——–LA PREGHIERA DELLA RANA ——– secondo volume cap. 47 pag. 98

La preghiera della rana1°

Pag. 98

«CHE ME NE IMPORTA?»

Ogni mese il discepolo inviava al maestro una relazione del suo progresso spirituale.

Il primo mese scrisse: «Sento l’espandersi della coscienza e il mio essere tutt’uno con l’universo».

Il maestro diede un’occhiata al biglietto e lo gettò via.

Il mese seguente ecco che cosa diceva: «Finalmente ho scoperto che il divino è presente in tutte le cose».

Il maestro apparve deluso.

Nella sua terza lettera, il discepolo spiegava con entusiasmo: «Al mio sguardo errante è stato svelato il mistero dell’unità e della pluralità».

Il maestro sbadigliò.

La lettera successiva diceva: «Nessuno nasce, nessuno vive, poiché l’io non esiste».

Il maestro spalancò le braccia disperato.

Passò un mese, poi due, poi cinque, infine un intero anno.

Il maestro pensò che fosse ora di ricordare al discepolo che aveva il dovere di tenerlo informato del suo progresso spirituale.

Quello rispose: «Che me ne importa?»

Quando il maestro lesse queste parole, il viso gli si illuminò di gioia ed esclamò: «Grazie a Dio, finalmente ha capito!»

Anche agognare la libertà è una forma di schiavitù. Non saremo mai veramente liberi, finché non smetteremo di preoccuparci se siamo liberi o no. Solo chi è contento è libero.

COSÌ NACQUERO LE SCARPE

Un grande e sciocco re, il quale si lamentava che il terreno scabro gli faceva male ai piedi, ordinò che tutto il paese venisse tappezzato di pellame. Il buffone di corte rise quando seppe dell’ordine dato dal re.

«Che idea folle, Vostra Maestà», esclamò. «Perché sprecare così tanto denaro? Basterà che tagliate due piccole pezze con cui proteggervi i piedi!» Il re seguì il suo consiglio e fu così che nacquero le prime scarpe.

Chi è illuminato sa che per trasformare il mondo in un luogo privo di sofferenza è il cuore che va cambiato, non il mondo intero.

LO SCHIAVO E LA TEMPESTA

Un marajà uscì in mare, quand’ecco scoppiò una grande tempesta. Uno degli schiavi che erano a bordo cominciò a piangere e disperarsi per la paura, perché non era mai stato su una barca prima di allora. I suoi lamenti erano così acuti e persistenti che tutti i passeggeri cominciarono ad essere irritati e il marajà voleva gettare l’uomo in mare.

Ma il suo Primo Consigliere, che era un saggio, intervenne a suo favore: «Lasciate fare a me», disse, «Credo di poterlo curare».

Ordinò quindi ai marinai di buttarlo in mare. Non appena si trovò fra i flutti, il poveretto si mise a urlare di terrore e ad agitare braccia e gambe come un pazzo. Pochi secondi dopo, il saggio ordinò che lo issassero a bordo.

Una volta a bordo, lo schiavo si rannicchiò in un angolo nel più assoluto silenzio.

Quando il marajà chiese al consigliere il motivo di tale comportamento, quello rispose: «Non Ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati finché le cose non peggiorano».

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