana che un topo viveva in perenne stato di angoscia per paura dei gatti. Un mago ebbe compassione di lui e lo trasformò in un gatto. Allora gli venne la paura dei cani. Il mago lo tramutò in un cane, dopodiché egli cominciò ad avere terrore delle pantere, e il mago lo fece diventare una pantera, ma così fu spaventato dal cacciatore. A questo punto il mago si diede per vinto.

Lo mutò nuovamente in un topo e gli disse: «Non c’è niente che io possa fare per aiutarti, perché tu hai il cuore di un topo».

IL PARADISO PUÒ ATTENDERE

Un prete entrò in un’osteria e scoprì, tutto indignato, che c’erano molti suoi parrocchiani. Li chiamò a raccolta e li condusse tutti in chiesa.

Proclamò quindi solennemente: «Tutti quelli che vogliono andare in Paradiso, facciano un passo a sinistra».

Tutti obbedirono, tranne un tizio che non si mosse di un centimetro.

Il prete lo fissò con aria severa e gli domandò: «Tu non vuoi andare in Paradiso?»

«No», replicò l’altro.

«Non vorrai farmi credere che quando morirai tu non vorrai andare in Paradiso?»

«Certo che ci voglio andare quando muoio, ma credevo che lei intendesse andarci subito!»

Siamo pronti a buttarci a capofitto solo quando non funzionano più i freni.

LA MONACA BUDDHISTA RYONEN

La monaca buddhista Ryonen nacque nell’anno 1779. Era nipote del famoso guerriero giapponese Shingen e veniva considerata una delle donne più belle di tutto il Giappone e una grande poetessa, tanto che all’età di diciassette anni fu scelta come dama di corte e si affezionò moltissimo a sua maestà l’imperatrice .

Quando quest’ultima improvvisamente morì, Ryonen subì un profondo trauma spirituale e prese dolorosamente coscienza della natura transitoria delle cose. Fu allora che decise di studiare lo zen. La sua famiglia però non era d’accordo e la costrinse quasi con la forza a sposarsi.

Ella riuscì comunque a strappare ai suoi familiari e al futuro marito la promessa che, dopo aver messo al mondo tre figli, sarebbe stata libera di farsi suora.

Questo si avverò quando ella aveva venticinque anni. Allora né le suppliche del marito né alcuna altra cosa al mondo poterono dissuaderla dal suo proposito. Si rase il capo, prese il nome di Ryonen (che significa: «capire chiaramente») e iniziò il suo pellegrinaggio.

Giunse alla città di Edo e chiese al maestro Tetsugyu di prenderla come sua discepola. A quest’ultimo bastò una sola occhiata, per mandarla via con la scusa che era troppo bella.

Allora Ryonen si recò da un altro maestro, Hakuo, il quale la respinse per lo stesso motivo: la sua bellezza, spiegò, sarebbe stata solo fonte di guai.

Ryonen decise quindi di marchiarsi il volto con un ferro rovente, distruggendo per sempre la sua bellezza fisica. Quando ritornò da Hakuo, egli la accettò come discepola.

Ryonen scrisse una poesia sul retro di un piccolo specchio per commemorare l’avvenimento: «Quand’ero al servizio dell’imperatrice, bruciavo l’incenso per profumare le mie belle vesti. Ora che vado in giro a mendicare, brucio il mio viso per entrare nel mondo dello zen».

Quando capì che era giunta la sua ora, scrisse un altra poesia: «Sessantasei volte questi occhi hanno contemplato la dolcezza dell’autunno. Non domandare nulla. Ascolta il fremito dei pini quando il vento tace».

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