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La terra dell’amore

Se davvero lasciassimo cadere le nostre illusioni per ciò che ci possono dare o per ciò di cui ci possono privare, saremmo svegli. Ma se non lo facciamo, le conseguenze sono terribili e inevitabili. Perdiamo la nostra capacità di amare. Se si vuole amare, bisogna rimparare a vedere. E se si vuole vedere, bisogna imparare a rinunciare alla droga.

   Semplice. Rinunciate alla vostra dipendenza. Strappatevi di dosso i tentacoli della società che hanno avvolto e soffocato il vostro essere. Dovete lasciarli cadere.

   Esternamente, tutto continuerà come prima, ma sebbene voi continuiate a stare nel mondo, non sarete più del mondo. Nel vostro cuore, sarete finalmente liberi, pur essendo estremamente soli. La vostra dipendenza dalla droga si spegnerà. Non c’è bisogno di andare nel deserto; siete in mezzo alla gente e godete immensamente della sua compagnia. Ma la gente non ha più il potere di rendervi felici o infelici.

   Ecco cosa significa essere soli. In questa solitudine, la vostra dipendenza svanisce, mentre nasce la capacità di amare. Non si vedono più gli altri come coloro che sono in grado di soddisfare l’esigenza di droga. Solo chi ha tentato questa strada conosce le paure indotte da un processo del genere. É come invitarsi a morire.

   É come chiedere al povero tossicodipendente di rinunciare all’unica felicità che abbia mai conosciuto. Come sostituirla con il sapore del pane e della frutta e la fragranza pulita dell’aria mattutina, la dolcezza dell’acqua del torrente di montagna? Mentre lotta con i sintomi dell’astinenza e con il vuoto che prova dentro di sé, ora che la droga non c’è più, niente riesce a colmare quel vuoto se non la droga.

   Riuscite a immaginarvi una vita in cui rifiutate di accogliere una sola parola di apprezzamento, o di appoggiare la testa sulla spalla di qualcuno per trarne conforto? Pensate a una vita in cui non dipendete da nessuno, emotivamente, in modo tale che nessuno abbia più modo di rendervi felici o infelici. Vi rifiutate di aver bisogno di una persona particolare, o di essere speciale per qualcuno, o di considerare qualcuno come appartenente a voi.

   Gli uccelli del cielo hanno i loro nidi, e le volpi le loro tane, ma voi non avrete alcun sostegno a cui appoggiare la testa nel corso del vostro viaggio attraverso la vita. Se mai arriverete a questa condizione, capirete finalmente cosa significhi vedere con lo sguardo limpido e non offuscato dalla paura o dal desiderio.

   Ogni parola, qui, è misurata: vedere finalmente con lo sguardo limpido e non offuscato dalla paura o dal desiderio. Saprete cosa significa amare. Ma per giungere alla terra dell’amore bisogna attraversare le pene della morte, perché amare le persone significa morire al bisogno delle persone, ed essere estremamente soli.

   Come potrete mai arrivarci? Attraverso una consapevolezza costante, attraverso la pazienza e la compassione infinite che avreste nei confronti di un tossicodipendente. Sviluppando il gusto per le cose buone della vita per contrastare l’esigenza di droga.

   Quali cose buone? L’amore per il lavoro, che piace compiere per l’amore del lavoro in sé; l’amore per le risate e per l’intimità con le persone, a cui non vi abbarbicate e da cui non dipendete emotivamente, ma della cui compagnia riuscite a godere. Sarà anche utile intraprendere delle attività che potete svolgere con tutto il vostro essere, attività che vi piace fare a tal punto che, quando siete impegnati in esse, il successo, il riconoscimento e l’approvazione semplicemente non vi interessano affatto.

   Sarà utile anche tornare alla natura. Congedate la folla, salite sul monte e mettetevi in silenziosa comunicazione con gli alberi, i fiori, gli animali e gli uccelli, con il mare e le nubi, con il cielo e le stelle.

   Vi ho fatto notare come sia un esercizio spirituale l’osservazione delle cose, il fatto di essere consapevoli delle cose che ci circondano. Allora, forse, le parole cederanno il passo, i concetti cederanno il passo, e voi potrete vedere, entrare in contatto con la realtà. Questa è la cura per la solitudine.

