IL PIU’ GRANDE VENDITORE DEL MONDO

The Pharisee and the Publican

Capitolo primo

 

Hafid indugiò davanti allo specchio di bronzo studiando la propria immagine riflessa sul lucido metallo.

<<Solo gli occhi hanno conservato la loro giovinezza>>, mormorò allontanandosi e incedendo lentamente lungo lo spazioso pavimento di marmo. Passò fra le colonne di onice nero erette a sostenere soffitti bruniti d’oro e d’argento, e le sue vecchie gambe lo portarono al di là di tavoli intarsiati in cedro di Cipro ed avorio.

Gusci di tartaruga splendevano da giacigli e divani, e le pareti intarsiate di gemme scintillavano di broccati del più elaborato disegno. Enormi palme crescevano serene in vasi di bronzo incorniciando una fontana di ninfe d’alabastro, mentre fioriere tempestate di gemme sembravano fare a gara per attrarre l’attenzione. Nessun visitatore del palazzo avrebbe potuto mettere in dubbio che Hafid fosse realmente una persona di grande ricchezza.

Il vecchio passò attraverso un giardino cintato ed entrò nel magazzino che si estendeva a cinquecento passi dal palazzo. Erasmo, il suo amministratore, aspettava incerto sulla soglia.

<<Salve, signore>>.

Hafid assentì col capo e proseguì in silenzio. Erasmo lo seguì, incapace di celare la sua preoccupazione per l’insolita richiesta del padrone, di un incontro in quel luogo. Giunto alla piattaforma di carico, Hafid sostò ad osservare le mercanzie rimosse dai carri e disposte in contenitori separati.

C’erano lane, tessuti pregiati, pergamene, miele, tappeti e olio dell’Asia minore; vetro, fichi, noci e balsami della sua stessa terra; fibre e spezie da Palmira, zenzero, cinnamone e pietre preziose dall’Arabia; granturco, carta, granito, alabastro e basalto dall’Egitto; arazzi da Babilonia; dipinti da Roma e statue dalla Grecia. L’odore del balsamo gravava nell’aria, ma il vecchio sensibile naso di Hafid scoprì la presenza di prugne dolci, mele, formaggio e zenzero.

Finalmente si voltò verso Erasmo. <<Vecchio mio, quanta ricchezza è accumulata adesso nella nostra tesoriera?>>

Erasmo impallidì. <<Ogni cosa, signore?>>

<<Tutto>>.

<<Non ho esaminato recentemente le cifre, ma stimerei che ci sia un valore di sette milioni di talenti d’oro>>.

<<E se tutte le merci, di tutti i miei magazzini ed empori, fossero convertite in oro, quanto potrebbero fruttare?>>

<<Il nostro inventario non è ancora completo per questa stagione, signore, ma calcolerei come minimo altri tre milioni di talenti>>.

Hafid annuì. <<Non acquistare più merci. Prepara immediatamente un progetto per vendere ogni merce che mi appartiene, e converti in oro tutto il ricavato>>.

Le labbra dell’amministratore si schiusero, ma non ne uscì alcun suono. Indietreggiò come colpito, e quando finalmente riuscì a parlare, le parole gli uscirono a stento.

<<Io non capisco, signore. Questo è stato il nostro anno più lucroso. Ogni emporio registra un aumento delle vendite superiore della stagione precedente. Perfino le legioni Romane sono ora nostre clienti: non avete forse venduto al Procuratore di Gerusalemme 200 stalloni arabi in quindici giorni? Perdonate la mia audacia, poiché raramente ho messo in discussione i vostri ordini, ma quest’incarico mi è incomprensibile…>>.

Hafid sorrise e strinse con gentilezza la mano di Erasmo.

<<Mio fedele compagno, è abbastanza buona la tua memoria da ricordare il primo ordine ricevuto da me quando entrasti al mio servizio molti anni fa?>>.

Erasmo corrugò per un attimo la fronte, poi il suo viso s’illuminò. <<Ebbi da voi l’incarico di togliere, ogni anno, metà del profitto della nostra tesoreria e di distribuirla ai poveri>>.

<<Non mi considerasti, a quel tempo, un uomo d’affari un po’ sciocco?>>.

<<Ebbi forti dubbi signore>>.

Hafid annuì, e stese le braccia verso le piattaforme cariche di merci. <<Ammetterai ora che le tue preoccupazioni erano infondate?>>.

<<Si signore>>.

<<Allora lascia che ti incoraggi ad aver fede in questa decisione fino a che non ti avrò spiegato i miei progetti. Io ora sono vecchio, e le mie necessità sono elementari. Da quando -dopo tanti anni di felicità- mi è stata portata via la mia amata Lisha, è mio desiderio distribuire tutte le mie ricchezze ai poveri di questa città. Terrò per me soltanto quanto basta a portare a termine la mia vita senza disagi. Oltre all’inventario, desidero che tu prepari i documenti necessari per trasferire la proprietà di ogni emporio a chi adesso lo dirige. Desidero inoltre che tu distribuisca cinquemila talenti d’oro ad ognuno dei direttori, come ricompensa per i loro anni di fedeltà, in modo che possano rifornire i loro scaffali nel modo che preferiscono>>.

Erasmo tentò di parlare, ma alzando una mano Hafid lo zittì. <<Questo incarico ti sembra sgradevole?>>.

L’amministratore scosse la testa ed abbozzo un sorriso. <<No, signore, è soltanto che non riesco a capire il vostro modo di ragionare. Parlate come un uomo che abbia i giorni contati>>.

<<Fa parte del tuo carattere, Erasmo, preoccuparti per me e non per te stesso. Non sei in ansia invece per il tu futuro, all’idea che il nostro impero commerciale venga disciolto?>>.

<<Siamo stati insieme e amici per molti anni. Come posso ora pensare solo a me stesso?>>.

Hafid abbracciò il vecchio amico e replicò: <<Non è necessario. Ti chiedo di trasferire immediatamente cinquantamila talenti d’oro a tuo nome, e ti prego di rimanere con me fino a quando non sia adempiuta una promessa che feci molto tempo fa. Quando sarà mantenuta, ti cederò questo palazzo e i magazzini, poiché allora sarò pronto a raggiungere Lisha>>.

Il vecchio amministratore fisso il suo signore, incapace di comprendere le parole udite. <<Cinquantamila talenti d’oro, il palazzo, i magazzini… non ne sono degno…>>.

Hafid scosse il capo. <<Ho sempre considerato la tua amicizia come il mio patrimonio più prezioso. Quello che ti lascio è una piccola cosa in confronto alla tua sconfinata lealtà. Tu conosci l’arte di vivere non sollo per te stesso ma per gli altri, e questa caratteristica ti distingue tra tutti, come uomo fra gli uomini. Ora ti esorto ad affrettarti nel portare a compimento i miei piani. Il tempo è il bene più prezioso che possiedo, e la clessidra della mia vita è ormai quasi colma>>.

Erasmo volse il viso per nascondere le lacrime. La sua voce s’incrinò quando chiese: <<Potete dirmi di quella vostra promessa ancora da mantenere? Sebben noi si sia stati come fratelli, mai vi ho sentito parlare di questo>>.

Hafid incrociò le braccia e sorrise. <<Ci rivedremo quando avrai portato a termine gli incarichi di questa mattina. Allora ti svelerò un segreto che non ho condiviso con nessuno, tranne con la mia amata moglie, per più di trent’anni>>.

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Capitolo secondo

I P G V D M 1

E così avvenne che poco dopo, una carovana sottonutrita scorta partì da Damasco portando oro e certificati di proprietà per ciascuno dei dirigenti che gestivano gli empori commerciali di Hafid. Da Obed a Joppa a Reul a Petra, ognuno dei dieci gestori venne informato del ritiro di Hafid, e ricevette il suo dono in attonito silenzio. Dopo l’ultima sosta all’emporio di Antipatris, la missione della carovana infine si concluse.

L’impero commerciale più potente dell’epoca non esisteva più.

Col cuore colmo di tristezza, Erasmo mandò a dire al suo signore che ora il magazzino era vuoto, gli empori non portavano più l’orgoglioso vessillo di Hafid. Il messaggero ritornò con la richiesta di un incontro immediato tra Erasmo e il suo signore presso la fontana, nel peristilio.

Hafid studiò il viso dell’amico e domandò:

<<Tutto fatto?>>

<<Si>>.

<<Non affliggerti, mio gentile amico, e seguimi>>.

Nell’immensa camera echeggiava soltanto il suono dei loro sandali mentre Hafid conduceva Erasmo verso lo scalone di marmo sul retro del palazzo. Rallentò per un attimo il passo presso un vaso di murrina, isolato su un alto piedistallo di legno di cedro, e stette ad osservare il vetro che per effetto della luce mutava colore dal bianco al porpora. Sul suo viso rugoso comparve un sorriso.

Poi i due vecchi amici ripresero a salire la gradinata interna che dava accesso alla stanza situata nella cupola del palazzo. Erasmo notò l’assenza della guardia armata che di solito vigilava ai piedi della scala. Raggiunto il primo piano si fermarono, poiché lo sforzo della salita li aveva lasciati senza fiato. Poi proseguirono entrambi verso il secondo piano, e Hafid tolse dalla cintura una piccola chiave. Aprì la pesante porta di quercia e vi si appoggiò contro, finché essa cigolando sui cardini si dischiuse verso l’interno. Erasmo esitò sino a che il suo signore non gli fece cenno di entrare, e allora si introdusse timidamente nella stanza dove a nessuno era mai stato permesso di accedere da oltre trent’anni.

Una luce grigia e polverosa filtrava dall’alto della torretta, ed Erasmo si appoggiò al braccio di Hafid finché i suoi occhi non si abituarono alla semioscurità. Con un debole sorriso, Hafid osservò come egli si aggirasse lentamente nella stanza che si rivelava completamente vuota, a parte un piccolo scrigno di cedro illuminato da un raggio di luce, in un angolo.

<<Non sei deluso, Erasmo?>>

<<Non so che dire, signore>>.

<<Non sei deluso per l’arredamento? Molti certamente si sono chiesti che cosa si nascondesse in questa stanza. Non sei curioso o interessato al mistero di quello che qui è contenuto e che io ho custodito per tanto tempo così gelosamente?>>.

Erasmo fece un cenno col capo: <<È vero. Molte sono state le chiacchiere e le dicerie in questi anni, su ciò che il nostro signore teneva celato qui nella torre>>.

<<Si, amico mio, e per lo più le ho sentite. Si è parlato di barili di diamanti, e lingotti d’oro, o animali selvaggi, o uccelli rari. Una volta un mercante di tappeti persiani insinuò che forse mantenevo qui un piccolo harem. Lisha si divertì all’idea di me alle prese con una collezione di concubine. Ma, come puoi osservare, qui non vi è nulla ad eccezione di un piccolo scrigno. Adesso, vieni avanti>>.

I due amici s’inginocchiarono acanto allo scrigno e Hafid si accinse a srotolare con cura il laccio di cuoio che lo circondava. Aspirò profondamente il profumo di cedro emanato dal legno, e finalmente spinse il coperchio che si aprì di scatto, silenziosamente. Erasmo si sporse in avanti e fissò il contenuto del cofanetto al di sopra della spalla di Hafid. Poi, guardando il padrone, scosse la testa sbalordito. All’interno non vi era nulla, se non rotoli… rotoli di cuoio.

Hafid frugò e prese con delicatezza uno dei rotoli. Per un attimo se lo appoggiò al petto e chiuse gli occhi. Sul suo viso apparve un’espressione serena, che cancellò i segni dell’età. Quindi si alzò ed indicò lo scrigno.

Se questa stanza fosse piena di diamanti fino a risplenderne, il loro valore non potrebbe superare quello che i tuoi occhi contemplano in questa semplice cassetta di legno. Il successo, la felicità, l’amore, la pace dello spirito e la salute… Tutto quello di cui io ho goduto, è direttamente rintracciabile nel contenuto di questi pochi rotoli. Il mio debito verso di essi e verso il saggio che li affidò alle mie cure non potrà mai essere compensato>>.

Spaventato dal tono di voce di Hafid, Erasmo indietreggio: <<È forse questo il segreto al quale vi riferivate? Questo scrigno è in qualche modo collegato con la promessa che dovete ancora mantenere?>>.

<<La risposta è “sì” ad entrambe le due domande>>.

Erasmo si passò una mano sulla fronte madida e guardò Hafid con incredulità. <<Che cosa è scritto in quei rotoli di tanto prezioso da porre il loro valore al di sopra di quello dei diamanti?>>

<< tutti questi rotoli, tranne uno, contengono un principio, una legge o una verità fondamentale scritta in stile impareggiabile per aiutare il lettore a capirne il significato. Per diventare maestro nell’arte del vendere, si deve imparare e quindi applicare il segreto di ogni rotolo. Impadronendosi di questi principi, si acquista il potere di accumulare tutte le ricchezze che si possono desiderare>>.

Erasmo fissò sbigottito i vecchi rotoli.

<<Si può perfino diventare ricco come voi?>>

<<Molto di più, se lo si desidera>>.

<<Voi avete dichiarato che tutti questi rotoli, meno uno, contengono principi per vendere. Che cosa c’è nell’ultimo rotolo?>>.

<<L’ultimo rotolo, come tu lo definisci, è in realtà il primo a dover essere letto; ogni rotolo infatti è numerato, e deve essere letto in una sequenza particolare. E il primo rotolo contiene un segreto che è stato rivelato nei secoli soltanto a pochissimi uomini saggi. Il primo rotolo, in verità, insegna il modo migliore per imparare quello che sta scritto negli altri>>.

<<Sembra un compito che chiunque può svolgere>>.

<<È in effetti un lavoro semplice, purché si sia disposti a pagare un prezzo in tempo e concentrazione, affinché ogni principio s’imprima in noi diventando parte della nostra personalità e diventi un’abitudine di vita>>.

Erasmo ficcò una mano nello scrigno e ne estrasse un rotolo. Tenendolo delicatamente tra le dita lo porse ad Hafid. <<Perdonatemi, signore, ma perché non avete condiviso con altri questi principi, specie con coloro che hanno faticato al lungo a vostro servizio? Voi, che avete sempre mostrato grande generosità, come mai a tutti quelli che hanno venduto per voi non avete offerto l’opportunità di leggere queste parole di saggezza e di diventare quindi a loro volta ricchi? In fondo, con una conoscenza così preziosa sarebbero diventati tutti più abili nel vendere, perché avete tenuto per voi questi principi per tutti questi anni?>>.

<<Non avevo scelta. Molto tempo fa, quando questi rotoli furono affidati alle mie cure, dovetti promettere, sotto giuramento, che ne avrei rivelato il contenuto ad una persona soltanto. E ancora non capisco la ragione di quella strana richiesta. Comunque, mi fu ordinato di applicare i principi dei rotoli alla mia propria vita, sino a che non apparisse un giorno qualcuno che avesse necessità dell’aiuto e delle istruzioni che essi offrono più di quanto ne avessi io quando ero giovane. Mi fu detto che, attraverso un qualche segno, avrei potuto riconoscere la persona alla quale dovevo passare i rotoli anche se probabilmente essa non ne era al corrente.

