35) Pag. 140 – Le parole introvabili

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Le parole introvabili

Dag Hammarskjold, ex segretario generale delle Nazioni Unite, ha detto una frase molto bella: «Dio non muore il giorno in cui smettiamo di credere in una divinità personale. Siamo invece noi a morire il giorno in cui la nostra vita cessa di essere illuminata dal fulgore costante dello stupore che si rinnova quotidianamente, la fonte del quale è al di là della ragione».

   Non dobbiamo litigare su una parola, perché «Dio» è solo una parola, un concetto. Non si litiga mai sulla realtà: si litiga sulle opinioni, sui concetti, sui giudizi. Abbandonate i vostri concetti, le vostre opinioni, i vostri pregiudizi, i vostri giudizi, e lo capirete.

   «Quia de Deo scire non possumus quid sit, sed quid non sit, non possumus considerare de Deo quomodo sit, sed quomodo non sit». Questa è l’introduzione di san Tommaso d’Aquino alla sua intera Summa thologiae: «Poiché non possiamo sapere cosa sia Dio, ma solo cosa non è, non possiamo considerare com’è Dio ma solo come non è».

   Ho già citato il commento di Tommaso al De Trinitate di Boezio, dove afferma che il grado più elevato della conoscenza di Dio è conoscere Dio in quanto sconosciuto, tamquam ignotum.

   E nella sua Quaestio disputata De potentia Dei, Tommaso dice: «Ecco l’ultimo approdo della conoscenza umana di Dio: sapere che non conosciamo Dio». Questo gentiluomo era considerato il principe dei teologi.

   Era un mistico e oggi è un santo canonizzato. Direi che le basi sono piuttosto solide.

   In India, c’è un detto sanscrito che descrive questo tipo di approccio: “Neti, neti”. Significa: “quello no, quello no”. Il metodo di Tommaso era conosciuto come la via negativa, l’approccio negativo.

   C.S. Lewis scrisse un diario mentre sua moglie stava morendo. É intitolato Diario di un dolore. Aveva sposato una donna americana che amava profondamente. Ai suoi amici aveva detto: «Dio mi ha concesso, a sessant’anni, quello che mi aveva negato quando ne avevo venti». L’aveva appena sposata, quando lei morì di cancro, soffrendo molto. Lewis disse che la sua fede si era sbriciolata come un castello di carte. Era un grande apologeta cristiano, ma quando la disgrazia lo colpì, si chiese: «Dio è un padre amorevole o pratica invece la vivisezione?». Ci sono ottime prove di entrambe le tesi!

   Ricordo che quando mia madre si ammalò di cancro, mia sorella mi disse: «Tony, perché Dio ha permesso che la mamma subisse tutto questo?». E io le risposi: «Mia cara, l’anno scorso, in Cina, un milione di persone sono morte di fame a causa della carestia e non mi hai mai posto questa domanda».

   Talvolta, la cosa migliore che ci possa capitare è che una disgrazia ci svegli, costringendoci ad affrontare la realtà, perché è in questo modo che raggiungiamo la fede, così com’è accaduto a Lewis. Egli disse che non aveva mai avuto dubbi, prima di allora, sul fatto che le persone sopravvivessero alla morte, ma dopo quella della moglie non ne era più certo. Perché? Perché per lui era molto importante che lei vivesse.

   Lewis, come sapete, è un maestro nell’arte dei paragoni e delle analogie. Dice: «É come una corda. Qualcuno vi chiede: “Questa corda può sostenere il peso di centoventi libbre?”. Voi rispondete di sì. “Bene, allora adesso ci appendiamo il tuo migliore amico”. E voi: “Aspetta un attimo, fammela riprovare”. Non siete più tanto sicuri».

   Nel suo diario, Lewis scrive anche che non possiamo sapere nulla di Dio e che persino le nostre domande su Dio sono assurde. Perché? É come se una persona cieca dalla nascita vi chiedesse: «Il colore verde è caldo o freddo?». Neti, neti. Quello no. «É lungo o corto?». Quello no. «É dolce o amaro?». Quello no. «É tondo, ovale o quadrato?». Quello no, quello no. Il cieco non ha parole né concetti che rappresentino un colore di cui non ha idea, né intuizione, né esperienza. Gli potete parlare solo per mezzo di analogie. Qualsiasi domanda vi ponga, potete solo rispondere: «Quello no».

   C.S. Lewis dice in qualche suo scritto che è come chiedere quanti minuti ci sono nel colore giallo. Tutti potrebbero prendere la domanda molto sul serio, discutendola anche con molto calore. Una persona afferma che nel colore giallo ci sono venticinque carote e l’altra grida: «No, diciassette patate!». Ed ecco che improvvisamente si mettono a litigare. Quello no, quello no!

   Ecco qual è l’ultimo approdo della conoscenza umana di Dio: sapere che non sappiamo. La nostra grande tragedia è che sappiamo troppo. Pensiamo di sapere: questa è la tragedia. E dunque, non scopriamo mai. In effetti, Tommaso d’Aquino (che non è soltanto un teologo ma anche un grande filosofo) afferma in più occasioni: «Neppure tutti gli sforzi della mente umana riuscirebbero a descrivere l’essenza di una sola mosca».

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