   Di solito, cerchiamo di curare la nostra solitudine attraverso la dipendenza emotiva dalle persone, attraverso la socievolezza e il rumore. Ma quella non è una cura. Tornate alle cose, tornate alla natura, salite sui monti. Allora sapreste che il vostro cuore vi ha portato al vasto deserto della solitudine e che non c’è nessuno al vostro fianco, nessuno.

   All’inizio, vi sembrerà insopportabile. Ma è solo perché non siete abituati all’essere soli. Se riuscirete a resistere un po’, il deserto sboccerà improvvisamente all’amore. Il vostro cuore intonerà un canto, e sarà per sempre primavera. La droga scomparirà: sarete liberi. Allora capirete cos’è la libertà, cos’è l’amore, cos’è la felicità, cos’è la realtà, cos’è la verità, cos’è Dio. Vedrete, conoscerete al di là dei concetti e dei condizionamenti, della dipendenza, dei vincoli. Vi sembra ragionevole?

   Lasciate che concluda con una storiella. C’era un uomo, che aveva inventato l’arte di accendere il fuoco. Prese i suoi attrezzi e si recò presso una tribù del nord, dove faceva molto freddo, davvero molto freddo. Insegnò a quella gente ad accendere il fuoco. La tribù era molto interessata. L’uomo mostrò loro gli usi per i quali potevano sfruttare il fuoco – cuocere il cibo, tenersi caldi, ecc. Quelle persone erano molto grate all’uomo per quanto era stato loro insegnato sull’arte del fuoco, ma prima che potessero esprimergli la propria gratitudine, egli era scomparso. Non gli importava ricevere il loro riconoscimento o la loro gratitudine: gli importava il loro benessere.

   Si recò un un’altra tribù, dove nuovamente iniziò a dimostrare il valore della sua invenzione. Anche quelle persone erano interessate, un po’ troppo, però, per i gusti dei loro sacerdoti, che iniziarono a notare che quell’uomo attirava la gente, mentre essi stavano perdendo popolarità. Così, decisero di liberarsene. Lo avvelenarono, lo crocifissero, o quello che volete. Ora, però, temevano che la gente si rivoltasse contro di loro, e così fecero una cosa molto saggia, persino astuta. Sapete cosa? Fecero eseguire un ritratto dell’uomo e lo montarono sull’altare principale del tempio. Gli strumenti per accendere il fuoco furono sistemati davanti al ritratto, e la gente fu invitata a venerare il ritratto e gli strumenti del fuoco, cosa che fece ubbidientemente per secoli. L’adorazione e il culto continuarono, ma non fu mai usato il fuoco.

   Dov’è il fuoco? Dov’è l’amore? Dov’è la droga estirpata dal sistema? Dov’è la libertà? La spiritualità riguarda proprio questi interrogativi. Purtroppo, però, tendiamo a perderla di vista.

   Gesù Cristo parla proprio di questo. Ma noi abbiamo enfatizzato troppo il “Signore, Signore”, non è vero?

   Dov’è il fuoco? E se l’adorazione non conduce al fuoco, se il culto non conduce all’amore, se la liturgia non conduce a una percezione più chiara della realtà, se Dio non conduce alla vita, a cosa serve la religione se non a creare un maggior numero di divisioni, fanatismi, antagonismi?

   Il mondo non soffre della mancanza di religione nel senso comune del termine, ma della mancanza d’amore, della mancanza di consapevolezza. L’amore è generato dalla consapevolezza e da null’altro. Capite gli ostacoli che ponete sulla strada dell’amore, della libertà e della felicità, ed essi cadranno. Accendete la luce della consapevolezza, e le tenebre si dilegueranno.

   La felicità non è qualcosa che si acquisisce; l’amore non è qualcosa che si produce; l’amore non è qualcosa che si ha: l’amore è qualcosa che possiede noi. Voi non possedete il vento, le stelle, la pioggia. Voi non possedete queste cose: le subite. E la resa avviene quando si è consapevoli delle proprie illusioni, quando si è consapevoli delle proprie assuefazioni, quando si è consapevoli dei propri desideri e timori.

