26) Pag. 100  Il cambiamento come avidità

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 Il cambiamento come avidità

 

Ma resta ancora un’importante domanda: sto facendo qualcosa per cambiare me stesso?

    Ho una sorpresa per voi, davvero un’ottima notizia! Non dovete fare proprio niente. Più fate, peggio è. Non dovete far altro che capire. Pensate per un attimo a qualcuno con cui vivete o lavorate, e che non vi piace, che suscita in voi dei sentimenti negativi. Cerchiamo di capire cosa accade. La prima cosa da capire è che il sentimento negativo è dentro di voi. Siete voi i responsabili del sentimento negativo, non quella data persona. Un altro, al vostro posto, sarebbe perfettamente calmo e a proprio agio in sua presenza: non verrebbe toccato in alcun modo. Voi sì.

   Ora, cercate di capire anche questo: voi state pretendendo qualcosa. Avete delle aspettative su quella persona. Riuscite a sentirlo? Allora, ditele: «Non ho alcun diritto di pretendere qualcosa da te». Dicendolo, lascerete cadere le vostre aspettative. «Non ho diritto di pretendere qualcosa di te. Certo, mi proteggerò dalle conseguenze delle tue azioni, o del tuo umore, e così via, ma tu puoi fare quello che vuoi ed essere quel che hai scelto di essere. Non ho diritto di pretendere qualcosa da te».

   Osservate cosa vi accade quando eseguite quanto vi ho detto. Se provate riluttanza a dirlo, allora avete davvero parecchio da scoprire sul vostro “me”. Lasciate che il dittatore che è in voi, il tiranno che è in voi, emerga in superficie. Pensavate di essere degli agnellini, vero? Ma sia io che voi siamo dei tiranni, una piccola variante della massima “sono un asino, sei un asino”. Sono un dittatore, sei un dittatore. Io voglio gestire la tua vita al tuo posto; voglio dirti esattamente come dovresti essere e come dovresti comportarti e sarà meglio che ti comporti come ho deciso, perché altrimenti mi punirò facendo sorgere in me dei sentimenti negativi. Ricordate quel che vi ho detto: siamo tutti folli.

   Una donna mi raccontò che suo figlio aveva ricevuto un premio dalla sua scuola superiore. Il premio gli era stato concesso per la sua bravura negli sport e nelle materie accademiche. La donna si rallegrava per lui, ma era quasi tentata di dirgli: «Non compiacerti troppo di quel premio, perché non è detto che le cose ti andranno sempre altrettanto bene». Era combattuta: non sapeva come prevenire le future delusioni del figlio senza rovinargli la festa in quel momento.

   Auspicabilmente, il ragazzo imparerà e nel frattempo anche la saggezza della madre aumenterà. Non c’entra quello che lei gli dice o non gli dice. Dipende tutto da come diventerà lei: allora sarà in grado di capire, e saprà cosa dire e quando dirlo. Quel premio è il risultato di una competizione che può essere crudele, se basata sull’odio nei confronti di se stessi e degli altri. La gente è contenta sulla base della scontentezza di qualcun altro: si vince sconfiggendo qualcun altro. Non è terribile?  Eppure è dato per scontato in un ricovero per i matti!

   C’è un medico americano che ha descritto gli effetti della competitività sulla sua vita. Aveva frequentato una scuola di medicina in Svizzera, in cui la presenza di allievi americani era piuttosto consistente. Il medico afferma che parecchi studenti subirono un vero e proprio shok quando capirono che non c’erano voti, né premi, né elenchi dei più bravi, né primi e secondi della classe. O si veniva promossi o si veniva bocciati.

   Racconta il medico: «Alcuni di noi non riuscirono ad accettarlo. Eravamo diventati quasi paranoici, convinti com’eravamo che ci fosse sotto qualcosa». Così, alcuni studenti cambiarono scuola. Quelli che sopravvissero scoprirono improvvisamente una strana cosa che non avevano mai notato nelle università americane: degli studenti, tra i più brillanti, aiutavano gli altri a superare gli esami, passando loro i propri appunti.

   Suo figlio frequenta una scuola di medicina negli Stati Uniti e gli riferisce che, nel laboratorio, gli allievi spesso manomettono il microscopio in modo che lo studente successivo debba impiegare tre o quattro minuti per sistemarlo. Competitività. Devono avere successo, devono essere perfetti. E il medico racconta una bella storiella che dice corrispondere al vero, ma che potrebbe anche servire splendidamente da parabola.

   In America, in una piccola città, alla sera la gente si riuniva per suonare. C’erano un sassofonista, un batterista e un violinista, per lo più persone anziane. Si trovavano per farsi compagnia e per la pura gioia di fare musica, pur non essendo particolarmente bravi. E dunque si godevano la reciproca compagnia, divertendosi parecchio, finché un giorno decisero di scegliere un nuovo direttore che aveva grandi ambizioni e capacità di stimolo.

   Il nuovo direttore disse loro: «Ehi, ragazzi, dobbiamo tenere un concerto: dobbiamo preparare un concerto per la città». Poi, gradualmente, cominciò a mandare via alcuni che non suonavano troppo bene, fece entrare nella banda alcuni musicisti di professione, mise su un’orchestra e il loro nome cominciò a comparire sui giornali. Splendido, no? Così decisero di andare nella grande città per suonare anche lì.

   Ma alcuni dei più anziani avevano le lacrime agli occhi e dicevano: «Era così bello, ai vecchi tempi, quando facevamo le cose male ma ce le godevamo». E così la crudeltà fece ingresso nella loro vita, ma nessuno la riconosceva per quello che era. Capite come sono diventate folli le persone?