Ho atteso pazientemente, e nell’attesa ho applicato queste regole come mi fu permesso di fare. Grazie a loro, io divenni quello che molti definiscono il più grande venditore del mondo, proprio come colui che mi lasciò in eredità questi rotoli fu acclamato come il più grande della sua epoca. Adesso, Erasmo, forse capirai, finalmente, perché alcune delle mie azioni di questi anni che ti sembravano bizzarre o ineseguibili, si dimostrarono invece strumenti di successo. Le mie azioni e decisioni furono sempre guidate da questi rotoli; non fu quindi grazie alla mia saggezza che acquistammo tutti quei talenti d’oro. Io ero solo uno strumento di esecuzione>>.

<<Credete ancora che dopo tutto questo tempo apparirà colui che deve ricevere da voi questi rotoli?>>.

<<Sì>>.

Hafid ripose con cura i rotoli e richiuse lo scrigno. Parlò dolcemente, senza alzarsi; <<Vuoi rimanere con me fino a quel giorno, Erasmo?>>.

L’amministratore tese verso di lui il braccio attraverso la tenue luce, finché le loro mani si strinsero. Annuì col capo, poi si ritirò dalla stanza come ubbidendo ad un tacito comando del suo signore. Hafid rimise il laccio di cuoio intorno allo scrigno, quindi si alzò e si avviò verso la piccola torre. Da essa uscì sul camminamento che circondava la grande cupola. Il vento d’oriente soffiò sul suo viso portando il profumo dei laghi e del deserto lontano. Lassù alto sui tetti di Damasco, il vecchio sorrise, mentre i suoi pensieri tornavano indietro nel tempo…

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Capitolo terzo

Ulivi

Era inverno, e il freddo era rigido sul Monte degli Olivi. Da Gerusalemme, attraverso la stretta fenditura della valle del Cedron, giungeva l’odore greve di incenso e di carne bruciata proveniente dal Tempio, misto al profumo di trementina degli alberi di terebinto sulle montagne.

Su un aperto pendio, a breve distanza dal villaggio di Beth, stazionava, addormentata, l’immensa carovana commerciale di Pathros di Palmira. L’ora era tarda, ed anche il grande stallone favorito del mercante aveva smesso di brucare i bassi cespugli di pistacchio e si era appisolato presso una soffice siepe di alloro.

Al di là della lunga fila di tende silenziose, spesse funi di canapa, avvolte intorno a quattro antichi alberi d’olivo, formavano un recinto quadrato al cui interno stavano sagome informi di cammelli e asini, ammassati insieme per scaldarsi a vicenda. Ad eccezione di due guardie, di pattuglia nei pressi dei carri delle mercanzie, nessuno si muoveva nel campo.   Soltanto una lunga ombra si profilava contro la parete di vello di capra della tenda più grande: era Pathros, che camminava irritato su e giù, fermandosi ogni tanto per aggrottare la fronte e scuotere il capo in direzione del giovane timidamente inginocchiato accanto all’ingresso.  Alla fine, curvò il corpo sofferente verso il tessuto d’oro e invitò il ragazzo ad avvicinarsi:

<<Hafid, tu sei sempre stato come un figlio per me. Sono perplesso e confuso dalla tua strana richiesta. Non sei contento del tuo lavoro?>>.

Gli occhi del ragazzo erano fissi sul pavimento. <<No, signore>>.

<<Forse il continuo ingrandirsi della nostra carovana ti ha reso troppo faticoso il compito di accudire a tutti i nostri animali?>>

<<No, signore>>.

<<Allora, vuoi ripetere per cortesia la tua richiesta, esponendo anche le ragioni che motivano un appello tanto insolito?>>.

<<È mio desiderio diventare venditore delle vostre merci, anziché essere soltanto il vostro guardiano di cammelli. Desidero diventare come Hadad, Sino, Caleb e gli altri che partono dai nostri campi con animali che si reggono a stento sotto il peso delle mercanzie, e ritornano con oro per voi e oro anche per sé stessi. Desidero migliorare la mia posizione che è troppo umile. Come guardiano di cammelli non sono nulla, ma vendendo per vostro conto posso ottenere ricchezza e successo>>.

<<Come lo sai?>>

<<Spesso vi ho sentito dire che nessun altro commercio o professione offre maggiori opportunità a chi voglia sollevarsi dalla miseria alla ricchezza>>.

Pathros stava per fare un cenno d’assenso, ma ci ripensò e continuò a fare domande. <<Credi di essere all’altezza di Hadad e degli altri venditori?>>.

<<Hafid fissò intensamente il vecchio e replicò: <<Molte volte ho udito per caso Caleb lamentarsi con voi per le disavventure a causa delle quali non aveva venduto a sufficienza, e molte ho sentito voi ricordargli che chiunque potrebbe vendere in breve tempo tutte le merci dei vostri magazzini, se soltanto si applicasse a imparare questi principi, perché non posso farlo anch’io acquistare questa speciale conoscenza?>>.

<<Se tu possedessi questi principi, quale sarebbe la meta della tua vita?>>

Hafid esitò, poi rispose: <<Si dice da un capo all’altro del paese che voi siete un grande venditore. Il mondo non ha mai visto un impero commerciale come quello che voi avete costruito grazie alla vostra maestria nell’arte del vendere. La mia ambizione è diventare perfino più grande di voi, il più grande tra i mercanti, l’uomo più ricco e il più grande venditore del mondo!>>.

Pathros indietreggiò studiando il viso scuro del giovane. Sulle sue vesti ristagnava ancora l’odore degli animali, ma egli mostrava ben poca umiltà. <<E cosa farai con questa grande ricchezza e con il potere spaventoso che sicuramente l’accompagnerà?>>.

<<Farò come voi. La mia famiglia avrà a disposizione le cose più belle del mondo, e il resto lo dividerò con i più bisognosi>>.

Pathros scosse la testa. <<La ricchezza, figlio mio, non dovrebbe mai essere lo scopo della vita. Le tue parole sono eloquenti, ma sono soltanto parole. La vera ricchezza è quella del cuore, non quella della borsa>>.

Hafid insistette: <<Non siete forse voi ricco, signore?>>.

Il vecchio rise per la sua sfrontatezza. <<Hafid, per quanto concerne la ricchezza materiale, c’è solo una differenza tra me e il più misero accattone che tende la mano davanti al palazzo di Erode. Il mendicante pensa soltanto al suo prossimo pasto, mentre io penso soltanto a quello che sarà per me l’ultimo. No, figlio mio, non aspirare alla ricchezza e non lavorare soltanto per essere ricco. Impegnati invece a raggiungere la felicità, ad essere amato e ad amare e, ancor più importante, a conquistare la pace della mente e la serenità>>.

Hafid insistette ancora. <<Ma queste cose sono impossibili senza il denaro. Chi, in povertà, riesce a vivere con la mente in pace? Come si può essere felici a stomaco vuoto? Come si può dimostrare amore per la propria famiglia se si è incapaci di sfamare e vestire e dare un tetto ai propri cari? Voi, voi stesso avete detto che la ricchezza è un bene quando reca gioia agli altri. Perché allora non è giusta la mia ambizione di essere ricco? La povertà può essere un privilegio ed anche una scelta di vita per il monaco nel deserto, poiché lui ha soltanto sé stesso da mantenere e nessun altro se non un Dio da soddisfare, ma io considero la povertà come il segno di una mancanza di capacità o di ambizione. E io non manco né dell’una né dell’altra di queste qualità!>>.

Pathros aggrottò la fronte. <<Qual è la causa di questa esplosione improvvisa di ambizione? Tu parli di provvedere a una famiglia, ma non hai altra famiglia al di fuori di me, che ti ho adottato quando la pestilenza ti ha reso orfano di madre e di padre>>.

La pelle di Hafid, benché scurita dal sole, non poté nascondere l’improvviso rossore che gli affluì sulle guance. <<Mentre eravamo a Hebron, prima di metterci in viaggio ho conosciuto la figlia di Calneh. Lei… lei>>.

<<Oh, oh, adesso la verità viene a galla. È stato l’amore, e non un nobile ideale, a cambiare il mio guardiano di cammelli in un possente soldato pronto a sfidare il mondo! Calneh è un uomo molto ricco. Sua figlia e un guardiano di cammelli? Ohibò! Ma sua figlia e un mercante ricco, giovane, e bello… ah, questa è un’altra faccenda. Molto bene, mio giovane soldato, ti aiuterò ad iniziare la tua carriera di venditore>>.

Il ragazzo si gettò in ginocchio davanti a Pathros e gli afferrò la tunica. <<Signore, signore! Quali parole posso dire per dimostrarvi la mia riconoscenza?>>.

Pathros si liberò dalla stretta e fece un passo indietro. <<Vorrei suggerirti di lasciar perdere i ringraziamenti, per il momento. Qualsiasi aiuto io possa darti sarà un granello di sabbia in confronto alle montagne che dovrai smuovere da solo>>.

La gioia di Hafid si offuscò immediatamente, e chiese: <<Non mi insegnerete i principi e le leggi che faranno di me un grande venditore?>>

<<No. Proprio come non ho voluto rendere dolce e comoda la tua adolescenza circondandoti di vizi e comodità. Sono stato spesso criticato per aver destinato il mio figlio adottivo alla vita di guardiano di cammelli, ma pensavo che dentro di te ardesse il fuoco giusto, e che sarebbe alla fine emerso… ed allora tu saresti stato molto più “uomo” proprio grazie a questi anni di duro lavoro. La tua richiesta di stanotte mi rende felice, perché il fuoco dell’ambizione brucia nei tuoi occhi, e il tuo viso splende di ardente desiderio. Questo va bene e conferma le mie previsioni, ma tu devi ancora provarmi che c’è qualcosa in te più consistente delle parole>>.

Hafid taceva, e il vecchio mercante continuo: <<primo, devi provare a me e, cosa anche più importante, a te stesso, di essere in grado di affrontare la vita del venditore, poiché non è facile la strada che hai scelto. Si, è vero, mi hai sentito dire più volte dire che per chi ha successo i compensi sono grandi, ma sono grandi proprio perché pochissimi hanno successo. Molti soccombono alla disperazione e abbandonano l’impresa senza rendersi conto di possedere tutti gli strumenti necessari per raggiungere grande ricchezza. Altri affrontano ogni impedimento con dubbio e timore, poiché considerano gli ostacoli come nemici, mentre in realtà sono amici e alleati. Gli ostacoli sono necessari al successo perché nel vendere, come in tutte le carriere importanti, la vittoria giunge soltanto dopo molte lotte e innumerevoli sconfitte. Ogni lotta, ogni sconfitta, acuisce la tua abilità e aumenta la tua forza, alimenta il tuo coraggio e la tua resistenza, potenzia le tue capacità e il tuo senso di sicurezza; perciò ogni ostacolo è un compagno d’armi che ti costringe a diventare migliore… o ad abbandonare la lotta. Ogni umiliazione è un’opportunità ad andare più avanti; scacciale, evitale, e avrai gettato via il tuo futuro>>.

Il giovane annuì e accennò a parlare, ma il vecchio alzò la mano e continuò: <<Inoltre, tu ti stai imbarcando nella più solitaria professione del mondo. Anche i più disprezzati esattori delle tasse tornano alle loro case al tramonto, e i legionari romani hanno delle caserme che chiamano casa. Ma tu vedrai molti tramonti lontano da tutti gli amici e dai tuoi cari. Sentirai quanto intensamente può ferire la solitudine, ogni volta che ti accadrà di passare accanto a una casa estranea immerso nell’oscurità e di scorgere, nella luce accesa all’interno, una famiglia che spezza il pane della sera>>.

<<Sarà in questi momenti di solitudine che ti verranno in mente le tentazioni>>, continuò Pathros. <<È proprio il tuo modo di affrontare le tentazioni che inciderà molto sulla tua carriera. L’essere in cammino solo con i tuoi animali ti darà una strana sensazione, che spesso è di paura. Sovente dimentichiamo, in quei momenti, le nostre prospettive e i nostri valori, e diventiamo come bambini, affamati di amore e di sicurezza. I surrogati che possono essere usati come compensazione hanno posto fine alla carriera di molti, compresi migliaia di venditori le cui potenzialità erano grandemente stimate. Inoltre, non vi sarà nessuno al tuo fianco per consolarti quando non avrai venduto nulla; nessuno, eccetto quelli che cercano di portarti via la borsa del denaro>>.

<<Sarò prudente, e terrò conto delle vostre parole di avvertimento>>.

<<Allora cominciamo. Per il momento non riceverai più nessun consiglio. Ai miei occhi, tu sei come un fico acerbo. Finché non è maturo, il fico non può essere chiamato tale, e, similmente, finché tu non avrai avuto modo di acquisire scienza ed esperienza, non puoi essere chiamato venditore>>.

<<Quando devo cominciare?>>

<<In mattinata devi presentarti a Silvio presso i convogli delle merci. Egli ti rilascerà a tuo addebito una delle nostre più belle tuniche. È tessuta con pelo di capra senza cuciture; può resistere anche alla più dura pioggia, ed è tinta di rosso con le radici della robbia, così che il calore si mantenga sempre inalterato. Vicino all’orlo, cucita all’interno, troverai una piccola stella. Questo è il marchio di Tola, la cui corporazione produce le più belle tuniche del mondo. Dopo la stella c’è il mio marchio, un cerchio entro un quadrato. Entrambi sono marchi conosciuti e rispettati ovunque in questa terra, e di queste tuniche ne abbiamo vendute un’infinità. Ho trattato con gli Ebrei abbastanza da sapere il nome che essi danno ad un capo come questo. Lo chiamano abeyah. Prendi la tunica e un mulo e parti all’alba per Betlemme, il villaggio dove è passata la nostra carovana prima di giungere qui. Nessuno dei nostri venditori lo ha mai visitato. Dicono che sarebbe tempo sprecato, perché la popolazione è molto povera; tuttavia molti anni fa ho venduto centinaia di tuniche ai pastori del luogo. Rimani a Betlemme finché non avrai venduto la tunica>>.

Hafid fece un cenno col capo, tentando invano di nascondere la propria eccitazione. <<A quale prezzo devo vendere la tunica, signore?>>. <<Farò un addebito di un denaro d’argento a tuo nome sul mio libro mastro>>, rispose il padrone. <<Al ritorno, me lo dovrai restituire. Tutto quello che otterrai in più lo terrai come la tua commissione: così, di fatto, sarai tu a stabilire il prezzo della tunica. Puoi visitare la piazza del mercato che si trova all’ingresso sud della città, o decidere di bussare a ogni porta, e le case sono certo più di mille. Dovrebbe essere possibile vendere una tunica, non ti pare?>>.

Hafid annuì di nuovo. Con la mente, era già all’indomani.

Pathros posò gentilmente la mano sulla spalla del ragazzo. <<Non metterò nessuno al tuo posto finché non ritorni. Se dovessi scoprire di non aver lo stomaco adatto a questa professione io ti capirò, e non dovrai pensare di essere in disgrazia. Mai vergognarsi per aver tentato e fallito, poiché colui che non ha mai fallito è colui che non ha mai tentato. Al tuo ritorno, io ti farò molte domande sull’esperienze che avrai vissuto. Poi deciderò come procedere per aiutarti a realizzare i tuoi sogni più ambiziosi>>.