   Come vi ho già detto, prima di tutto l’intuizione psicologica è di grande aiuto, ma non l’analisi, però: analisi è paralisi. L’intuizione non comporta necessariamente l’analisi. Uno dei vostri grandi psicoterapeuti americani ha espresso bene questo pensiero: «Quella che conta è l’esperienza: “Ah, ecco!”». La mera analisi non serve: dà solo delle informazioni. Ma se si riesce ad arrivare all’esperienza: «Ah, ecco!», quella sì che è intuizione, cambiamento.

   In secondo luogo, è importante la comprensione della propria dipendenza. C’è bisogno di tempo. Ahimè, molto tempo dedicato al culto, al canto delle lodi e degli inni potrebbe essere utilmente dedicato alla comprensione di sé. La comunità non è generata da celebrazioni liturgiche congiunte. Voi sapete, nel profondo del vostro cuore, così come lo so io, che certe celebrazioni servono solo per ricoprire le differenze. La comunità si crea con la comprensione degli ostacoli che poniamo sulla strada della comunità, capendo i conflitti che sorgono dai nostri timori e dai nostri desideri. Solo a quel punto nasce la comunità. Dobbiamo sempre stare attenti a non rendere il culto semplicemente un ennesimo elemento di distrazione dall’importante compito di vivere.

   E vivere non significa lavorare nel governo, o essere un grande uomo d’affari, o fare grandi atti di carità. Quello non è vivere. Vivere è lasciar cadere tutti gli ostacoli e vivere nel presente con freschezza. «Gli uccelli del cielo… non faticano né filano» – questo è vivere.

   Ho iniziato dicendo che le persone sono addormentate, morte. Persone morte che amministrano il governo, persone morte che gestiscono grandi aziende, persone morte che educano gli altri: svegliatevi alla vita! Il culto deve contribuire a questo, altrimenti è inutile.

   E sempre più – lo sapete tanto quanto me – perdiamo i giovani, dappertutto. Ci odiano: non sono interessati a caricarsi sulla spalle un numero sempre maggiore di paure e colpe. Non sono più interessati a sermoni ed esortazioni. Ma sono interessati a imparare qualcosa sull’amore. Come posso essere felice? Come posso vivere? Come posso godere di queste cose meravigliose di cui parlano i mistici? Dunque, ecco la seconda cosa: comprensione. Terzo, non identificarsi. Mentre venivo qui, oggi, qualcuno mi ha chiesto: «Ti senti mai giù?». Ragazzi, mi ha chiesto se mi sento giù, qualche volta. Certo, ho i miei attacchi. Ma non durano, davvero. Cosa faccio? Primo passo: non mi identifico. Ecco che arriva una depressione. Invece di entrare in tensione, invece di irritarmi con me stesso per questo, capisco che mi sento depresso, deluso, o quel che è. Secondo passo: ammetto che il sentimento negativo è in me, non nell’altra persona, per esempio la persona che non mi ha scritto una lettera, o nel mondo esterno: è in me. Perché, finché penso che sia al di fuori di me, mi sento giustificato a rimanere attaccato al mio sentimento. Non posso dire che tutti si sentirebbero allo stesso modo: in effetti, solo le persone stupide lo farebbero, solo le persone addormentate. Terzo passo: non mi identifico con il sentimento. L'”io” non è il sentimento. L'”io” non è solo, non è depresso, non è deluso. La delusione è lì, e uno la osserva. Rimarreste sorpresi nel vedere in quanto poco tempo scivola via. Tutto ciò di cui siete consapevoli continua a cambiare: le nubi si muovono sempre. E mentre si agisce in questo modo, si comincia a intuire anche il motivo per cui le nubi sono giunte.

   Ho una citazione interessante da farvi a questo proposito, alcune frasi che vorrei scrivere a lettere dorate. Le ho tratte dal libro I ragazzi di Summerhill di A.S. Neill. Prima però vi devo spiegare i retroscena.

