15) Pag. 54 Arrivare all”io” togliendo strato dopo strato

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Arrivare all”io” togliendo strato dopo strato

 

Ora vi propongo un altro esercizio. Vi chiedo di scrivere su un pezzo di carta una brevissima descrizione di voi stessi – per esempio, uomo d’affari, prete, essere umano, cattolico, ebreo, qualsiasi cosa.

Vedo che alcuni scrivono parole come fecondo, pellegrino alla ricerca di qualcosa, competente, vivo, impaziente, concentrato, flessibile, conciliante, amante, membro della razza umana, eccessivamente strutturato. Spero che questo sia il frutto dell’osservazione di voi stessi, come se aveste osservato un’altra persona.

Però fate attenzione: è l'”io” che osserva ill “me”. Questo è un fenomeno interessante che non ha mai smesso di destare meraviglia tra i filosofi, i mistici, gli scienziati, gli psicologi: l'”io” può osservare il “me”. Sembra che gli animali non possano farlo assolutamente. Sembra dunque che sia necessaria una certa quantità di intelligenza per poterlo fare.

Quella che vi sottoporrò ora non è metafisica, non è filosofia. É Semplice osservazione, e buon senso. I grandi mistici d’Oriente si riferiscono in realtà a quell'”io”, non al “me”. In effetti, alcuni mistici ci dicono che iniziamo prima di tutto dalle cose, dalla consapevolezza delle cose; poi ci spostiamo verso una consapevolezza dei pensieri (che rappresentano il “me”) e alla fine giungiamo alla consapevolezza di chi pensa. Cose, pensieri, pensatore.

Quel che cerchiamo davvero è il pensatore. Può il pensatore conoscere se stesso? Posso io sapere cos’è l”io”? Alcuni di questi mistici rispondono: «Può il coltello tagliare se stesso? Può il dente mordere se stesso? Può l’occhio vedere se stesso? Può l”io” conoscere se stesso?» Ma in questo momento mi interessa qualcosa di molto più pratico, e cioè la decisione di ciò che”io” non è.

Procederò con la maggiore lentezza possibile, perché le conseguenze sono devastanti. Splendide o terribili, a seconda del vostro punto di vista.

Ascoltate ciò che vi dico: io sono i miei pensieri, i pensieri che sto pensando? No. I pensieri vanno e vengono; io non sono i miei pensieri. Sono il mio corpo? Dicono che ogni minuto che passa milioni di cellule del nostro corpo cambiano e si rinnovano, cosicché nel giro di sette anni non ci rimane in corpo nemmeno una singola cellula vivente tra quelle che avevamo sette anni prima. Le cellule vanno e vengono, nascono e muoiono. L”io”, invece permane. Dunque, io sono il mio corpo? Evidentemente no!

L”io” è qualcosa di diverso e di più, rispetto al corpo. Forse si potrebbe dire che il corpo fa parte dell”io”, ma è una parte che varia. Continua a muoversi, a cambiare. Usiamo lo stesso nome per definirlo, ma cambia continuamente. Proprio come chiamiamo cascate del Niagara le cascate del Niagara, pur essendo queste costituite da acqua che cambia continuamente. Usiamo lo stesso nome per una realtà in continua evoluzione.

E il mio nome? É forse “io” il mio nome? Evidentemente no, perché posso cambiare il mio nome senza cambiare l”io”. E la mia carriera? E le mie convinzioni? Dico che sono un cattolico, un ebreo – è forse questa parte essenziale dell”io”? Quando passo da una religione all’altra, l”io”? Quando passo da una religione all’altra, l”io” è cambiato? In altre parole, il mio nome è parte essenziale in me, dell'”io”? La mia religione è una parte essenziale dell'”io”?

Ho citato prima la bambina che dice al bambino: «Sei un presbiteriano?». Ebbene, qualcuno mi ha raccontato un’altra storiella, che parla di un certo Paddy.

Paddy sta camminando lungo le strade di Belfast e a un certo punto si sente puntare una pistola alla nuca, e una voce gli chiede: «Sei cattolico o protestante? ».

Paddy è costretto a pensare in fretta. Risponde: «Sono ebreo».

E sente una voce che dice: «Devo proprio essere l’arabo più fortunato di tutta Belfast».

Le etichette sono davvero importanti per noi. «Sono repubblicano» diciamo. Ma lo siamo davvero? Non si può certo affermare che, quando si cambia partito, si cambi anche l'”io”. Non è forse il solito vecchio “io”, con delle nuove convinzioni politiche?

Ricordo di aver sentito parlare di un uomo che chiede a un amico: «Pensi di votare per i repubblicani»?

E l’amico risponde: «No, penso di votare per i democratici. Mio padre era democratico, mio nonno era democratico, il mio bisnonno era democratico».

E l’uomo dice: «Ma questa è una logica folle. Voglio dire: se tuo padre fosse stato un ladro di cavalli, e tuo nonno lo stesso, e il tuo bisnonno pure, tu cosa saresti?».

«Ah», risponde l’amico, «allora sarei repubblicano».

Passiamo gran parte della nostra vita a reagire a delle etichette, le nostre e quelle degli altri. Identifichiamo le etichette con l'”io”. Cattolico e protestante sono etichette molto frequenti.

Un tizio andò da un prete e gli chiese: «Padre, voglio che celebri una messa per il cane».

Il prete s’indignò. «Cosa intendi dire con questo?».

«Si tratta del mio cagnolino», rispose l’uomo. «Amavo quel cane e vorrei che lei celebrasse una messa in suo ricordo».

Il prete disse: «Qui non celebriamo messe per dei cani. Forse può provare alla congregazione che c’è più avanti, su questa via. Chieda a loro se sono disposti a farlo».

Uscendo, l’uomo disse al prete: «Peccato. Amavo moltissimo quel cane. Avevo pensato di offrire una prebenda di un milione di dollari per la messa».

E il prete: «Aspetti un attimo: non mi aveva detto che il suo cane era cattolico».

 

Quando si è intrappolati dalle etichette che valore hanno etichette, in relazione all'”io”? Potremmo dire che l'”io” non è rappresentato da alcuna delle etichette che noi gli attribuiamo? Le etichette appartengono al “me”. Quello che cambia continuamente è il “me”. L'”io” cambia? L’osservatore cambia?

Il fatto è che, quali siano le etichette che vi vengono in mente (eccetto, forse, quella di essere umano), le dovreste applicare al “me”. L'”io” non è niente di tutto questo.

Dunque, quando uscite da voi stessi e osservare il “me”, non vi identificate più con il “me”. La sofferenza esiste dentro il “me”, e così, quando identificate l'”io” e il “me”, inizia la sofferenza.

Poniamo che abbiate paura, o un desiderio, o delle ansie. Quando l'”io” non si identifica con il denaro, o il nome, o la nazionalità, o le persone, o gli amici, o qualsiasi qualità, l'”io” non è mai minacciato. Può essere molto attivo, ma non è minacciato. Pensate a qualcosa che vi ha causato o vi causa dolore, preoccupazione o ansia.

Prima di tutto, riuscite a individuare il desiderio sotto quella sofferenza? Capite che c’è qualcosa che desiderate ardentemente, e che questo vi causa sofferenza? Cos’è quel desiderio?

Secondo, è soltanto un desiderio; è in un atto un’identificazione. In qualche modo, avete detto a voi stessi: «Il benessere dell'”io”, quasi l’esistenza stessa dell'”io” sono legati a quel desiderio». La sofferenza e dovuta unicamente alla mia identificazione con qualcosa, che sia al mio interno o all’esterno.

 

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