Hafid s’inchinò e si voltò per andarsene, ma il vecchio non aveva ancora finito. <<Figliolo, c’è una regola che devi ricordare nell’iniziare questa nuova vita. Tienila sempre a mente e supererai anche gli ostacoli apparentemente insormontabili che certamente dovrai affrontare come tutti gli ambiziosi>>.

Hafid attese. <<Si, signore?>>.

<<L’insuccesso non riuscirà mai ad abbatterti se possiedi davvero una forte determinazione>>.

Pathros si avvicinò al giovane. <<comprendi appieno il significato delle mie parole?>>.

<<Si, signore>>.

<<Allora ripetile con me!>>.

<<L’insuccesso non riuscirà mai ad abbattermi se posseggo davvero una forte determinazione>>.

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Capitolo quarto

Tunica

Hafid spinse da parte il pane addentato a metà e prese a considerare il suo infelice destino. L’indomani sarebbe stato il suo quarto giorno a Betlemme, e quell’unica tunica presa dalla carovana e portatasi appresso con tanta sicurezza, ancora si trovava impacchettata sul dorso del mulo, ora legato a un paletto nella grotta dietro la locanda.

Non udiva neppure il rumore che lo circondava nella taverna sovraffollata, mentre fissava accigliato il suo pasto non concluso. Nella sua menta si agitavano quei dubbi che hanno assalito ogni venditore fin dalla notte dei tempi.

<<Perché la gente non mi dà retta? Come fare per attirare la sua attenzione? Perché mi chiudono la porta in faccia prima che abbia potuto dire cinque parole? Perché perdono interesse al mio discorsetto e se ne vanno? Sono tutti poveri in questa città? Che cosa rispondere quando mi assicurano che la tunica gli piace ma che non possono permettersela? Perché mi dicono di tornare in un altro momento? Come fanno gli altri a vendere se non riesco io? Che cos’è questa paura che mi prende quando mi avvicino a una porta chiusa? E come posso vincerla? Forse il mio prezzo non è in accordo con gli altri venditori?>>

Pensando al proprio fallimento scosse il capo con disgusto. Forse questa non era la vita adatta a lui. Sarebbe probabilmente rimasto un guardiano di cammelli che guadagna qualche moneta di rame per la quotidiana fatica. Come venditore, sarebbe stato davvero sfortunato a tornare alla carovana senza alcun profitto. Come l’aveva chiamato Pathros? Un giovane soldato? In quel momento desiderò essere ancora con i suoi animali.

Poi volse il pensiero a Lisha e al suo severo padre, Calneh, e subito ogni dubbio svanì. Stanotte avrebbe dormito ancora sulla collina per risparmiare, e domani avrebbe finalmente venduto la tunica. Non basta: sarebbe stato tanto eloquente da riuscire a spuntare un ottimo prezzo. Avrebbe cominciato presto, subito dopo l’alba, appostandosi vicino al pozzo della città. Si sarebbe rivolto a tutti quelli che si avvicinavano e in breve avrebbe fatto ritorno al Monte degli Olivi col denaro nella borsa.

Riprese il pane e ricominciò a mangiare mentre pensava al suo maestro. Pathros sarebbe stato orgoglioso di lui perché non si era abbandonato alla disperazione e non tornava con un fallimento. In verità, quattro giorni erano davvero molti per concludere la vendita di una sola tunica, ma se ci fosse riuscito in quattro giorni, sapeva di poter poi imparare da Pathros e metterci tre giorni, e poi due. In breve, sarebbe stato tanto efficiente da vendere molte tuniche all’ora. Allora sarebbe stato davvero un venditore rinomato.

Uscì dalla locanda rumorosa e si avviò alla grotta dove aveva lasciato il suo mulo. L’aria gelida aveva rivestito l’erba di un sottile strato di brina e ogni filo scricchiolava con un gemito sotto la pressione dei suoi sandali. decise di non andare sulle colline quella notte. Avrebbe invece dormito nella grotta con il suo animale. Domani, lo sapeva, sarebbe stato un giorno migliore, per quanto ora capisse perché gli altri venditori evitassero sempre questo villaggio poco prospero. Dicevano che lì non si riusciva a vendere nulla, e lui si era ricordato delle loro parole ogni volta che qualcuno aveva rifiutato di comprare la sua tunica. Tuttavia, Pathros vi aveva venduto centinaia di tuniche molti anni fa. Forse i tempi allora erano diversi e dopotutto Pathros era un venditore davvero grande…vide tremolare nella taverna una luce incerta e affrettò il passo, nel timore che all’interno vi fosse un ladro. Si precipitò nella grotta pronto a sopraffare il criminale e a recuperare i suoi beni. Ma immediatamente, alla vista di ciò che gli si parava dinanzi, la sua tensione svanì.

Una piccola candela, inserita in una fenditura della parete rocciosa, illuminava debolmente un uomo barbuto e una giovane donna. Ai loro piedi, in una pietra cava, adibita di solito a greppia per il foraggio del bestiame, dormiva un bambino. Hafid ne sapeva poco di queste cose, ma ebbe la sensazione che il piccolo fosse un neonato per via della sua pelle rosea e grinzosa. Del bimbo addormentato si scorgeva soltanto la testolina perché l’uomo e la donna, per proteggerlo dal freddo, l’avevano ricoperto con i loro mantelli.

L’uomo fece un cenno in direzione di Hafid, mentre la donna si mosse come per difendere il bambino. Nessuno parlò. Poi la donna ebbe un brivido, e Hafid notò che la sua veste leggera offriva poca protezione contro l’umidità della caverna. Guardò di nuovo il bambino. Osservò, affascinato, le piccole labbra che si aprivano e chiudevano quasi in un sorriso, e una strana sensazione lo pervase. Per qualche misterioso motivo, pensò a Lisha. La donna tremò di nuovo dal freddo e quel movimento improvviso riportò Hafid alla realtà.

Dopo alcuni minuti d’indecisione, l’aspirante venditore si diresse verso il suo mulo. Sciolse con cura i nodi, aprì il pacco e ne estrasse la tunica. La srotolò e passò le mani sulla stoffa. Il suo colore rosso brillò alla luce della candela mostrando sul rovescio il marchio di Pathros e quello di Tola. Il cerchio nel quadrato e la stella! Quante volte aveva tenuto quella tunica nelle sue braccia stanche in quegli ultimi tre giorni? Gli sembrava di conoscere ogni filo e ogni fibra. Era davvero una tunica di qualità. Tenuta bene, poteva durare una vita.

Hafid chiuse gli occhi e trasse un sospiro. Poi si avvicinò rapido verso la piccola famiglia, s’inginocchiò sulla paglia accanto al bambino e tolse con delicatezza dalla mangiatoia, prima il mantello logoro del padre e poi quello della madre, restituendoli ai rispettivi proprietari. Entrambi non reagirono: erano stati colti di sorpresa da quell’atteggiamento deciso. Infine, Hafid dispiegò la sua preziosa tunica rossa e l’avvolse con cura intorno al bimbo addormentato.

La sua guancia era ancora umida del bacio riconoscente della giovane madre, mentre conduceva il suo animale fuori dalla caverna. Nel cielo, proprio al di sopra di lui, splendeva la stella più luminosa che avesse mai visto. La fissò finché gli occhi non gli si riempirono di lacrime, quindi guidò il mulo lungo il sentiero che portava alla strada principale per tornare a Gerusalemme e alla carovana sulla montagna.

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Capitolo quinto

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Hafid cavalcava lentamente, a testa china, così che non poté più notare la stella che spandeva davanti a lui un sentiero di luce. Perché aveva commesso un atto così folle? Non conosceva le persone della grotta. Perché non aveva tentato di vendere loro la tunica? Cosa avrebbe detto a Pathros? E agli altri? Si sarebbero rotolati a terra per il gran ridere, nel sentire che aveva regalato una tunica di cui era responsabile. E a uno strano bambino in una grotta. Frugava nella mente alla ricerca di una falsa storia da raccontare a Pathros. Avrebbe potuto dire che la tunica era stata rubata dalla groppa dell’animale, mentre lui si trovava nella taverna. Pathros avrebbe creduto a una simile storia? Dopo tutto, c’erano molti banditi nel paese… E se Pathros gli avesse creduto, non lo avrebbe poi condannato per negligenza?

Raggiunse fin troppo presto il sentiero che conduceva al Giardino di Gethsemani. Smontò e camminò stancamente davanti al mulo finché arrivò alla carovana. La luce che scendeva dall’alto sembrava quella del giorno, e l’incontro temuto gli si prospettò immediato quando vide Pathros fuori della sua tenda intento a fissare il cielo. Hafid restò immobile, ma il vecchio lo notò quasi subito.

C’era un timore reverenziale nella sua voce quando si avvicinò al giovane e gli chiese: <<Arrivi direttamente da Betlemme?>>.

<<Si, maestro>>.

<<Una stella ti sta seguendo, non ne sei allarmato?>>.

<<Non l’ho notata, signore>>.

<<Non l’hi notata!? Io non sono riuscito a muovermi da questo punto, dal momento in cui l’ho vista sorgere su Betlemme, circa due ore fa. Non ne ho mai vista una tanto intensa e splendente. Mentre la osservavo, la stella cominciò a muoversi nel cielo, avvicinandosi alla nostra carovana. Ora che è proprio sulle nostre teste, compari tu, e, per tutti gli dei, la stella non si muove più>>.

Pathros si avvicinò ad Hafid e studiò attentamente il viso del giovane mentre gli chiedeva: <<Hai partecipato a qualche avvenimento straordinario, mentre eri a Betlemme?>>.

<<No, signore>>.

Il vecchio aggrottò la fronte, assorto in un pensiero profondo. <<Non ho mai visto una notte simile né ho mai vissuto un’esperienza come questa>>, mormorò.

Hafid indietreggiò. <<Nemmeno io dimenticherò mai questa notte, maestro>>.

<<Oh, oh, allora qualcosa è accaduto davvero, stasera. Come mai torni a un’ora così tarda?>>.

Hafid rimase in silenzio, mentre il vecchio voltava e tastava il pacco sul mulo. <<È vuoto!>> esclamò. <<È stato un successo, allora. Entra nella mia tenda e narrami la tua esperienza. Dacché gli dei hanno trasformato la notte in giorno, io non riesco a dormire, e forse le tue parole mi spiegheranno qualche spiegazione sul come e perché una stella si sia messa a seguire un guardiano di cammelli>>.

Pathros si adagiò sul suo lettino ed ascoltò ad occhi chiusi il lungo racconto di Hafid, la sequela di interminabili rifiuti, diniego e insulti che aveva subìto a Betlemme. Di tanto in tanto annuiva, per esempio quando Hafid descrisse il mercante di terraglie che lo aveva letteralmente buttato fuori dal suo negozio, e sorrise quando raccontò del soldato romano che gli aveva scagliato la tunica sul viso quando il giovane si era rifiutato di ridurre il prezzo.

Alla fine, con voce rotta e smorzata, Hafid descrisse tutti i dubbi che lo avevano assalito alla locanda proprio quella sera. Pathros lo interruppe: <<Hafid, sforzati di ricordare tutti i dubbi che ti hanno attraversato la mente mentre ti trovavi alla locanda ed eri così abbattuto, e prova ad elencarmeli>>.

Hafid fece del suo meglio riportandoli alla memoria, e il vecchio alla fine gli chiese: <<Adesso, dimmi: quale pensiero è infine entrato nella tua mente a scacciare i dubbi e a darti nuovo coraggio per decidere di ritentare ancora di vendere la tunica, all’indomani?>>

Hafid meditò un momento, poi disse: <<Pensai solo alla figlia di Calneh. Anche in quella disgustosa locanda mi resi conto che se avessi fallito non avrei mai più potuto guardarla in faccia>>. Poi la sua voce si spezzò: <<Ma io l’ho perduta, comunque>>.

<<Hai fallito? Non capisco. La tunica non è tornata indietro con te…>>

Con una voce talmente bassa che Pathros dovette chinarsi verso di lui per udirlo, Hafid riferì ciò che era accaduto nella grotta, il bambino, e la tunica. Mentre il giovane parlava, Pathros seguitava a lanciare sguardi verso l’apertura della tenda, da cui si scorgeva la grande luce che ancora rischiarava la zona dell’accampamento. Sul suo viso perplesso si disegnò un sorriso; e non si accorse che il ragazzo aveva terminato il suo racconto e ora stava singhiozzando.

Poi i singhiozzi si spensero, e nella grande tenda prese a regnare il silenzio. Hafid non osava guardare il suo signore. Aveva fallito, dimostrando di non possedere le doti per diventare qualcosa di più di un guardiano di cammelli. Ricacciò indietro la voglia di scoppiare di nuovo in pianto e di scappar via dalla tenda. Allora sentì sulla spalla la mano del grande venditore, che lo costrinse a guardarlo negli occhi.

<<Figlio mio, questo viaggio non è stato molto vantaggioso per te>>.

<<No, signore>>.

<<Ma lo è stato per me. La stella che ti seguiva mi ha guarito da una cecità che sono riluttante ad ammettere. Ti spiegherò tutto soltanto dopo il nostro a Palmira. Ora devo farti una richiesta>>.

<<Si, signore>>.

<<I nostri venditori cominceranno a ritornare alla carovana domani prima del calar del sole e i loro animali avranno bisogno delle tue cure. Sei disposto a riprendere il tuo posto come guardiano di cammelli, per il momento?>>.

Hafid si alzò rassegnato e s’inchinò al suo benefattore. <<Qualsiasi cosa mi chiediate, la farò… e mi dispiace di avervi deluso>>.

<<Va’ allora, e prepara tutto per il ritorno dei nostri uomini; noi ci rivedremo quando saremo a Palmira>>.

Quando Hafid uscì dalla tenda, la forte luce dall’alto per un attimo lo accecò. Si strofinò gli occhi. E udì Pathros chiamarlo dall’interno.

Il giovane si voltò e tornò dentro, aspettando che il vecchio parlasse. Pathros si rivolse a lui dicendo: <<Dormi in pace poiché tu non hai fallito>>.

La stella lucente rimase lassù per tutta la notte.

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Capitolo sesto

Palmira

Palmira

Circa quindici giorni dopo il ritorno della carovana al quartier generale di Palmira, Hafid fu destato dal giaciglio di paglia nella scuderia e invitato a recarsi da Pathros.

Si affrettò verso la camera da letto del suo signore, e rimase sconcertato davanti all’enorme giaciglio che faceva apparire un nanerottolo il suo occupante. Pathros aprì gli occhi e lottò con le coperte finché riuscì a mettersi in posizione eretta. Il suo viso era emaciato e le vene gli sporgevano gonfie sul dorso delle mani. Ad Hafid fu difficile credere di trovarsi di fronte allo stesso uomo col quale aveva parlato solo dodici giorni prima.

Pathros mosse verso la parte inferiore del letto, e il giovane sedette con precauzione sul bordo, aspettando che il vecchio parlasse. Anche la sua voce era cambiata, come suono e come timbro, dal loro ultimo incontro.

<<Figlio mio, hai avuto a disposizione molti giorni per riesaminare le tue ambizioni. Hai ancora il desiderio di diventare un grande venditore?>>.

<<Si, signore>>.

La vecchia testa si abbassò in un cenno.