   Forse sapete già che Neill è stato impegnato nel campo dell’educazione per quarant’anni, durante i quali ha sviluppato una scuola del tutto diversa da quelle tradizionali. In questa scuola venivano ammessi ragazzi e ragazze, che lui lasciava completamente liberi. Se volete imparare a leggere e scrivere, bene; se non volete imparare a leggere e scrivere, bene. Potete fare quello che volete della vostra vita, a condizione che non interferiate con la libertà degli altri. Non interferite con la libertà degli altri; per tutto il resto, siete liberi.

   Diceva che i peggiori in assoluto gli arrivavano dalle scuole dei conventi. Questo accadeva molto tempo fa, naturalmente. Diceva che i ragazzi ci mettevano in media sei mesi per superare tutta la rabbia e il risentimento che avevano accumulato. Si ribellavano per sei mesi, cercando di combattere il sistema. La peggiore era una ragazza che prendeva la bicicletta e andava in città, evitando le lezioni, la scuola, tutto quanto. Ma una volta che superavano la ribellione, tutti volevano imparare, tanto da protestare, talvolta, se non c’era lezione. Ma sceglievano soltanto le materie che li interessavano. Ebbene, si trasformavano.

   All’inizio, i genitori erano spaventati all’idea di mandare lì i loro figli. Dicevano: «Come li può educare, se non insegna loro la disciplina? Dove insegnare loro le cose, guidarli».

   Qual era il successo di Neill? Si prendeva i bambini peggiori, quelli di cui tutti disperavano, e nel giro di sei mesi erano trasformati. Ascoltate quello che scrive – sono parole straordinarie, parole sacre. «Ogni bambino ha dentro di sé un dio. I nostri tentativi di plasmare il bambino non fanno altro che trasformare quel dio in un demonio. I bambini arrivano alla mia scuola e sono dei piccoli diavoli che odiano il mondo, con tendenze distruttive, sono sgarbati, bugiardi, ladri, lunatici. Nel giro di sei mesi sono bambini felici e sani che non fanno del male».

   Sono parole sorprendenti da parte di un uomo la cui scuola, in Gran Bretagna, è regolarmente ispezionata dai rappresentanti del Ministero della Pubblica Istruzione, da direttori e direttrici e da chiunque voglia andare a visitarla. Sorprendente. É merito del suo carisma. Queste cose non si fanno copiando da qualche parte: bisogna essere persone speciali.

   In occasione di alcune conferenze tenute in presenza di direttori e direttrici, ha detto: «Venite a Summerhill e scoprirete che gli alberi sono carichi di frutti: nessuno coglie i frutti dagli alberi, non c’è desiderio di attaccare l’autorità; i ragazzi sono ben nutriti e non c’è risentimento, né rabbia. Venite a Summerhill, e non riuscirete a trovare un bambino handicappato con un soprannome (sapete come possono essere crudeli i ragazzi con uno che balbetti). Non troverete nessuno che punzecchi un balbuziente, mai. Non c’è violenza in quei bambini, perché nessuno esercita violenza su di loro: ecco il perché». Ascoltate queste parole di rivelazione, parole sacre. Nel mondo, ci sono persone così.

   Per quanto possano dirvi gli eruditi, i preti e i teologi, ci sono e ci sono state persone che non hanno motivo di litigio, non hanno gelosie, conflitti, guerre, nemici, niente! Esistono nel mio paese, o meglio – e mi rattrista dirlo esistevano fino a poco tempo fa.

   Ho amici gesuiti che sono andati a vivere e lavorare in mezzo a persone che, mi assicurano, sono incapaci di rubare o mentire. Una suora mi disse che nel nordest dell’India, dove andava a lavorare in mezzo ad alcune tribù del luogo, nessuno chiudeva la porta a chiave. Niente veniva mai rubato e nessuno mentiva – finché non comparvero il governo indiano e i missionari.

   Ogni bambino ha dentro di sé un dio, i nostri tentativi di plasmare il bambino trasformeranno quel dio in un demonio. C’è uno stupendo film italiano diretto da Federico Fellini, 8 e mezzo. In una scena c’è un prete cristiano che va a fare un pic nic, o un’escursione, con un gruppo di ragazzini tra gli otto e i dieci anni. Sono sulla spiaggia e vanno avanti, mentre il prete si trova in retroguardia  con intorno tre o quattro ragazzi. Quelli davanti s’imbattono in una donna anziana che è una puttana, e le dicono: «Ciao» e lei: «Ciao».

