———UN MINUTO DI SAGGEZZA—–

Un minuto di saggezza

UN MINUTO DI SAGGEZZA

UN MINUTO DI SAGGEZZA NELLE GRANDI RELIGIONI

ANTHONY DE MELLO

Titolo originale: One minute wisdom Anthony de Mello, sj, 1985, Lonavla, India Edizione italiana a cura di Elisabeth Schreil Traduzione dall’inglese di Giuliana Lupi Tredicesima edizione

PRESENTAZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA

di Luigi Sartori*

Perché un’altra presentazione al nuovo lavoro di Anthony de Mello? L’Autore ci è già divenuto familiare. Il nuovo lavoro non ha bisogno di precursori che gli appianino la strada. Il Maestro potrebbe addirittura insospettirsi; quasi gli si voglia predisporre una «gabbia» teologica per imprigionarvi i suoi uccelli che cantano. Troppa la libertà trasgressiva da lui concessa ai voli mistici? Necessità di tutelare la serenità dei credenti normali, dei protetti dal tepore delle forme istituzionali della religione? No! Le ragioni del presente intervento sono ben altre; si vorrebbe approfittare dell’occasione propizia per una sollecitazione che investa la responsabilità di quanti hanno a cuore la diffusione di una autentica spiritualità nel nostro mondo occidentale. Questa volta Anthony de Mello unifica tutte le foglie sparse dei suoi stimoli meditativi, riconducendo ogni parola a un generico anonimo «Maestro». Egli vorrebbe prospettare una più ampia e più universale sintonizzazione fra le molte voci della saggezza, sollecitando forme nuove, attenzioni nuove, perenne creatività, in funzione di un maggiore adeguamento alla diversità e alla mobilità delle situazioni concrete della vita attuale nel mondo. Non è solo in Oriente che si deve esprimere il ricorso ai maestri di saggezza; il nostro Occidente forse ne ha più bisogno.

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Un minuto di saggezza Il nuovo saggio di A. de Mello, pertanto, sembra teso a mostrare come la Sapienza e il Maestro sanno essere aggiornati; prediligono infatti l’uomo d’azione immerso negli affari del mondo; il loro interlocutore è anche operatore in borsa, usa l’automobile, maneggia i computer, se ne intende di scienza e di tecnica. In ogni caso, non si tratta di persone che intendono uscire dal mondo per farsi monaci; si tratta di comuni mortali, uomini e donne che si fidanzano, si sposano, hanno famiglia, vivono nelle preoccupazioni dei figli e del lavoro. Si vuole predisporli a una via «normale» anche per quanto riguarda la santità; il Maestro sembra addirittura diffidare di coloro che hanno sete di miracoli, e che considerano segno del divino soltanto o soprattutto la straordinarietà. A questa umanità comune e feriale, il Maestro ribadisce l’urgenza e indica anche la possibilità della concentrazione e della intensa interiorità. È questa interiorità che fa le persone libere, vale a dire soggetti che non svendono se stessi ad altri, da eterni minorenni e dipendenti; soggetti che non si lasciano disperdere e buttar fuori dal loro presente, «qui e ora», ma che attraggono verso la densità del presente il passato e il futuro, così da riempirlo veramente di memoria e di profezia. Ma il paradosso ancor più elevato e più nobile sta in questo: che l’uomo d’azione, l’uomo che si protende alla maturità, alla perfezione del suo «essere attivo», può raggiungere tale traguardo solo attraverso la passività, attraverso il suo saper diventare bambino, recettivo, accogliente, disponibile all’azione creatrice di Dio e della sua grazia. Agire al massimo, ma per diventare al massimo recettivi; parlare e pensare, ma poi fare silenzio; dire tanti «sì», ma per approdare al «no». Il vuoto, condizione della vera pienezza. Libro bianco, perché vi sia scritto l’universo in maniera totale e definitiva. Solo così la