<<Così sarà. Avevo progettato di passare diverso tempo con te ma, come puoi vedere, per me ci sono altri progetti. Sebbene mi consideri un buon venditore, non sono in grado di convincere la morte ad andarsene dalla mia casa. Sta aspettando da giorni, come un cane affamato davanti alla porta della cucina. Come il cane, sa che prima o poi la porta sarà lasciata incustodita…>>

Un colpo di tosse interruppe le sue parole, e Hafid rimase immobile mentre il vecchio respirava affannosamente.

Finalmente la tosse cessò, e Pathros sorrise debolmente: <<Il tempo che passeremo insieme è breve, perciò cominciamo subito. Prima di tutto, prendi il piccolo scrigno che c’è sotto il letto>>.

Hafid s’inginocchiò e tirò fuori una cassetta legata con cinghie di cuoio. La posò sul letto sotto il rilievo formato dalle gambe di Pathros. Il vecchio si schiarì la gola: <<Molti anni fa, quando la mia condizione sociale era inferiore perfino a quella di un guardiano di cammelli, ebbi il privilegio di venire in soccorso di un viaggiatore orientale che era stato assalito da due banditi. Egli insistette nel dire che gli avevo salvato la vita e che desiderava ricompensarmi, sebbene io non volessi compensi. Poiché non avevo né famiglia né beni, mi pregò d’andare con lui a casa sua tra la sua gente, dove fui accolto come una persona di famiglia.

<<Un giorno, quando quand’ero ormai cresciuto abituandomi alla nuova vita, mi presentò questo scrigno. All’interno c’erano dieci rotoli di pelle, tutti numerati. Il primo conteneva il segreto dell’apprendimento. Gli altri, tutti i segreti e i principi necessari per avere un grande successo nell’arte del vendere. L’anno seguente fui istruito ogni giorno sulle sagge parole dei rotoli, e con il segreto dell’apprendimento contenuto nel primo, alla fine imparai a memoria ogni parola di ogni rotolo, finché esse non diventarono parte del mio pensiero e della mia vita. Diventarono un’abitudine>>.

<<Al termine mi fu regalato lo scrigno che racchiudeva tutti e dieci i rotoli, e mi fu affidata una lettera sigillata, insieme a una borsa che conteneva cinquanta pezzi d’oro. La lettera non doveva essere aperta finché la mia casa adottiva non fosse più in vista. Mi accomiatai dalla famiglia e, prima di aprire la lettera, attesi di aver raggiunto la strada commerciale per Palmira. La lettera mi invitava a prendere i pezzi d’oro e, applicando quello che avevo imparato dai rotoli, a dare inizio a una nuova vita. Mi ordinava inoltre di condividere sempre a metà, con altri meno fortunati di me, ogni ricchezza io avessi acquisito. I rotoli di cuoio però non dovevano essere né dati né rivelati ad alcuno, fino al giorno in cui mi fosse giunto un segno particolare ad annunciarmi che si trattava della prossima persona prescelta a ricevere quei rotoli>>.

Hafid scosse la testa: <<Io non capisco, signore>>.

<<Ti spiegherò. Sono rimasto molti anni in attesa che un segno mi indicasse questa persona; intanto, applicando quello che ho imparato dai rotoli, ho ammassato una grande fortuna. Cominciavo quasi a credere che questa persona non sarebbe mai apparsa prima della mia morte, finché tu non sei tornato dal tuo viaggio a Betlemme. Il primo sospetto che fossi proprio tu la persona prescelta a ricevere i rotoli, mi venne in mente quando ti vidi sotto la luce della stella che ti aveva seguito da Betlemme. In cuor mio ho cercato di comprendere il significato di questo evento, ma sono rassegnato a non mettere in dubbio le azioni degli dei. Quando poi hai spiegato di aver regalato la tunica, che tanto significava per te, qualcosa parlò nel mio cuore e mi disse che la mia lunga ricerca era finita. Avevo finalmente trovato il prossimo destinatario dello scrigno. Stranamente, non appena mi resi conto di aver trovato la persona giusta, la mia energia itale cominciò lentamente a scemare. Ora sono vicino alla fine, ma la mia lunga ricerca è finita ed io posso andarmene in pace da questa terra>>.

La voce del vecchio si fece più debole, ma egli strinse i pugni ossuti e si piegò verso Hafid. <<Ascolta attentamente, figlio mio, poiché non avrò la forza di ripetere queste parole>>.

Gli occhi di Hafid erano umidi quando si avvicinò al suo signore. Le loro mani si toccarono e il grande venditore respirò a fatica. <<Ora io ti trasmetto a te questo scrigno e il suo contenuto>>, gli disse, <<ma prima devi accettare alcune condizioni. Nello scrigno c’è una borsa con cento talenti d’oro. Questo ti permetterà di vivere e di acquistare una piccola quantità di tappeti con i quali entrare nel mondo degli affari. Io potrei lasciarti una grande ricchezza, ma così facendo ti renderei un pessimo servizio. Molto meglio che tu diventi il più grande venditore del mondo con le tue sole forze. Vedi, non ho dimenticato la tua meta>>.

<<Parti immediatamente da questa città e recati a Damasco. La ti si offriranno illimitate opportunità di applicare quello che insegnano i rotoli. Dopo aver trovato alloggio, aprirai soltanto il rotolo numero Uno. Devi leggerlo più e più volte, finché avrai capito a fondo il metodo segreto di cui parla e che tu userai per imparare i principi del successo nelle vendite contenuti in tutti gli altri rotoli. Quando avrai appreso tutti i principi di ognuno, puoi ricominciare a rivendere i tappeti comprati, e se associ quello che avrai imparato con l’esperienza che acquisti, e continui a studiare ogni rotolo secondo le istruzioni, le tue vendite diverranno più numerose di giorno in giorno. Ecco dunque la mia prima condizione; devi giurare solennemente di seguire le istruzioni contenute nel rotolo segnato col numero Uno. Sei d’accordo?>>.

<<Si, signore>>.

<<Bene, bene… applicando i principi dei rotoli diventerai ben più ricco di quanto tu abbia mai sognato. Ed ecco la seconda condizione: dovrai sempre mettere a disposizione delle persone meno fortunate di te metà dei tuoi guadagni. Non dovrai mai venire meno a questa condizione. Sei d’accordo?>>.

<<Si, signore>>.

<<E ora la condizione più importante di tutte. Ti è proibito spartire con altri i rotoli o di rivelare le sagge norme in essi contenute. Un giorno ti apparirà una persona che recherà a te un segno, proprio come la stella e la tua azione benefica erano il segno che io cercavo. Quando questo accadrà, saprai riconoscere il segno, anche se la persona da cui ti giunge può essere all’oscuro di tutto. Quando il tuo cuore ti avrà assicurato che sei nel giusto, tu passerai a lui, o a lei, lo scrigno e il suo contenuto, dopo di che non sarà più necessario imporre a chi lo riceve le condizioni a me dettate a suo tempo e che ora io ti impongo. La lettera che ho ricevuto allora stabilisce che il terzo destinatario dei rotoli può condividere il loro messaggio con il mondo intero, se lo desidera. Mi prometti di adempiere anche a questa terza condizione?>>.

<<Lo prometto>>.

Pathros sospirò sollevato come se si fosse tolto un gran peso dal cuore. Sorrise debolmente e prese il viso di Hafid tra le sue mani ossute. <<Prendi lo scrigno e parti. Non ti vedrò più. Vai con il mio amore e i miei auguri di successo, e possa la tua Lisha condividere con te tutta la felicità che ti porterà il futuro>>.

Hafid scoppiò a piangere senza ritegno; e con il volto rigato di lacrime prese lo scrigno e varcò la soglia. Ma appena uscito si fermò, posò lo scrigno sul pavimento e tornò indietro dal suo maestro: <<L’insuccesso non riuscirà mai ad abbattermi se posseggo davvero una forte determinazione?>>, gli chiese.

Sorridendo debolmente, il vecchio annuì. E alzò la mano in un cenno di addio.

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Capitolo settimo

 

Porta orientale di Damasco nei nostri giorni

porta orientale

Hafid entrò con il suo animale nella città fortificata di Damasco attraverso la porta orientale. Cavalcava lungo la via maestra in preda a mille dubbi e ad una certa trepidazione, e il rumore e le grida che provenivano dalle centinaia di bazar non contribuivano certo a sollevarlo dai suoi timori. Una cosa era giungere in una grande città insieme ad una carovana potente come quella di Pathros, ben altra il trovarvisi solo e senza protezione. I mercanti di strada gli correvano addosso da ogni parte offrendogli mercanzie, urlando l’uno più dell’altro. Oltrepassò una serie di bottegucce e minuscoli bazar che mettevano in mostra oggetti prodotti da calderai, argentieri, sellai, tessitori, falegnami; ad ogni passo del mulo si ritrovava faccia a faccia con altri venditori ambulanti che tendevano le mani gemendo e implorando.

Proprio davanti a lui, oltre il muro occidentale della città, si ergeva il monte Hermon. Sebbene fosse estate, la cima era ancora coperta di bianco e sembrava guardare dall’alto con spirito di tolleranza la cacofonia della piazza. Alla fine, Hafid lasciò la strada e andò in cerca di una sistemazione, che non ebbe difficoltà a trovare in una locanda chiamata Moshe. La stanza era pulita ed egli pagò un mese d’affitto anticipato, il che chiarì immediatamente il suo rango al proprietario, Antonio. Poi sistemò il mulo nella stalla sottostante, fece un bagno nelle acque del Barada e ritornò nella sua stanza.

Mise lo scrigno di cedro ai piedi del letto e si apprestò a srotolarne le cinghie. Il coperchio si aprì facilmente ed egli contemplò i rotoli di cuoio. Infine, frugò all’interno e li toccò. Il cuoio reagiva sotto le sue dita come se fosse vivo, e Hafid ritrasse la mano precipitosamente. Si alzò e si diresse verso la finestra protetta da una grata da cui entravano i suoni della rumorosa piazza del mercato, pur distante quasi mezzo miglio. Guardò nella direzione da cui giungevano, un po’ smorzate, mille voci, e in quel momento sentì riaffiorare timori e dubbi e svanire la fiducia. Chiuse gli occhi, appoggiò la testa alla parete e gridò: <<Pazzo sono a sognare che io, un semplice guardiano di cammelli, verrò un giorno acclamato come il più grande venditore del mondo, quando non ho neppure il coraggio di cavalcare in mezzo alle bancarelle del mercato. Oggi i miei occhi hanno visto migliaia di venditori, tutti meglio dotati di me per la loro professione. Tutti hanno coraggio, entusiasmo e tenacia. Paiono tutti agguerriti per sopravvivere nella giungla del mercato. Quanto è stupido e presuntuoso pensare che io possa competere con loro e superarli. Pathros, Pathros mio, temo che fallirò di nuovo>>.

Stanco del viaggio si gettò sul letto singhiozzando finché non si addormentò.

Quando si svegliò era mattina. Ancor prima d’aprire gli occhi, udì cinguettare. Si alzò e fissò incredulo un passerotto posato sul coperchio aperto dello scrigno che conteneva i rotoli. Corse alla finestra. Fuori, migliaia di passeri gremivano gli alberi di fico e i sicomori, e ognuno di essi cantando dava il benvenuto al nuovo giorno. Mentre li osservava, alcuni si posarono sul davanzale ma volarono subito via, non appena azzardò un tenue movimento. Allora tornò a guardare lo scrigno. Il pennuto ospite drizzò il capo e lo fissò attentamente.

Hafid si diresse lentamente verso lo scrigno con la mano tesa. Il passero gli balzò nel palmo. <<Migliaia dei tuoi simili rimangono fuori, timorosi. Tu invece hai il coraggio di entrare dalla finestra>>, pensò.

Il passero beccò rapido la pelle di Hafid, ed egli lo portò verso il tavolo dove c’era lo zaino che conteneva pane e formaggio. Ne ruppe alcuni pezzi e li mise accanto al suo piccolo amico che cominciò a mangiare.

Assalito da un pensiero, ritornò alla finestra e tastò i fori della grata. Erano così piccoli che gli parve quasi impossibile che il passero avesse potuto entrare. Poi ricordò le parole di Pathros e le ripeté ad alta voce. Il fallimento non ti potrà mai annientare, se la tua volontà di successo è abbastanza forte.

Ritornò allo scrigno e frugò all’interno. Uno dei rotoli di pelle era più consunto degli altri. Lo tolse dalla cassetta e lo srotolò con cura. La paura che aveva provato era svanita. Guardò poi nella direzione del passero. Anch’esso se ne era andato; a testimoniare la visita del passerotto coraggioso, rimanevano soltanto briciole di pane e formaggio. Hafid diede un’occhiata al rotolo. E ne lesse il titolo. Il rotolo numero uno. E cominciò a leggere.

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Capitolo ottavo

Il rotolo numero Uno

 rotolo 1

Oggi inizio una nuova vita

Oggi lascio cadere la vecchia pelle che aveva troppo a lungo sofferto i lividi del fallimento e le ferite della mediocrità.

Oggi torno a rinascere e il mio luogo di nascita è un vigneto dove c’è frutta per tutti.

Oggi coglierò acini di saggezza dalle viti più alte e più ricche del vigneto, quelle che furono piantate dai più saggi esperti della mia professione, venuti prima di me, generazione dopo generazione.

Oggi assaporerò il gusto degli acini di questa vite, inghiottirò il seme del successo sepolto in ciascuno di essi e una nuova vita germoglierà in me.

La carriera che ho scelto è carica di opportunità ma colma tuttavia di dolore e disperazione; e ammucchiati l’uno sull’altro i corpi di quelli che hanno fallito proietterebbero un’ombra più alta di tutte le piramidi della terra.

Ma io non fallirò come gli altri poiché ora tengo tra le mani le carte che mi guideranno attraverso acque perigliose verso lidi che soltanto ieri sembravano solo un sogno.

Il compenso della lotta non sarà più il fallimento. La natura non ha previsto che il mio corpo debba sopportare il dolore, così come non ha disposto che la mia vita debba subire il fallimento. L’insuccesso, come il dolore, è estraneo alla mia vita. In passato lo accettai, come accettai il dolore. Ora lo rifiuto, e sono pronto a ricevere i saggi principi che mi guideranno fuori dalle ombre, verso il sole della ricchezza, della posizione sociale e della felicità, molto al di là dei miei sogni più fantasiosi; finché persino le mele d’oro del Giardino delle Esperidi non mi sembreranno nient’altro che la giusta ricompensa.

Il tempo insegna ogni cosa a chi vive in eterno, ma io non posseggo il lusso dell’eternità. Tuttavia, all’interno del tempo assegnatomi, devo praticare l’arte della pazienza, poiché la natura non agisce mai in fretta. Per creare l’olivo, re di tutti gli alberi, ci vogliono cent’anni. Una pianta di cipolle invece è vecchia in nove settimane. Io ho vissuto come una pianta di cipolle. Non mi è piaciuto. Ora diventerò il più grande degli alberi di olivo e davvero il più grande dei venditori.

Ma questo come può accadere? Non ho né la conoscenza né l’esperienza per raggiungere la grandezza e già sono incespicato nell’ignoranza, già sono caduto nelle paludi dell’autocompatimento. La risposta è semplice. Comincerò il mio viaggio libero sia dal peso delle conoscenze superflue, sia dallo svantaggio di esperienze insignificanti. La natura già mi ha fornito di conoscenza e di istinto di gran lunga superiori a quelli di ogni animale della foresta; e il valore dell’esperienza è di solito sopravvalutato dai vecchi, che scuotono saggiamente il capo ma parlano scioccamente.

