39) Pag. 155  L’amore che induce all’assuefazione

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 L’amore che induce all’assuefazione

Il cuore innamorato resta morbido e sensibile. Ma quando si vuole assolutamente ottenere una determinata cosa o un’altra, si diventa spietati, duri, insensibili. Come si possono amare le persone quando si ha bisogno di loro? Le si possono soltanto usare. Se io ho bisogno di te per essere felice, ti devo usare, ti devo manipolare, devo trovare mezzi e sistemi per conquistarti. Non ti posso lasciare libero.

   Posso amare realmente le persone soltanto dopo aver svuotato la mia vita delle persone. Quando il mio bisogno di persone si spegne, allora mi trovo nel bel mezzo del deserto. All’inizio si prova una sensazione terribile, di abbandono, ma se si riesce a sopportarla per un po’, si scopre all’improvviso che non è affatto abbandono. É solitudine, è essere soli, e il deserto inizia a fiorire.

   Allora, finalmente, scoprirete cos’è l’amore, cos’è Dio, cos’è la realtà. Ma all’inizio rinunciare alla droga può essere difficile, a meno che si sia dotati di una grande capacità di comprendere o che si sia sofferto a sufficienza. É un’ottima cosa, l’aver sofferto: solo in questo caso si può essere esasperati dalla sofferenza. Si può usare la sofferenza per smettere di soffrire. La maggior parte della gente, invece, continua semplicemente a soffrire. Questo spiega il conflitto che vivo talvolta tra il ruolo di direttore spirituale e quello di psicoterapeuta.

   Un terapeuta dice: «Cerchiamo di alleviare la sofferenza». Il direttore spirituale dice: «Lasciamo che questa donna soffra: a un certo punto sarà esasperata di questo modo di rapportarsi alle persone e alla fine deciderà di uscire dalla sua prigione di dipendenza emotiva dagli altri». É meglio offrire un palliativo o asportare un cancro? Non è facile decidere.

   Una persona sbatte disgustata un libro sul tavolo. Lasciamo che continui a sbatterlo. Non raccogliete il libro al suo posto dicendogli che va tutto bene.

   La spiritualità è consapevolezza, consapevolezza, consapevolezza, consapevolezza, consapevolezza, consapevolezza.

   Quando vostra madre si arrabbiava con voi, non diceva che in lei c’era qualcosa che non andava, ma che c’era in voi) qualcosa che non andava, altrimenti non si sarebbe arrabbiata.

   Ebbene, ho fatto una grande scoperta: se tu sei arrabbiata, mamma, c’è qualcosa che non va in te. Quindi, sarebbe meglio che affrontassi la tua collera. Tientela e affrontala. Non è mia.

   Se c’è qualcosa che non va in me o meno, lo valuterò a prescindere dalla tua collera. Non ne sarò influenzato.

   La cosa buffa è che quando riesco ad agire in questo modo senza provare alcun sentimento negativo nei confronti di un altro, riesco a essere piuttosto obiettivo anche nei confronti di me stesso.

   Solo una persona molto consapevole può rifiutarsi di raccogliere il senso di colpa e la collera, e può dire: «Ti è venuto un accesso d’ira. Peccato. Non provo il minimo desiderio di salvarti di nuovo, e mi rifiuto di sentirmi colpevole».

   Non ho intenzione di odiarmi per qualcosa che ho fatto. Il senso di colpa è proprio questo. Non mi voglio sentire male, né rimproverarmi per qualcosa che ho fatto, giusto o sbagliato che fosse.

   Sono pronto ad analizzarlo, a osservarlo e dire: «Ebbene, ho fatto male, l’ho fatto in modo inconsapevole». Nessuno agisce male consapevolmente.

   Ecco perché i teologi ci dicono in modo splendido che Gesù non poteva fare alcun male. La cosa mi sembra più che ragionevole, perché la persona illuminata non può fare alcun male. La persona illuminata è libera. Gesù era libero, e poiché era libero non poteva fare alcun male. Ma poiché voi potete fare del male, non siete liberi.

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