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Realtà diventa veramente nostra. È costruendo l’occhio che ci si dispone a vedere. Il Maestro universale perciò indica a tutti la via della contemplazione, intesa come capacità di ammirare ogni cosa restando dentro il mondo, non uscendone, per poter accogliere veramente il dono di Dio e, in esso e con esso, Dio stesso. Di ciò ha bisogno forse più l’Occidente che l’Oriente Gli sforzi di de Mello sono validi a provocarci, ma forse non bastano ancora, perché risentono di un mondo molto diverso dal nostro, nonostante tutti i tentativi di aggiornare la proposta in modo da raggiungere l’uomo della civiltà tecnica. I frequenti spunti «antireligiosi» (nel senso di antiformalismo religioso) connotano una situazione in cui la religione rimane ancora un aspetto e una dimensione fondamentale della società e della cultura. I credenti, in tale contesto, hanno bisogno di una critica provocatoria che li aiuti a liberarsi da idolatrie e da abuso alienante della religiosità. Da noi, invece, il contesto secolarizzato rende più difficile tale discorso; la diffusione della indifferenza religiosa, dell’insensibilità e dell’apatia, impegna a ricercare altri modi di proposta mistica e di spiritualità. L’uomo secolare è vittima di altre idolatrie: quelle che atrofizzano il senso religioso, il quale va suscitato o almeno aiutato a risvegliarsi e a riprendere vigore. Il Maestro di cui abbiamo bisogno dovrebbe saper parlare soprattutto ai non credenti, alla massa degli estranei al discorso religioso. Comunque, per tutti vale e varrà sempre il principio di fondo che regge la sapienza di cui sono impregnati i testi di de Mello: la vera e principale questione non è di vedere o di adeguare soltanto l’atto del vedere perché esso sia bene orientato al suo oggetto, ma quella più radicale di predisporre gli occhi al vedere. Nel mondo, purtroppo, ci sono più ciechi di Un minuto di saggezza quanto appare. Anzi, non tutti quelli che già vedono cose e colori sono veramente vedenti! L.S.

Mons. Luigi Sartori docente di ecclesiologia al Seminario Maggiore di Padova e già alla Facoltà Teologica Interregionale di Milano. Presidente dell’Associazione Teologica Italiana (ATI) e del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE), membro di «Fede e Costituzione» del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC).

«Esiste qualcosa come un minuto di saggezza?» «Certamente», rispose il maestro. Ma un minuto è di certo troppo corto». «È cinquantanove secondi troppo lungo». Ai discepoli sconcertati il maestro disse poi: «Quanto tempo ci vuole per scorgere la luna?». «E allora perché tutti questi anni di sforzi spirituali?». «Per aprire gli occhi ci può volere tutta la vita. Vedere accade in un lampo».

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PRESENTAZIONE DELL’AUTORE

Il maestro di questi racconti non è un’unica persona. È un guru induista, un roshi zen, un saggio taoista, un rabbi ebreo, un monaco cristiano, un mistico sufico. È Lao Tzu e Socrate, Buddha e Gesù, Zarathustra e Maometto. Il suo insegnamento si trova nel VII secolo a. C. e nel XX secolo d.C. La sua saggezza appartiene sia all’oriente che all’occidente. I suoi antecedenti storici hanno davvero importanza? La storia, dopo tutto, è il ricordo delle apparenze, non della realtà; delle dottrine, non del silenzio. Ci vorrà solo un minuto per leggere ognuno degli aneddoti che seguono. Probabilmente il linguaggio del maestro vi sembrerà sconcertante, esasperante, persino del tutto incomprensibile. Questo, ahimé, non è un libro facile! È stato scritto non per istruire ma per risvegliare. Nascosta nelle sue pagine (non nelle parole stampate, neppure nei racconti, ma nel suo spirito, nel suo stato d’animo, nella sua atmosfera) c’è una saggezza che non può essere trasmessa nel linguaggio umano. Leggendo le pagine scritte e cercando di interpretare le parole enigmatiche del maestro può darsi che vi imbattiate involontariamente nell’insegnamento tacito che si nasconde nel libro e che ne siate risvegliati… e trasformati. Questa è saggezza: essere trasformati senza il minimo sforzo da parte vostra, che lo crediate o meno, semplicemente risvegliandosi alla realtà che non è parole, che è fuori della portata delle parole. Se sarete abbastanza fortunati da essere risvegliati in questo modo, saprete perché il linguaggio più bello è quello non parlato, l’azione più bella è quella non compiuta e il cambiamento più bello è quello non voluto. Attenzione. Prendete i racconti in piccole dosi: uno o due per volta. Una «overdose» ne diminuirebbe l’efficacia.

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