In realtà, l’esperienza offre un insegnamento globale, ma il suo corso d’istruzione divora gli anni degli uomini, così che il valore delle sue lezioni diminuisce lungo il tempo necessario ad acquisire la sua speciale saggezza. La fine la trova sprecata su uomini morti. Inoltre, l’esperienza è paragonabile alla moda; un’azione che oggi si dimostra proficua, domani potrà risultare inadatta e impraticabile.

Soltanto i principi perdurano e io li posseggo, perché le leggi che mi condurranno alla grandezza sono contenute nelle parole di questi rotoli. Essi m’insegneranno più a prevenire il fallimento che a conquistare il successo, perché che cos’è il successo se non uno stato mentale? Tra migliaia di uomini saggi non ne esistono due che possono definire il successo con le stesse parole; mentre l’insuccesso è sempre descritto in un modo soltanto. Il fallimento è l’incapacità dell’uomo di raggiungere le sue mete nella vita, qualsiasi possano essere.

In verità, l’unica differenza tra coloro che hanno fallito e quelli che hanno avuto successo sta nella differenza delle loro abitudini. Le buine abitudini sono la chiave di ogni successo. Le cattive abitudini sono la porta aperta al fallimento. Quindi la prima legge alla quale obbedirò, la legge che precede ogni altra è –costruirò buone abitudini e diverrò loro schiavo-.

Da bambino ero schiavo dei miei impulsi; ora sono schiavo delle mie abitudini, come tutti gli uomini adulti. Ho ceduto la mia libera volontà ad anni di abitudine accumulate, e i trascorsi della mia vita hanno già segnato un sentiero che minaccia d’imprigionare il mio futuro. Le mie azioni sono dominate da appetito, passione, pregiudizio, cupidigia, amore, paura, ambiente, abitudine; il peggiore di questi tiranni è però l’abitudine. Perciò, se devo essere schiavo dell’abitudine, che io sia schiavo di buone abitudini. Devo distruggere le mie cattive abitudini e tracciare nuovi solchi per una buona semina.

Mi costruirò buone abitudini e diventerò loro schiavo.

E come realizzerò questa difficile impresa? Per mezzo di questi rotoli ci riuscirò, poiché ogni rotolo racchiude un principio che distruggerà una cattiva abitudine sostituendola con un’altra che mi porterà più vicino al successo. Anche questa, infatti, è una legge di natura: soltanto un’abitudine può domarne un’altra. Così, per consentire a queste parole di compiere il lavoro cui sono preposte, devo disciplinare me stesso con la prima delle mie nuove abitudini, che è la seguente: leggerò ogni rotolo per trenta giorni nella maniera prescritta, prima di procedere con il rotolo successivo.

Innanzitutto, leggerò le parole in silenzio quando mi alzo. Poi, leggerò le parole in silenzio dopo il pasto di mezzogiorno. Infine, leggerò di nuovo le parole prima di ritirarmi al termine della giornata, e, cosa ancor più importante, in tale occasione leggerò le parole ad alta voce.

Il giorno dopo ripeterò questa procedura e continuerò in tal modo per trenta giorni. Poi passerò al rotolo successivo, e ripeterò il medesimo procedimento per altri trenta giorni. Seguirò così fino a che avrò vissuto con ogni rotolo per trenta giorni e la mia lettura sarà diventata un’abitudine.

E che cosa si otterrà con questa abitudine? Qui è racchiuso il segreto di ogni umana realizzazione. Ripetendo quotidianamente le parole, presto esse diventeranno della mia mente attiva, ma soprattutto filtreranno anche nell’altra mia mente, quella misteriosa sorgente che non dorme mai, che crea i miei sogni e che spesso mi fa agire in modo che non comprendo.

Quando queste parole saranno assorbite dalla mia mente misteriosa, io ogni mattina comincerò a svegliarmi mattina con una vitalità mai prima conosciuta. Il mio vigore aumenterà, nascerà in me un nuovo entusiasmo, il mio desiderio di affrontare il mondo vincerà il timore che un tempo provavo all’alba, e sarò più felice di quanto credessi possibile essere in questo mondo di lotta e di dolore.

Alla fine, di fronte a tutte le situazioni che dovrò affrontare mi troverò a reagire secondo quanto è prescritto dai rotoli, e presto queste azioni e reazioni diventeranno facili da compiere, perché ogni azione diventa semplice con la pratica.

Così nasce una nuova abitudine, poiché quando un’azione diventa facile attraverso la costante ripetizione, l’eseguirla diventa un piacere, e se è piacevole eseguirla è proprio della natura umana il compierla spesso. Eseguendola spesso, l’azione diventa un’abitudine, questo coincide con la mia volontà.

Oggi comincio una nuova esistenza. E faccio a me stesso un solenne giuramento: nulla ritarderà la crescita della mia nuova vita. Non perderò un solo giorno di queste letture, poiché quel giorno non può essere recuperato e neppure posso sostituirlo. Non devo, non voglio interrompere l’abitudine di leggere quotidianamente questi rotoli. In verità, i pochi momenti spesi ogni giorno in questa nuova abitudine non sono che un piccolo prezzo da pagare per la felicità e il successo che mi procureranno.

Quando leggerò e rileggerò le parole dei rotoli che seguono, non permetterò mai che la brevità di ogni rotolo o la semplicità delle sue parole m’inducano a prendere alla leggera il messaggio. Per colmare una giara di vino si spremono migliaia di acini d’uva, e la buccia e la polpa sono gettate agli uccelli. Così è con questi acini di saggezza che si tramandano da generazioni. Molto è stato filtrato e lanciato al vento. Soltanto la pura verità si trova distillata nelle parole seguenti. E io berrò come mi è stato indicato e non ne spanderò neppure una goccia. E inghiottirò il seme del successo.

Oggi la mia vecchia pelle è diventata polvere. Camminerò a testa alta tra gli uomini ed essi mi riconosceranno, poiché oggi io sono un uomo nuovo in una nuova esistenza.

Pag. 67

Capitolo nono

Il rotolo numero Due

 rotolo 2

Saluterò questo giorno con l’amore nel cuore.

Poiché questo è il segreto più grande per avere successo in tutti i campi. I muscoli possono schiacciare uno scudo e perfino distruggere una vita ma solo l’invisibile potere dell’amore può aprire i cuori degli uomini. Finché non sarò padrone dell’arte di amare rimarrò soltanto un venditore ambulante sulla piazza del mercato. Voglio fare dell’amore la mia arma più forte così che nessuno di coloro che accosterò potranno difendersi contro la sua forza.

Potranno opporsi al suo argomentare; potranno diffidare delle mie parole; potranno rifiutare la mia persona; e perfino i miei buoni affari potranno essere fonte di sospetto: ma il mio amore conquisterà il loro cuore come il sole i cui raggi ammorbidiscono anche l’argilla più fredda.

Saluterò questo giorno con l’amore nel cuore.

E come? D’ora innanzi guarderò tutte le cose con amore, e mi sentirò rinascere. Amerò il sole perché scalda le mie ossa; ma amerò anche la pioggia perché purifica il mio spirito. Amerò la luce perché mi mostra la via; ma amerò anche il buio perché mi permetter di vedere le stelle. Darò il benvenuto alla felicità perché allarga il mio cuore; ma sopporterò anche la tristezza perché apre la mia anima. Accetterò le ricompense perché mi sono dovute; ma darò il benvenuto anche agli ostacoli poiché sono la mia sfida.

Saluterò questo giorno con l’amore nel cuore.

E in che modo parlerò? Loderò i miei nemici, ed essi mi diventeranno amici. Incoraggerò gli amici, ed essi mi diventeranno fratelli. Mi ingegnerò sempre a trovare ragioni per approvare; non andrò mai alla ricerca di pretesti per poter fare pettegolezzi. Quando sarò tentato di fare una critica mi morderò la lingua; quando avrò motivo di fare una lode la griderò al mondo. Non è così che parlano gli uccelli, il vento il mare e tutta la natura, con la musica della lode per il loro creatore? Non saprò io parlare con la stessa musica ai suoi figli? D’ora innanzi ricorderò questo segreto e cambierò la mia vita.

Saluterò questo giorno con l’amore nel cuore.

E in che modo agirò? Amerò gli uomini di ogni tipo, poiché ognuno possiede qualità degne di ammirazione, per quanto nascoste possano essere. Abbatterò con l’amore il muro del sospetto e dell’odio che gli uomini hanno costruito intorno al loro cuore, e al suo posto costruirò ponti, così che il mio amore possa entrare nelle loro anime.

Amerò gli ambiziosi perché possono ispirarmi. Amerò i falliti perché possono insegnarmi. Amerò i sovrani poiché non sono altro che uomini; amerò i poveri perché sono una moltitudine. Amerò i giovani per la loro baldanza; amerò i vecchi per la saggezza che offrono.

Saluterò questo giorno con l’amore nel cuore.

In che modo agirò alle azioni degli altri? Con amore. Proprio perché l’amore è la mia arma per aprire il cuore degli uomini, l’amore sarà anche il mio scudo per respingere le frecce dell’odio e i dardi dell’ira. Le avversità e lo scoraggiamento urteranno contro il mio nuovo scudo e si trasformeranno nella più dolce della pioggia. Il mio scudo mi proteggerà sulla piazza affollata e mi sosterrà quando sarò solo. Mi solleverà nei momenti di disperazione e mi calmerà nei periodi di esaltazione. Con l’uso diventerà sempre più forte e più protettivo, finché un giorno lo getterò da parte e camminerò leggero tra gli uomini di ogni genere; e allora il mio nome sarà elevato in alto sulla piramide della vita.

Saluterò questo giorno con la gioia nel cuore.

E come affrontare ogni persona che incontro? In un solo modo. In silenzio mi rivolgerò ad essa dicendole: ti voglio bene. Se pur pronunciate in silenzio, queste parole risplenderanno nei miei occhi, distenderanno la mia fronte, porteranno il sorriso sulle mie labbra ed echeggeranno nella mia voce; e il cuore di ognuno si aprirà. E chi riuscirà a dir di no alle mie merci sentendo nel cuore il mio amore?

Saluterò questo giorno con l’amore nel cuore.

E soprattutto amerò me stesso. Poiché amando me stesso saprò ispezionare attentamente tutte le cose che entrano nel mio corpo, nella mia mente, nella mia anima e nel mio cuore. Non sarò indulgente verso le richieste della mia carne, ma piuttosto curerò il mio corpo con la pulizia e la sobrietà. Non permetterò alla mia mente di lasciarsi attirare dal peccato e dalla disperazione, ma piuttosto la eleverò con il sapere e con l’antica saggezza. Non permetterò alla mia anima di diventare compiaciuta e soddisfatta, ma piuttosto la nutrirò di meditazione e di preghiera. Non permetterò al mio cuore di diventare meschino e acido, ma piuttosto lo offrirò agli altri, ed esso si dilaterà e scalderà la terra.

Saluterò questo giorno con l’amore nel cuore.

D’ora innanzi amerò tutta l’umanità. Da questo momento tutto l’odio è uscito dalle mie vene, poiché non ho tempo per odiare, ho soltanto tempo per amare. Da questo momento faccio il primo passo per diventare uomo tra gli uomini. Se anche non avessi altre qualità, posso riuscire con il solo amore. Senza di esso fallirò, anche se dovessi possedere l’esperienza e il talento del mondo.

Saluterò questo giorno con l’amore nel cuore. E avrò successo.

Pag. 72

Capitolo decimo

Il rotolo numero tre

 rotolo 3

 

Persisterò fino al successo

Ecco come si valuta, in Oriente, la capacità dei giovani tori a combattere nell’arena. Si conduce il torello nell’arena e lo si incita a caricare il picador, che lo pungola con una lancia. Il coraggio del giovane animale viene valutato con cura in base alla sua maggiore o minore disponibilità sfidando le punture della lama. D’ora innanzi riconoscerò che anch’io vengo messo alla prova dalla vita in questo modo. Se persisto, se continuo a provare, se continuo ad attaccare, avrò successo.

Persisterò fino al successo.

Io non sono nato per la sconfitta, né il fallimento scorre nelle mie vene. Non sono una pecora che aspetta di esser pungolata dal pastore. Io sono un leone, e mi rifiuto di parlare, camminare, dormire con le pecore. Non starò ad ascoltare quelli che piangono e si compiangono, poiché la loro è una malattia contagiosa. Lasciamoli insieme alle pecore. Il mattatoio dell’insuccesso non è il mio destino.

Persisterò fino al successo.

I premi della vita si trovano al termine di ogni viaggio, non agli inizi; e non mi è dato sapere quanti passi sono necessari per raggiungere la meta. Potrò ancora incontrare il fallimento al millesimo passo, tuttavia il successo può nascondersi dietro la prossima curva della strada. Non potrò mai sapere quanto è vicino, se non avrò svoltato l’angolo.

Sempre avanzerò d’un passo. E se questo non recherà vantaggio, ne farò un altro; e un altro ancora. In verità un passo alla volta non è difficile.

Persisterò fino al successo.

D’ora innanzi considererò ogni giorno come un colpo della mia lama contro una quercia possente. Il primo colpo può non causare neppure un tremito nel legno, e così il secondo e il terzo. Ma anche sotto una serie di fendenti infantili, la quercia alla fine crollerà. Così deve accadere grazie ai miei sforzi di oggi.

Sarò simile alla goccia di pioggia che spazza via la montagna; alla formica che divora una tigre; alla stella che illumina la terra; allo schiavo che erige una piramide. Costruirò il mio castello mattone dopo mattone, poiché so che con i piccoli sforzi ripetuti si porta a compimento qualsiasi impresa.

Persisterò fino al successo

   Non prenderò mai in considerazione la sconfitta e abolirò dal mio vocabolario parole o frasi come abbandonare, non posso, incapace, impossibile, fuori discussione, ineseguibile, improbabile, senza speranza, insuccesso, ritirata; perché queste sono le parole degli sciocchi. Eviterò la disperazione, ma se questa malattia mi dovesse infettare, continuerò a lavorare nonostante la disperazione. Lavorerò sodo e sopporterò. Ignorerò gli ostacoli ai miei piedi e terrò gli occhi fissi alla meta sul mio capo, poiché so che dove finisce l’arido deserto cresce l’erba verde.

Persisterò fino al successo.

Ricorderò le antiche leggi della statistica e le piegherò a mio vantaggio. Insisterò, ben sapendo che ogni fallimento aumenterà le mie possibilità di successo al prossimo tentativo. Ogni no che sento mi porterà più vicino al suono del sì. Ogni cipiglio che incontro mi prepara al sorriso venturo. Ogni sfortuna di oggi reca in sé il seme della buona sorte di domani. Devo avere la notte per apprezzare il giorno. Devo fallire spesso per avere il successo una volta soltanto.

Persisterò fino al successo.

Proverò, proverò e proverò ancora. Considererò ogni ostacolo come una semplice deviazione della meta e come una sfida alla mia capacità. Persisterò e svilupperò la mia capacità come i marinai sviluppano la propria, imparando ad uscire illesi dalla furia di ogni uragano.