   Alcuni di voi mi hanno chiesto cosa intendevo dicendo: «Tu puoi fare quello che vuoi ed essere te stesso, va bene, ma io mi proteggerò, sarò me stesso». In altre parole, non ti permetterò di manipolarmi. Vivrò la mia vita, andrò per la mia strada, sarò libero di pensare i miei pensieri, di seguire le mie inclinazioni e i miei gusti. Ti dirò di no. Se sentirò di non voler stare in tua compagnia, non sarà a causa dei sentimenti negativi che tu provochi in me, perché questo non accadrà più: non avrai più alcun potere su di me. Semplicemente, può darsi che preferisca la compagnia di altre persone.

   Dunque, se magari mi chiederai: «Che ne dici di andare al cinema stasera?», risponderò: «Mi dispiace, ma preferisco andarci con qualcun altro: preferisco la sua compagnia alla tua». E va bene.

   Saper dire di no alle persone è bellissimo, fa parte del risveglio. Fa parte del risveglio vivere la propria vita come si ritiene opportuno. E ricordate: questo (non) è egoismo. Quel che è egoista è pretendere che qualcun altro viva la propria vita come (voi) ritenete opportuno. (Questo) sì che è egoismo. Non è da egoisti vivere la propria vita come si ritiene opportuno.

   L’egoismo risiede nel pretendere che qualcun altro viva la propria vita per adattarsi ai vostri gusti, o al vostro orgoglio, o al vostro guadagno, o al vostro piacere. Questo sì è veramente egoista. Dunque, mi proteggerò. Non mi sentirò obbligato a stare con te, né a risponderti di sì. Se troverò piacevole la tua compagnia, allora ne godrò senza abbarbicarmi ad essa. Però non ti eviterò più a causa dei sentimenti negativi che creavi in me. Non hai più quel potere.

   Il risveglio dovrebbe essere una sorpresa. Quando non ci si aspetta che qualcosa accada, e questa cosa accade, si prova stupore. Quando la moglie di Webster lo sorprese mentre baciava la cameriera, gli disse che era molto stupita. Ora,

era piuttosto pignolo sull’uso appropriato delle parole (il che è comprensibile, dato che ha scritto un dizionario) e così le rispose: «No, cara: io sono stupito, tu sei attonita!».

   Alcune persone si pongono il risveglio come obiettivo. Sono decise ad arrivarci e dicono: «Mi rifiuto di essere felice finché non mi sarò svegliato».In questo caso, è meglio restare come siete, semplicemente per essere consapevoli del modo in cui siete fatti. La semplice consapevolezza è felicità, rispetto al tentativo di reagire tutto il tempo.

   La gente reagisce così velocemente perché non è consapevole. Arriverete a capire che ci sono occasioni in cui si reagisce per forza, anche nella consapevolezza. Però, man mano che la consapevolezza aumenta, si reagisce meno e si agisce di più. In realtà, non ha importanza.

   C’è una storia che racconta di un discepolo, il quale disse al suo guru che sarebbe andato in un luogo lontano per meditare e che sperava di tornare illuminato. Così, ogni sei mesi, il discepolo spediva al guru una lettera per riferirgli dei progressi che stava compiendo. La prima lettera diceva: «Ora capisco cosa significa perdere il sé». Il guru stracciò il foglio e lo buttò nel cestino della carta.

   Dopo sei mesi ricevette un’altra lettera, che diceva: «Ora ho raggiunto la sensibilità nei confronti di tutti gli esseri viventi». Il guru la strappò. Una terza lettera diceva: «Ora capisco il segreto dell’unità e della molteplicità». Anche questa fu stracciata.

   La cosa andò avanti per quattro anni e poi non arrivarono più missive. Dopo un po’ il guru cominciò a incuriosirsi e, dato che un viaggiatore si stava dirigendo verso quel luogo lontano, il guru gli chiese: «Perché non vai a scoprire cosa ne è stato di quel discepolo?».

   Finalmente, ricevette una lettera dal giovane. C’era scritto: «Cosa importa?». E quando il guru l’ebbe letta, esclamò: «Ce l’ha fatta! Ce l’ha fatta! Finalmente ha capito! Ha capito!».

   C’è un’altra storia, che racconta di un soldato sul campo di battaglia che improvvisamente lasciava cadere a terra il suo fucile, tirava su un pezzo di carta trovato lì e lo guardava. Poi lo lasciava ricadere al suolo. Dopo, si spostava da qualche altra parte e rifaceva la stessa cosa.

   Così, gli altri cominciarono a dire: «Quest’uomo mette a repentaglio la propria vita. Ha bisogno di aiuto». Lo portarono all’ospedale e uno dei migliori psichiatri si occupò di lui. Ma le cure sembravano non avere effetto. Vagava per le corsie raccogliendo pezzi di carta, per poi guardarli pigramente e lasciarli cadere nuovamente a terra.

   Alla fine dissero: «Bisogna congedare quest’uomo dall’esercito». Così lo chiamarono e gli diedero un foglio di congedo; lui lo prese lentamente, lo guardò, e gridò: «É questo? Sì, è lui!». Finalmente l’aveva trovato.

   Dunque, cominciate con l’essere consapevoli della vostra situazione attuale, qualunque essa sia. Smettetela di fare i dittatori. Smettetela di costringervi ad andare in una certa direzione. Solo allora, un giorno o l’altro, capirete che con la sola consapevolezza avrete già ottenuto ciò che prima vi costringevate a cercare.

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