   I ragazzi le chiedono: «Chi sei?».

   Lei risponde: «Sono una prostituta».

   Loro non sanno cosa significhi, ma fingono di saperlo. Uno dei ragazzi, che sembra un po’ più esperto degli altri, dice:«Una prostituta è una che fa certe cose se la paghi».

   Gli altri chiedono: «Farebbe quelle cose, se noi la paghiamo?».

   «Perché no?» fu la risposta.

   Così , fanno una colletta e le danno i soldi, dicendo: «Adesso che ti abbiamo dato i soldi, ci fai quelle certe cose?».

   Lei risponde: «Certo, ragazzi, cosa volete che faccia?».

   L’unica cosa che viene in mente ai ragazzi è farla spogliare. Così, lei si spoglia. Loro la guardano: non hanno mai visto una donna nuda prima di allora. I ragazzi non sanno cos’altro farle fare, e così le dicono: «Potresti ballare?».

   E lei: «Certo».

   Tutti si mettono in cerchio, cantando e battendo le mani; la puttana muove il didietro e i ragazzi si divertono un mondo. Il prete vede tutto: corre sulla spiaggia e si mette a urlare contro la donna. La fa rivestire, e la voce narrante dice: «In quell’attimo, i ragazzi persero l’innocenza; fino a quel momento, erano puri, splendidi».

   Questo non è un problema raro. Conosco un missionario gesuita piuttosto conservatore, in India, che ha partecipato a un mio seminario. Mentre io sviluppavo questo tema, nel corso di due giorni, egli soffriva. La seconda sera venne da me e disse: «Tony, non riesco neppure a spiegarti quanto sto soffrendo, ascoltandoti parlare».

   Gli chiesi: «Perché, Stan?».

   E lui: «Stai facendo rivivere dentro di me una domanda che ho represso per venticinque anni, una domanda orribile. Io mi chiedevo ogni giorno: non ho rovinato questa gente convertendola al cristianesimo?».

   Questo gesuita non era uno dei vostri liberali: era un uomo ortodosso, devoto, pio e conservatore. Eppure sentiva di rovinare delle persone felici, amorevoli, semplici e prive di astuzie, convertendole al cristianesimo.

   I Missionari americani che si erano recati nelle isole della Polinesia con le loro mogli rimasero scandalizzati vedendo le donne andare in chiesa a seno nudo. Le mogli insistettero perché le donne si presentassero vestite più decentemente. Così, i missionari diedero loro delle camicie da indossare. La domenica seguente le donne arrivarono in chiesa con le camicie, in cui avevano tagliato due grandi fori per favorire la ventilazione e la comodità. Avevano ragione loro: erano i missionari dalla parte del torto.

   Ma ora torniamo a Neill. Egli dice: «Io non sono un genio, sono solo un uomo che si rifiuta di guidare i passi di un bambino» Ma allora, cosa ne è del peccato originale? Neill afferma che ogni bambino ha dentro di sé un dio; i nostri tentativi di plasmare il bambini trasformeranno quel dio in un demonio. Egli lascia che i bambini si formino da soli i propri valori e i valori sono invariabilmente buoni e rispettosi della società. Possibile? Quando un bambino si sente amato (che significa: quando un bambino sente che siete dalla sua parte), sta bene. Il bambino non vive più la violenza sulla sua pelle. Niente paure, e dunque niente violenza. Il bambino inizia così a trattare gli altri nel modo in cui viene trattato lui.

   Dovete leggere quel libro. É un libro sacro, davvero. Leggetelo: ha rivoluzionato la mia vita e il mio modo di rapportarmi alla gente. Ho iniziato ad assistere a dei miracoli. Ho iniziato a vedere l’insoddisfazione che mi era stata instillata, la competitività, i paragoni, i “non basta, eccetera”. Potreste obiettare che, se non mi avessero stimolato, non sarei mai diventato quello che sono. Ma avevo bisogno di tutte quelle pressioni? E poi, chi vuole essere quello che sono io? Io voglio essere felice, voglio essere sacro, voglio essere pieno d’amore, voglio stare in pace con me stesso, voglio essere libero, voglio essere un essere umano.