Persisterò fino al successo.

D’ora innanzi imparerò ad applicare un altro segreto proprio di coloro che eccellono nel mio genere di lavoro. Al termine di ogni giorno, senza stare a considerare se è stato un successo o un fallimento, mi sforzerò di realizzare ancora una vendita. Quando i miei pensieri attireranno il mio corpo stanco verso casa, resisterò alla tentazione di farvi ritorno. Proverò di nuovo. Farò un ulteriore tentativo di chiudere con una vittoria, e se questo fallisce ne farò un altro. Non permetterò mai che una giornata finisca con un insuccesso. Così pianterò il seme del successo di domani e otterrò un insormontabile vantaggio su coloro che terminano il lavoro in un’ora stabilita. Quando gli altri si ritirano dalla lotta, allora comincerà la mia, e il mio raccolto sarà grande.

Persisterò fino al successo.

Non permetterò che il successo di ieri mi culli nel compiacimento di oggi, poiché proprio questo è la base del fallimento. Dimenticherò gli eventi del giorno passato, buoni o cattivi che fossero, e saluterò il nuovo con la certezza che questo sarà il giorno più bello della mia vita.

Sino a che avrò respiro persisterò. Poiché io ora conosco uno dei più grandi principi del successo: se persisterò abbastanza a lungo vincerò.

Persisterò.

Vincerò.

Pag. 77

Capitolo undicesimo

Il rotolo numero Quattro

 

Ancient scrolls of papyrus paper with Hebrew text

Io sono il più grande miracolo della natura.

Fin dall’inizio dei tempi, non c’è mai stato un altro con la mia mente, il mio cuore, i miei occhi, i miei orecchi, le mie labbra. Nessun uomo prima di me o contemporaneo a me, nessuno mai in futuro potrà camminare e parlare e muoversi e pensare esattamente come me. Tutti gli uomini sono miei fratelli eppure io sono diverso da ciascuno di loro. Io sono una creatura unica.

Io sono il più grande miracolo della natura.

Sebbene io appartenga al regno animale, quello che soddisfa gli animali a me non basta. In me brucia una fiamma che è passata attraverso infinite generazioni e il fuoco stimola costantemente il mio spirito a diventare migliore a quello che sono. E lo sarò. Alimenterò il fuoco dell’insoddisfazione e proclamerò al mondo la mia unicità.

Nessuno può copiare la mia pennellata, nessuno può fare i miei stessi segni col bulino, nessuno può imitare la mia calligrafia, nessun altro può generare mio figlio e, in verità, nessuno ha la mia stessa abilità nel vendere. D’ora innanzi capitalizzerò su questa differenza, poiché è una risorsa degna di essere sfruttata al massimo.

Io sono il più grande miracolo della natura.

Non farò più vani tentativi di imitare gli altri. Metterò, invece, in mostra la mia unicità sulla piazza del mercato. La proclamerò, si, la venderò. Comincerò a mettere in evidenza le mie diversità; a nascondere le mie somiglianze. E applicherò lo stesso principio alle merci che vendo. Venditore e merci, differenti da tutti gli altri, e orgoglioso della mia differenza.

Io sono unico tra le creazioni della natura. Sono raro, ed ogni rarità ha valore; perciò io sono prezioso. Sono il prodotto finale di un’evoluzione durata migliaia di anni; quindi rispetto a tutti gli imperatori e i saggi che mi hanno preceduto, sono ancora meglio dotato sia nella mente che nel corpo.

Ma i miei talenti, la mia mente, il mio cuore e il mio corpo ristagneranno, si corromperanno e moriranno se non ne farò un buon uso. Posseggo un potenziale illimitato. Impiego solo una piccola parte del cervello; faccio agire solo un’insignificante porzione dei miei muscoli. Cento e più volte posso aumentare i successi di ieri, e questo lo farò a cominciare da oggi.

Non sarò mai soddisfatto delle realizzazioni di ieri e non indulgerò nell’autocompiacimento per azioni in realtà troppo insignificanti per tenerne conto. Posso ottenere molto di più di quello che ho, e sarà cosi; perché dovrebbe finire con la mia nascita il miracolo che mi ha dato origine? Perché non posso prolungare questo miracolo alle mie azioni di oggi?

Io sono il più grande miracolo della natura.

Io non sono su questa terra per caso. Sono quaggiù per uno scopo. E questo scopo è elevarmi come una montagna, non ridurmi ad un granello di sabbia. D’ora in avanti dedicherò tutti i miei sforzi a far di me la montagna più alta di tutte, e tenderò il mio potenziale all’estremo, finché non invocherà pietà. Voglio approfondire la mia conoscenza dell’umanità, di me stesso e delle merci che vendo, così che le mie vendite verranno moltiplicate. Proverò e migliorerò, e cesellerò le parole che uso per vendere le mie mercanzie, poiché sono le basi su cui edificherò la mia carriera, e mai dimenticherò che molti hanno conquistato grandi ricchezze e il successo con un solo discorso di vendita magistralmente espresso. Inoltre, cercherò costantemente di migliorare i miei modi e il mio garbo, poiché questo è il miele dal quale tutti sono entrati.

Io sono il più grande miracolo della natura.

Concentrerò le mie energie sulla sfida del momento, e le mie azioni mi aiuteranno a dimenticare tutto il resto. Lascerò a casa tutti i problemi di casa. Sulla piazza del mercato non penserò assolutamente alla mia famiglia, poiché questo offuscherebbe i miei pensieri. Viceversa, lascerò sulla piazza del mercato i problemi del commercio e non penserò affatto al lavoro quando sarò a casa, poiché questo smorzerebbe il mio amore.

 Non c’è posto per la mia famiglia sulla piazza del mercato, e in casa mia non c’è posto per il mercato. Separerò uno dall’altro, e così rimarrò unito a entrambi. Devono rimanere separati, o la mia carriera fallirà. Questo è il paradosso insegnato da secoli di esperienza.

Io sono il più grande miracolo della natura.

Mi sono stati dati occhi e per vedere e una mente per pensare ed ora io conosco un grande segreto della vita, poiché finalmente mi rendo conto che tutti i miei problemi, scoraggiamenti e angosce sono in realtà grandi opportunità nascoste. Non sarò più ingannato dai travestimenti che indossano, poiché i miei occhi ora sono aperti. Saprò guardare oltre le apparenze e non sarò tratto in inganno.

Io sono il più grande miracolo della natura.

Nessun animale o pianta, né il vento, né la pioggia, né la roccia, né il lago ebbero il mio medesimo inizio, poiché io venni concepito con amore e cresciuto per uno scopo. In passato non ho considerato questo fatto, ma esso d’ora innanzi darà forma e guida alla mia vita.

Sono il più grande miracolo della natura.

E la natura non conosce sconfitta. Alla fine, è sempre vittoriosa, e così sarà anche per me; e ad ogni vittoria la lotta successiva diverrà meno dura.

Vincerò, e diventerò un grande venditore, perché io sono unico.

Sono il più grande miracolo della natura.

 

 

Pag. 82

Capitolo dodicesimo

Il rotolo numero Cinque

 rotolo 5

Voglio vivere questo giorno come se fosse l’ultimo

E che cosa devo fare, di quest’ultimo giorno prezioso che mi è affidato? Prima di tutto sigillerò il suo potenziale di vita, così che neppure una goccia se ne perda sulla sabbia. Non ne sciuperò neppure un attimo con l’affliggermi per le sfortune di ieri; perché infatti dovrei buttar via il bene a causa del male?

Può infatti la sabbia risalire in alto nella clessidra? Forse il sole sorgerà dove tramonta e tramonterà dove sorge? Posso rivivere gli errori di ieri e correggerli? Posso far tornare indietro le ferite di ieri e risanarle? Posso diventare più giovane di quanto lo fossi ieri? Posso riportare indietro le parole che mi hanno ferito, i colpi che mi sono stati inferti, il dolore che mi è stato inflitto? No. Ieri è sepolto per sempre e io non ci penserò più.

Vivrò questo giorno come se fosse l’ultimo.

E che cosa farò allora? Dimenticando ieri non penserò neanche al domani. Perché dovrei trascurare quello che è a favore di quello che può essere? Può la sabbia di domani fluire nella clessidra prima di quella di oggi? Forse che il sole sorgerà due volte questa mattina? Posso compiere le azioni di domani mentre mi trovo sulla strada di oggi? Posso mettere nella mia borsa oggi l’oro di domani? Può il bambino che nascerà domani nascere oggi? Può la morte che arriverà domani proiettare la sua ombra all’indietro e oscurare la gioia di oggi? Dovrei interessarmi ad avvenimenti a cui potrei non assistere mai? Dovrei tormentarmi per problemi che potrebbero non doversi mai verificare? No, il domani giace insieme a ieri, ed io non ci penserò più.

Vivrò questo giorno come se fosse l’ultimo.

Questo giorno è tutto quanto posseggo, e queste ore sono adesso la mia eternità. Saluto quest’al a con grida di gioia come un prigioniero cui è stata risparmiata la morte. Leverò le braccia ringraziando per l’inestimabile dono di un nuovo giorno. E ancora, mi batterò il petto con gratitudine pensando a tutti quelli che hanno salutato l’alba di ieri e che oggi non sono più tra i vivi. Sono davvero un uomo fortunato, e le ore di oggi altro non sono che un premio, immeritato. Perché è stato concesso a me di vivere ancora questo giorno mentre altri uomini, molto migliori di me, se ne sono andati? Forse perché hanno raggiunto il loro scopo mentre io devo ancora realizzarlo? È questa un’ulteriore opportunità che mi è offerta per diventare l’uomo che so di poter essere? C’è uno scopo nella natura? È questo il mio giorno per eccellere?

Vivrò questo giorno come se fosse l’ultimo.

Non ho che una sola vita, e la vita altro non è che una misura del tempo. Sciupando il tempo distruggo la vita. Se sciupo l’oggi, distruggo l’ultima pagina della mia vita. Quindi amerò ogni ora di questo giorno poiché essa non tornerà mai più. Non può essere depositata in banca oggi per essere ritirata domani, poiché chi può afferrare il vento? Tratterrò forte nelle mie mani ogni minuto di questo giorno e lo accarezzerò con amore, perché il suo valore non ha prezzo. Chi sta per morire non potrà mai comprare un altro respiro, anche se in cambio darebbe volentieri tutto l’oro che possiede. A quale prezzo oserei valutare le ore che mi attendono? Sono inestimabili!

Vivrò questo giorno come se fosse l’ultimo.

Allontanerò con furore gli assassini del tempo. Distruggerò con l’azione ogni tentazione a procrastinare; seppellirò il dubbio sotto la fede; non indugerò accanto a mani oziose, non andrò a visitare gli sfaccendati. Ormai so che indulgere all’indolenza significa rubare cibo, vesti e calore a coloro che amo. Io non sono un ladro. Io sono un uomo d’amore, e questo mio oggi è la mia ultima occasione di dimostrare il mio amore e la mia grandezza.

Vivrò questo giorno come se fosse l’ultimo.

Compirò oggi i doveri di oggi. Oggi accarezzerò i miei figli, fintanto che sono giovani; domani essi se ne andranno e io pure. Oggi abbraccerò la mia donna e la bacerò dolcemente; domani lei se ne andrà e io pure. Oggi aiuterò un amico nel bisogno; domani non potrà più chiedere aiuto, e io non potrò più udire la sua voce. Oggi offrirò me stesso al sacrificio e al lavoro; domani non avrò nulla da dare, e non ci sarà nessuno a ricevere.

Vivrò questo giorno come se fosse l’ultimo

E se è il mio ultimo giorno, sarà il mio monumento più grande. Farò di questo giorno il più bel giorno della mia vita. Di questo giorno berrò ogni minuto fino all’ultima goccia. Ne assaporerò il gusto e renderò grazie. Terrò conto di ogni ora e scambierò qualche minuto soltanto con qualcosa che sia di valore. Lavorerò più duro di quanto abbia mai fatto, sforzerò i miei muscoli fino a quando non imploreranno requie, ed allora continuerò. Farò più visite di quante ne abbia mai fatte prima. Venderò più mercanzie di quanto abbia mai fatto prima. Guadagnerò più oro di quanto ne abbia mai ottenuto prima. Ogni minuto di oggi sarà più fruttuoso di ogni ora di ieri. Il mio ultimo giorno deve essere il migliore.

Vivrò questo giorno come se fosse l’ultimo.

E se non lo sarà, cadrò in ginocchio e renderò grazie.

Pag. 87

Capitolo tredicesimo

Il rotolo numero Sei

 rotolo6

Oggi sarò padrone delle mie emozioni.

La marea avanza, la marea si ritira. L’inverno se ne va e l’estate viene. L’estate svanisce e il freddo aumenta. Il sole sorge; il sole tramonta. La luna è piena; la luna è scura. Gli uccelli arrivano; gli uccelli partono. I fiori sbocciano; i fiori appassiscono. I semi vengono seminati; le messi vengono raccolte. Tutta la natura è un cerchio di alterne condizioni e io sono parte della natura; e così come le maree, il mio umore si innalza, il mio umore si abbassa.

Oggi sarò padrone delle mie emozioni.

È uno dei piccoli segreti della natura e pochi lo conoscono: ogni giorno ci si risveglia con uno stato d’animo diverso da quello di ieri. La gioia di ieri diventerà la tristezza di oggi; e tuttavia la tristezza di oggi si trasformerà nella gioia di domani. Dentro di me c’è una ruota che gira costantemente fra tristezza e gioia, fra euforia e depressione, fra felicità e malinconia. Simile ai fiori, il pieno sbocciare della gioia di oggi languirà e appassirà nello sconforto, ma io ricorderò come il fiore avvizzito di oggi porta il seme della fioritura di domani, così anche la tristezza di oggi porta il seme della gioia di domani.

Oggi sarò padrone delle mie emozioni.

E come   le emozioni in modo che ogni giorno possa essere fecondo? Poiché se il mio umore non è buono, la mia giornata sarà un insuccesso. Il prosperare di alberi e piante dipende dal clima, ma sono io stesso a fare in me il bello e il cattivo tempo. Sì, io porto il mio clima con me. Se porto pioggia e tristezza e depressione e pessimismo ai miei clienti, reagiranno con pioggia e tristezza e depressione e pessimismo e non compreranno nulla. Se porto gioia e entusiasmo e allegria e sorrisi e il mio clima produrrà per me una messe copiosa di vendite e un granaio colmo d’oro.

Oggi sarò padrone delle mie emozioni.

E come padroneggerò le mie emozioni in modo che ogni giorno sia un giorno felice e fecondo? Imparerò questo antico segreto: Debole è colui che permette ai suoi pensieri di controlla re le sue azioni; forte è colui che costringe le sue azioni a controllare i suoi pensieri. Ogni giorno, al risveglio, seguirò questo piano di battaglia prima di essere catturato dalle forze della tristezza, dell’autocommiserazione e dalla frustrazione.

Se mi sento depresso canterò.

Se mi sento triste riderò.

Se mi sento debole raddoppierò il lavoro.

Se mi sento timoroso mi lancerò avanti.

Se mi sento inferiore indosserò abiti nuovi.

Se mi sento insicuro alzerò la voce.

Se mi sento povero penserò alla ricchezza futura.

Se mi sento incapace ricorderò i successi ottenuti.

Se mi sento insignificante ricorderò le mie mete.

Oggi sarò padrone delle mie emozioni

D’ora innanzi saprò che soltanto chi possiede scarse capacità può essere sempre soddisfatto di sé, e io non sono un incapace. Ci saranno giorni in cui dovrò costantemente lottare contro forze che vorrebbero abbattermi. Forze come disperazione e tristezza sono facili da riconoscere, ma ne esistono altre che si avvicinano con un sorriso e tendendo una mano amica, e anch’esse possono distruggermi. Anche contro di esse non devo mai abbassare la guardia.

Se mi sento troppo sicuro di me ricorderò i miei insuccessi.

Se eccedo nell’indulgenza penserò alla fame patita.

Se mi crogiolo nel compiacimento ricorderò le competizioni passate.

Se assaporo momenti di grandezza ricorderò momenti di umiliazione.

Se mi sento onnipotente proverò a fermare il vento.

Se ottengo una grande ricchezza mi ricorderò di chi soffre la fame.

Se mi sento gonfio d’orgoglio ricorderò un momento di debolezza.

Se ritengo la mia abilità impareggiabile guarderò le stelle.

Oggi sarò padrone delle mie emozioni.

E con questa nuova conoscenza riuscirò anche a capire e a riconoscere gli stati d’animo di colui al quale mi rivolgo.

Sarò indulgente verso la sua collera e la sua irritazione, poiché so che non conosce il segreto per controllare la sua mente. Posso sopportare le sue frecciate e i suoi insulti perché so che domani cambierà, e sarà una gioia avvicinarlo.

Non giudicherò più un uomo al primo incontro; non mancherò più di tornare a visitare domani colui che oggi mi si presenta ostile. Oggi non darebbe una monetina per comperare un cocchio d’oro, ma domani sarà disposto a cedere la sua casa per un albero. La conoscenza di questo segreto sarà la chiave che mi schiuderà una grande ricchezza.

Oggi sarò padrone delle mie emozioni.

D’ora in poi riconoscerò e identificherò i misteri degli umori dell’umanità, e dei miei. Da questo momento sono pronto a controllare qualsiasi personalità si ridesti in me ogni giorno. Padroneggerò i miei stati d’animo per mezzo di azioni positive e, dominando i miei stati d’animo, controllerò il mio destino.

Oggi controllo il mio destino e il mio destino è diventare il più grande venditore del mondo.

Diventerò padrone di me stesso.

Diventerò grande.

Pag. 92

Capitolo quattordicesimo

Il rotolo numero sette

rotolo 7

Riderò al mondo.

Nessuna creatura vivente, eccetto l’uomo, può ridere. Gli alberi possono emettere linfa quando sono feriti, gli animali possono urlare di dolore e di fame, ma io solo ho il dono del riso e sta a me usarlo ogni volta lo desidero. D’ora in poi coltiverò l’abitudine del riso.

Sorriderò e la mia digestione sarà migliore. Riderò tra me e il mio fardello sarà più leggero; farò una bella risata e la mia vita diverrà più lunga, poiché questo è il grande segreto della longevità, ed ora è mio.

Riderò al mondo.

Ma soprattutto riderò di me stesso, poiché l’uomo è assai ridicolo quando si prende troppo sul serio. Non cadrò mai in questo trabocchetto. Sebbene infatti io sia il più grande miracolo della natura, non sono forse soltanto un granello di sabbia in balia dei venti del tempo? So veramente da dove vengo e dove mi porta il destino? Da qui a dieci anni non sembrerà sciocco il mio interesse per questo giorno? Perché dovrei permettere ai piccoli eventi di oggi di disturbarmi? Che cosa può accadere prima che questo soli tramonti che non appaia insignificante nei fiumi dei secoli?

Riderò al mondo.

E come riuscirò a ridere, trovandomi di fronte a un uomo o ad un’azione che mi offende fino a strapparmi le lacrime o imprecazioni? Mi eserciterò a pronunciare tre parole fino a che esse diventino un’abitudine così forte da venirmi subito in mente ogni qualvolta il mio buon umore minacci di abbandonarmi. Queste tre parole, tramandate dagli antichi, mi condurranno immune attraverso tutte le avversità e manterranno equilibrata la mia vita. Eccole: anche questo passerà.

Riderò al mondo.

Perché tutte le cose del mondo in verità passeranno. Quando avrò il cuore pesante di tristezza mi consolerò al pensiero che anche questo passerà. Quando sarò oppresso dalla povertà mi dirò che anche questo passerà; quando sarò carico di ricchezza mi dirò anche questo passerà. E in effetti dov’è colui che costruì le piramidi? Non è sepolto in quelle stesse pietre? E non saranno un giorno le piramidi sepolte anch’esse sotto la sabbia? Se ogni cosa passerà, perché dovrei preoccuparmi per l’oggi?

Riderò al mondo.

Dipingerò questo giorno con il sorriso; incornicerò la notte con il mio canto. Non mi affaticherò mai per essere felice; piuttosto mi manterrò molto occupato per essere triste. Gioirò oggi della felicità di oggi. Essa non è come il grano: non va conservata in magazzino. Non è come il vino: non va riposta in una giara. Non la si può mettere da arte per il domani. Deve essere seminata e raccolta il giorno stesso. E questo io farò d’ora innanzi.

Riderò al mondo.

E con una risata, tutto tornerà alle giuste proporzioni. Riderò dei miei successi ed essi rimpiccioliranno mostrandosi nel loro vero valore. Riderò del male ed esso morirà senza toccarmi. Riderò al bene e fiorirà in abbondanza. Ogni giorno sarà un trionfo soltanto quando il mio sorriso farà nascere altri sorrisi. E tutto questo sarà nel mio interesse, perché nessuno comprerebbe le merci se io mostrassi un cupo cipiglio.

Riderò al mondo.

D’ora innanzi spargerò solo gocce di sudore, non di pianto, perché le lacrime di tristezza, di rimorso, di frustrazione non hanno alcun valore sulla piazza del mercato, mentre per ogni sorriso si può avere oro in cambio, e ogni parola gentile detta col cuore può costruire un castello.

Non permetterò mai a me stesso di diventare tanto importante, tanto saggio, tanto austero, tanto potente da dimenticare di ridere di me stesso e al mio mondo. In questo voglio rimanere per sempre bambino, perché soltanto rimanendo bambino manterrò la capacità di avere considerazione per gli altri; e finché saprò farlo, non diventerò troppo lungo per il mio piccolo letto.

Riderò al mondo.

E finché saprò ridere non sarò mai povero. Questo dunque è uno dei più grandi doni della natura ed io non lo sprecherò più. Soltanto ridendo con la felicità nel cuore potrò diventare davvero un uomo di successo. Soltanto ridendo con la felicità nel cuore potrò godere i frutti della mia fatica. Se così non fosse sarebbe molto meglio fallire, poiché la felicità è come il vino che esalta il sapore dei cibi. Per gioire del successo devo avere la felicità nel cuore, e al mio servizio la risata di un fanciullo.

Sarò felice.

Avrò successo-

Sarò il più grande venditore che il mondo abbia mai conosciuto.

Pag. 96

Capitolo quindicesimo

Il rotolo numero Otto

rotolo 8

Oggi centuplicherò il mio valore.

Una foglia di gelso toccata dal genio dell’uomo diventa seta.

Un campo d’argilla toccato dal genio dell’uomo diventa un castello.

Un albero di cedro toccato dal genio dell’uomo diventa un altare.

Un vello di pecora toccato dal genio dell’uomo diventa un abito regale.

Se è possibile che le foglie e l’argilla e il cedro e il vello abbiano il loro valore moltiplicato per cento, anzi per mille dall’uomo, non posso fare io la stessa cosa con l’argilla che porta il mio nome?

Oggi centuplicherò il mio valore.

Sono simile al chicco di grano, a cui sono riservati tre diversi destini. Il grano può essere messo in un sacco e gettato in una stalla finché diventa pastura per i maiali. O può essere macinato e diventare farina per trasformarsi in pane. O può essere seminato perché possa crescere finché le sue spighe si spaccano producendo migliaia di chicchi ciascuna.

Io sono simile al chicco di grano, ma con una differenza. Il grano non può scegliere tra l’essere pastura per i maiali, farina per il pane o seme destinato a moltiplicarsi. Io posso scegliere: e non permetterò che la mia vita sia pastura per i maiali o venga schiacciata sotto la macchina del fallimento e della disperazione per essere stritolata e divorata dalla volontà degli altri.

Oggi centuplicherò il mio valore.

Per far crescere e germogliare il grano è necessario seminare il chicco nell’oscurità della terra; e i miei fallimenti, la mia disperazione, la mia ignoranza e le mie incapacità sono il buio in cui io sia stato seminato allo scopo di maturare. Adesso, come il chicco di grano che può germogliare soltanto se nutrito dalla pioggia, dal sole e dai venti caldi, anch’io devo nutrire il corpo e la mente affinché si avverino i miei sogni. Ma per maturare pienamente, il grano deve sottostare ai mutamenti della natura. Io non devo aspettare, poiché ho il potere di scegliere il mio destino.

Oggi centuplicherò il mio valore.

E come riuscirò a farlo? Innanzi tutto, mi prefiggerò le mete del giorno, della settimana, del mese, dell’anno e della mia vita. Proprio come la pioggia che deve cadere prima che il grano rompa il suo guscio e germogli, così io devo avere degli obbiettivi prima che la mia vita si cristallizzi. Nel determinare le mete prenderò in considerazione la mia migliore prestazione del passato, e la moltiplicherò per cento. Sarà questa la base su cui stabilirò la mia vita futura. E non starò mai a chiedermi se i miei obbiettivi siano troppo elevati; meglio mirare con la lancia alla luna e colpire soltanto un’aquila, piuttosto che mirare a un’aquila e colpire soltanto una roccia.

L’altezza delle mie mete non m’incute timore, per quanto io possa inciampare spesso prima di raggiungerle. Se dovessi inciampare, saprò rialzarmi senza preoccuparmi delle cadute, poiché tutti gli uomini inciampano spesso sulla soglia prima di raggiungere il focolare. Soltanto il verme non corre mai il rischio di cadere. Io non sono un verme. Non sono una pianta di cipolle. Non sono una pecora. Sono un uomo. Che gli altri costruiscano pure una caverna con la loro argilla. Con la mia costruirò un castello.

Oggi centuplicherò il mio valore.

E proprio come il sole deve scaldare la terra per far crescere la piantina di grano, così anch’io voglio che le parole di questi rotoli scaldino la mia vita e muti i miei sogni in realtà. Oggi supererò ogni azione che ho compiuto ieri. Voglio scalare la montagna di oggi al limite delle mie possibilità, ma domani salirò più in alto di oggi, e la prossima vetta sarò alta più della precedente. Riuscire a superare le azioni degli altri è molto; riuscire a superare le proprie, è tutto.

Oggi centuplicherò il mio valore.

Non commetterò il terribile crimine di mirare troppo in basso.

Farò il lavoro che un fallito non farebbe.

Farò si che il mio tiro superi sempre la mia portata.

Non sarò mai soddisfatto delle mie prestazioni sul mercato.

Mi sforzerò sempre di rendere l’ora prossima migliore dell’attuale.

Annuncerò sempre le mie mete al mondo.

Però non proclamerò mai i risultati raggiunti. Lascerò invece che sia il mondo ad offrirmi le sue lodi, e possa io avere la saggezza di riceverle con umiltà.

Oggi centuplicherò il mio valore.

Un chicco di grano quando viene centuplicato produce cento spighe. Moltiplicatele per cento, mille volte, ed esse potranno nutrire tutte le città della terra. Non sono io più di un chicco di grano?

Oggi centuplicherò il mio valore.

E quando ciò sarà avvenuto, lo farò ancora e poi ancora, e vi sarà stupore e meraviglia per la mia grandezza quando le parole di questi rotoli si saranno realizzate in me.

Pag.101

Capitolo sedicesimo

Il rotolo numero Nove

 rotolo 9

I miei sogni sono irrilevanti, i miei progetti sono polvere, le mie mete sono impossibili.

Sono tutte cose prive di valore se non sono seguite dall’azione.

Agirò adesso.

Non c’è mai stata una mappa, per quanto accuratamente seguita in dettaglio e in scala, che abbia portato avanti chi la possiede anche solo di un passo. Non c’è mai stata una legge, per quanto ben fatta, che abbia prevenuto un solo crimine. Né è mai esistito un rotolo, sia pure come quello che io posseggo, che abbia guadagnato una monetina, o prodotto una sola parola di plauso. Soltanto l’azione è l’esca che dà fuoco alla mappa, alla legge, a questo rotolo, ai miei progetti, alle mie mete accendendo una fiamma di energia vitale. L’azione è cibo e bevanda per nutrire il mio successo.

Agirò adesso.

La tendenza a procrastinare che finora mi ha trattenuto era figlia della paura, ma ora conosco il segreto di tutti i cuori coraggiosi. Adesso io so che per vincere la paura devo sempre agire senza esitazione, e il panico svanirà. Ora so che l’azione riduce il leone del terrore in una formica tranquilla.

Agirò adesso.

D’ora innanzi ricorderò la lezione della lucciola, che emana la sua luce soltanto quando è in volo, soltanto quando è in azione. Diventerò una lucciola ed anche di giorno, nonostante ci sia il sole, sarà visibile il mio fulgore. E che gli altri si accontentino pure di essere come farfalle che sfoggiano le loro ali ma che per vivere hanno bisogno della carità di un fiore. Io sarò come la lucciola e la mia luce illuminerà il mondo.

Agirò adesso.

Non eviterò compiti di oggi rimandandoli a domani, perché domani non arriverà mai. Intendo agire adesso, anche se le mie azioni possono non portare felicità e successo, perché agire e fallire è pur meglio del non agire e del vano agitarsi. In verità, il frutto colto dalla mia azione può non essere la felicità, tuttavia senza azione ogni frutto morirà sulla pianta.

Agirò adesso.

Agirò adesso. Agirò adesso. Agirò adesso. D’ora in poi ripeterò queste parole ancora, e ancora, e ancora, ogni ora, ogni giorno, tutti i giorni, finché le parole diverranno spontanee come il respiro e le azioni che ne conseguono istintive come un batter di ciglia. Con queste parole posso disporre la mia mente a compiere ogni atto necessario al successo. Con queste parole posso disporre la mia mente a raccogliere tutte quelle sfide che invece sono evitate dal fallito.

Agirò adesso.

Lo ripeterò di fronte ad una porta chiusa, e busserò mentre il fallito attende fuori impaurito.

Agirò adesso.

Lo dirò quando sarò indotto in tentazione, e agirò immediatamente allontanandomi dal male.

Agirò adesso.

Lo dirò quando sarò tentato di smettere per rimandare al domani, e immediatamente agirò per portare a termine un’altra vendita.

Agirò adesso.

L’azione soltanto determina il mio valore sulla piazza del mercato, e per aumentare il mio valore moltiplicherò le mie azioni. Io camminerò là dove il fallito ha paura di camminare. Lavorerò quando il fallito si abbandona al riposo. Parlerò nelle occasioni in cui il fallito rimane in silenzio. Mi rivolgerò a dieci persone che potrebbero comprare la mia merce, mentre il fallito tentenna prima di rivolgersi ad una soltanto. Dirò <<è fatto>> prima che il fallito dica <<è troppo tardi>>.