   Sapete da cosa derivano le guerre? Derivano dalla proiezione esterna del conflitto che è dentro di noi. Mostratemi un individuo in cui non è presente un conflitto interno e io vi mostrerò un individuo in cui non c’è violenza. Forse in quella persona ci potrà essere azione, anche portata all’estremo, ma mai odio. Quando agisce, agisce come farebbe un chirurgo; quando agisce, agisce come un insegnante amorevole con dei bambini ritardati mentali. Non li si biasima, li si comprende: ma si agisce. D’altra parte, quando si agisce a partire dal proprio odio e dalla propria violenza, senza saperla indirizzare verso qualcosa, si aggrava l’errore, perché si cerca di spegnere il fuoco per mezzo del fuoco, o di arginare un’alluvione con l’acqua.

   Ripeto quello che ha scritto Neill: «Ogni bambino ha dentro di sé un dio. I nostri tentativi di plasmare il bambino trasformeranno il dio in un demonio. I bambini arrivano alla mia scuola e sono dei piccoli diavoli che odiano il mondo, con tendenze distruttive, sono sgarbati, bugiardi, ladri, lunatici. Nel giro di sei mesi sono bambini felici e sani che non fanno del male. E io non sono un genio, sono solo un uomo che rifiuta di guidare i passi di un bambino. Lascio che si formino i loro valori e quei valori sono invariabilmente buoni e rispettosi della società. La religione che rende buone delle persone ne rende cattive altre, mentre la religione nota come libertà rende tutti buoni, perché distrugge il conflitto interno (la parola “interno”, l’ho aggiunta io) che rende demoni le persone».

   Neill dice anche: «La prima cosa che faccio quando un bambino arriva a Summerhill è distruggere la sua  coscienza». Immagino che abbiate capito di cosa stia parlando, perché io lo capisco. Non c’è bisogno di una coscienza, quando c’è consapevolezza; non c’è bisogno di coscienza, quando c’è sensibilità. Non si è violenti, non si è paurosi. Probabilmente pensate che sia un ideale irraggiungibile. Ebbene, leggete il libro.

   Mi sono imbattuto in individui, in posti e circostanze diverse, che improvvisamente si trovano a capire questa verità: la radice del male è dentro di noi. E quando si comincia a capire questo, si smette di fare delle richieste a se stessi, di avere aspettative da se stessi, e si capisce. Nutritevi di cibo nutriente, cibo buono e nutriente. Non sto parlando di cibo vero: sto parlando di tramonti, di natura, di un buon film, di un buon libro, di un lavoro piacevole, di buona compagnia, e forse riuscirete a spezzare le vostre assuefazioni, entrando in contatto con questi nuovi sentimenti.

   Che tipo di sentimenti si provano quando si è in contatto con la realtà, o quando si è assorbiti da un lavoro che si ama? O quando si sta davvero conservando con qualcuno della cui compagnia si riesce a godere, sentendosi aperti e vicini, ma senza abbarbicarsi a lui? Che tipo di sentimenti provate? Paragonateli a quelli che provate quando avete la meglio in una discussione, o quando vincete una gara, o quando diventate popolari, o quando tutti vi applaudono.

 Questi ultimi li chiamo sentimenti mondani; i primi li chiamo sentimenti dell’anima. Moltissime persone si guadagnano il mondo ma perdono l’anima.

   Moltissime persone vivono una vita vuota e priva di un’anima perché si nutrono di popolarità, apprezzamento, lode, di «Io sono O.K., tu sei O.K.», guardami, stammi vicino, sostienimi, apprezzami; si nutrono di potere, di vittorie. Voi vi nutrite di questo? Se è così, siete morti. Avete perso la vostra anima. Nutritevi di materiali diversi, più nutrienti. Allora assisterete alla trasformazione.

   Vi ho dato un programma per tutta la vita, non è vero?

FINE

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