Agirò adesso.

Perché il presente è tutto quello che posseggo. Domani è il giorno riservato alla fatica del pigro. Io non sono pigro. Domani è il giorno in cui il male diventa bene. Io non sono il male. Domani è il giorno in cui il debole diventa forte. Io non sono debole. Domani è il giorno in cui il fallito ha successo. Io non sono un fallito.

Agirò adesso.

Quando il leone ha fame, mangia. Quando l’aquila ha sete, beve. Se non agiscono, periscono entrambi.

Io ho fame di successo. Ho sete di felicità e di pace. Se non agisco, sono destinato a perire in una vita di fallimento, miseria e notti insonni.

Io comanderò, e obbedirò al mio stesso comando.

Agirò adesso.

La fortuna non aspetta. Se indugio, diventerà sposa di un altro, e sarà per me perduta per sempre.

È questo il momento. È questo il luogo. Sono io l’uomo.

Agirò adesso.

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Capitolo diciassettesimo

Il rotolo numero Dieci

rotolo 10

Chi è un uomo di così poca fede da non aver mai invocato Dio nel momento di un grande disastro o di un grande dolore? Chi non lo ha mai implorato trovandosi ad affrontare il pericolo, la morte o un mistero che superava la sua normale esperienza e comprensione? Da dove viene l’istinto profondo che fa sfuggire dalle labbra di tutte le creature viventi un’invocazione a Dio nel momento del pericolo?

Se agitate le mani davanti agli occhi di un uomo, questi sbatterà le palpebre. Se colpite leggermente le ginocchia di un uomo, le sue gambe avranno un sobbalzo. Se mettete un uomo davanti un cupo orrore, le sue labbra mormoreranno: <<Mio Dio>>. È sempre il medesimo impulso.

Perché io sappia riconoscere questo grande mistero della natura, non è affatto necessario che la mia vita sia dominata dalla religione. Tutte le creature che calpestano la terra, uomo compreso, posseggono l’istinto di chiedere aiuto.  Perché questo istinto? Questo dono?

Non sono forse le nostre invocazioni una forma di preghiera? Non sarebbe forse incomprensibile, in un mondo governato dalle leggi della natura, l’istinto d’implorare aiuto innato nell’agnello, o nel mulo, o negli uccelli, o nell’uomo, se una qualche grande mente non avesse anche disposto che il grido debba essere udito da un potere superiore capace di ascoltare e di rispondere alle implorazioni? D’ora innanzi pregherò, ma soltanto per invocare una guida.

Non pregherò mai per le cose materiali del mondo. Non sto chiedendo a un servo di portarmi del cibo. Non sto ordinando a un locandiere di procurarmi una stanza. Né invocherò mai l’elargizione di oro, amore, salute, fama, successo o felicità. Pregherò soltanto perché mi sia data una guida, chiedendo che mi sia mostrata la via per ottenere queste cose, e la mia preghiera otterrà sempre una risposta.

La guida che io cerco può arrivare o non arrivare, ma queste non sono entrambe una risposta? Se il bimbo chiede del pane a suo padre e il pane non è ancora pronto, il padre non ha forse risposto?

Pregherò per avere una guida e pregherò come un venditore così:

O creatore di tutte le cose, aiutami. Poiché in questo giorno io esco nel mondo nudo e solo, e senza la tua mano vagherò lontano dal sentiero che porta al successo e alla felicità.

Io non chiedo oro o ornamenti e neppure opportunità pari alla mia abilità; piuttosto guidami in modo che io possa acquistare un’abilità pari alle mie opportunità.

Tu hai insegnato al leone e all’aquila come prosperare con i denti e con gli artigli. Insegnami a cacciare con le parole e a prosperare con l’amore, in modo che io possa essere un leone tra gli uomini e un’aquila sulla piazza del mercato.

Aiutami a rimanere umile attraverso gli ostacoli e i fallimenti, ma non nascondere ai miei occhi il premio che verrà con la vittoria.

Assegnami compiti nei quali altri hanno fallito; ma guidami a cogliere i semi vantaggiosi dei loro fallimenti. Mettimi a confronto con paure che temprino il mio spirito; ma dammi il coraggio di ridere delle mie apprensioni.

Concedimi giorni sufficienti a raggiungere le mie mete; ma aiutami a vivere questo giorno come se fosse l’ultimo.

Guida le mie parole in modo che possano portare frutto; ma fa’ tacere in me il pettegolezzo che genera malignità.

Disciplina in me l’abitudine a provare e riprovare; ma mostrami il modo di adoperare la legge comune al più della gente. Favorisci in me la prontezza a riconoscere le opportunità; ma dammi la pazienza che concentrerà la mia forza.

Inondami di buone abitudini in modo che le cattive possano esserne sommerse; concedimi la compassione verso la debolezza degli altri. Fa che io sappia che tutte le cose passeranno; ma aiutami a riconoscere tutte le benedizioni di oggi.

Esponimi all’odio perché io lo possa riconoscere; ma riempi la mia coppa d’amore perché io possa trasformare gli estranei in amici.

Ma tutte queste cose siano soltanto se tu lo vuoi. Io sono un grappolo piccolo e solitario che si aggrappa alla vite, ma tu mi hai fatto diverso da tutti gli altri. Veramente, ci dev’essere un posto speciale per me. Guidami. Aiutami. Mostrami la via.

Fa’ cha io diventi tutto quello che hai progettato io fossi quando il mio seme fu da te piantato e scelto per germogliare nel vigneto del mondo.

Aiuta questo umile venditore.

Guidami, o Dio.

 

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Capitolo diciottesimo

Tunica

Avvenne così che Hafid attese nel suo palazzo solitario colui che avrebbe dovuto ricevere i rotoli. Con la sola compagnia del suo fido contabile, osservava le stagioni andare e venire, e le infermità dell’età avanzata gli impedirono ben presto di dedicarsi ad altra attività che lo starsene tranquillamente nel suo giardino coperto.

Aspettava.

Erano quasi tre anni che aspettava da quando aveva disposto delle sue ricchezze terrene e aveva disciolto il suo impero commerciale.

Apparve all’ora dal deserto orientale l’esile claudicante figura di uno straniero, che entrò in Damasco e si diresse, di strada in strada, fino al palazzo di Hafid. Lì si fermò. Erasmo, di solito un modello di cortesia e buone maniere, rimase risolutamente su portone mentre il visitatore ripeteva la sua richiesta: <<Vorrei parlare con il tuo padrone>>.

L’aspetto dello straniero non era tale da ispirare fiducia. Aveva sandali strappati e riparati con funicelle, gambe scure piene di tagli ed escoriazioni, piagate in diversi punti, e intorno ai fianchi un panno di cammello sfatto e stracciato. I capelli erano lunghi e arruffati e gli occhi arrossati dal sole sembravano ardere di un fuoco interiore.

Erasmo si afferrò con forza alla maniglia della porta. <<Che cosa vuoi dal mio signore?>>

Lo straniero lasciò cadere il sacco dalle spalle e strinse le mani in preghiera, rivolgendosi al servitore. <<Ti prego, sii gentile, accordami un’udienza con il tuo padrone. Non ho intenzione di fargli del male né di chiedere l’elemosina. Lasica che mi ascolti, poi me ne andrò in fretta se l’avrò offeso>>.

Ancora insicuro, Erasmo aprì lentamente la porta e accennò allo straniero di entrare. Poi si voltò senza più guardare indietro, e mosse rapidamente verso il giardino mentre il visitatore lo seguiva zoppicando.

Nel giardino Hafid sonnecchiava ed Erasmo esitò davanti al suo signore. Tossì, e Hafid si mosse. Tossì nuovamente, e Hafid aprì gli occhi.

<<Perdonate il disturbo, signore, ma c’è una persona che chiede di voi>>.

Hafid, ridestato, si drizzò spostando lo sguardo verso lo straniero, che si inchinò e disse: <<Sei tu colui che è stato chiamato il più grande venditore del mondo?>>

Hafid corrugò la fronte e annuì: <<Fui chiamato così in un tempo ormai lontano. Ora non c’è più quella corona sulla mia vecchia testa. Che cosa vuoi da me?>>

Il piccolo visitatore che stava ritto e sicuro di sé di fronte ad Hafid, si passò le mani sul petto arruffato, sbatté le palpebre e rispose: <<Il mio nome è Saul, e torno adesso da Gerusalemme al mio luogo di nascita in Tarso. Comunque, ti prego, non lasciarti ingannare dal mio aspetto. Io non sono un bandito del deserto né un mendicante della strada. Sono un cittadino di Tarso e anche un cittadino di Roma. Appartengo al popolo dei Farisei della tribù Ebrea di Beniamino e, pur essendo un fabbricante di tende, ho studiato con il grande Gamaliele. Qualcuno mi chiama Paolo>>. Nel parlare si dondolava e Hafid, che fino a quel momento non si era ancora svegliato del tutto, indirizzò finalmente al visitatore un cenno di scusa, invitandolo a sedersi.

Paolo ringraziò con un cenno, ma rimase in piedi. <<Vengo da te in cerca di consigli e di un aiuto che tu solo puoi darmi. Mi permetti, signore, di raccontarti la mia storia?>>

Erasmo, ritto dietro allo straniero, scosse violentemente la testa, ma Hafid finse di non notarlo. Studiò attentamente colui che aveva interrotto il suo sonno, poi gli accennò: <<Sono troppo vecchio per continuare ad alzare gli occhi su di te. Siediti ai miei piedi e ti ascolterò>>.

Paolo spinse il suo sacco da un lato e s’inginocchio accanto al vecchio che attendeva in silenzio.

<<Quattro anni fa, poiché il sapere accumulato in troppi anni di studio aveva reso il mio cuore sordo alla verità, io fui l’ufficiale che a Gerusalemme assistette alla lapidazione di un uomo santo chiamato Stefano. Era stato condannato a morte dal Sinedrio ebraico per blasfemia contro il nostro Dio>>.

Hafid lo interruppe perplesso: <<Non capisco come questa atrocità possa aver a che fare con me!>>

Paolo alzò per calmare il vecchio. <<Mi spiegherò rapidamente. Stefano era uno dei seguaci di un uomo chiamato Gesù, che circa un anno prima della lapidazione fu crocifisso dai Romani per attività sediziosa contro lo Stato. Stefano era accusato di sostenere che Gesù fosse il Messia la cui venuta era stata predetta ai profeti Ebrei, e di affermare che il Tempio aveva cospirato con Roma per assassinare questo figlio di Dio. Tale rimprovero diretto alle Autorità non poteva che essere punito con la morte e, come ti ho detto, io vi partecipai.

<<Inoltre, animato qual ero da fanatismo e zelo giovanile, l’alto sacerdote del Tempio mi fornì alcune lettere affidandomi la missione di venire qui a Damasco per scoprire altri seguaci di Gesù e riportarli in catene a Gerusalemme perché fossero puniti. Questo è accaduto come ti ho detto quattro anni fa>>.

Erasmo lanciò un’occhiata ad Hafid e rimase allarmato. Negli occhi del vecchio brillava uno sguardo che il fedele contabile in tanti anni non aveva mai visto. Finché Paolo non riprese a parlare, nel giardino si udì solamente il mormorio dell’acqua nella fontana.

<<E mentre mi avvicinavo a Damasco pensando alla mia missione di morte, un improvviso lampo di luce discese dal cielo. Non ricordo di essere stato colpito, ma mi ritrovai a terra e, benché non riuscissi a vedere nulla, potevo sentire, e udii una voce che mi diceva all’orecchio: “Saul, Saul, perché mi perseguiti?” Io risposi: “Chi sei?” E la voce replicò: “Sono Gesù, colui che tu perseguiti; ma alzati ed entra in città, e ti sarà detto che cosa devi fare”.

<<Mi alzai, e fui condotto dai miei compagni fino a Damasco dove non riuscii a mangiare e a bere per i tre giorni in cui rimasi ospite nella casa di un seguace di quel crocifisso. Venne poi a trovarmi un certo Anania, il quale riferì di aver avuto una visione in cui gli era stato detto di venire da me. Quindi posò le mani sui miei occhi e io riacquistai la vista. Poi mangiai e bevvi e mi ritornarono le forze>>.

A questo punto Hafid si chinò su di lui dal suo giaciglio, e gli chiese: <<Che cosa avvenne dopo?>>

<<Fui portato alla sinagoga e, in quanto persecutore dei seguaci di Gesù, la mia presenza mise paura nel cuore di tutti i suoi seguaci; ma io non di meno predicai e le mie parole li confusero, perché adesso affermavo che quel Crocifisso era davvero il Figlio di Dio.

<<E tutti coloro che ascoltavano sospettarono che si trattasse di un mio trucco per ingannarli: non avevo infatti cagionato una strage a Gerusalemme? Non riuscii a convincerli di aver cambiato idee, e molti complottarono per uccidermi, così scappai superando le mura e feci ritorno a Gerusalemme>>.

<<A Gerusalemme tornarono a ripetersi gli avvenimenti di Damasco. Nessuno dei seguaci di Gesù volle avvicinarmi, benché fossero a conoscenza della mia predicazione a Damasco. Continuai a predicare nel nome di Gesù, ma senza alcun risultato. Dovunque parlassi, provocavo l’ostilità di coloro che ascoltavano, finché un giorno, nel cortile del Tempio, mentre osservavo la vendita di animali per il sacrificio, la voce di nuovo mi si fece udire>>.

<<E questa che cosa disse?>>, interruppe Erasmo prima di riuscire a controllarsi, Hafid sorrise al suo vecchio amico e fece cenno a Paolo di continuare.

<<La voce disse: “Tu sei stato la Parola per quasi quattro anni, ma hai mostrato a pochi la luce. Persino la Parola di Dio deve essere venduta al popolo, altrimenti non sarà ascoltata. Non ho forse io parlato con parabole, e in modo che tutti potessero comprendere? Tu vuoi prendere le mosche con l’aceto. Ritorna a Damasco e cerca colui che è acclamato come il più grande venditore del mondo. Se vuoi diffondere la mia parola nel mondo, lascia che sia lui a insegnarti la via”>>.

Hafid gettò un rapido sguardo verso Erasmo, e il vecchio contabile intuì la domanda non detta. Era dunque questa la persona che aveva atteso così a lungo? Il grande venditore si sporse in avanti e pose una mano sulla spalla di Paolo. <<Parlami di questo Gesù>>.

Paolo, con voce animata da nuova forza e da un tono diverso, narrò di Gesù e della sua vita. Mentre i due lo ascoltavano, parlò della lunga attesa degli Ebrei per un Messia che sarebbe venuto ad unirli in un regno nuovo e indipendente, di felicità e di pace. Raccontò di Giovanni il Battista e dell’arrivo, sul palcoscenico della storia, di un uomo chiamato Gesù. Narrò dei miracoli compiuti da quest’uomo, dei suoi discorsi alle folle, di quando resuscitò un morto, di come trattò i cambiavalute, raccontò la sua crocefissione, la sepoltura, la resurrezione. Infine, come per dare ulteriore valore alla sua storia, aprì il sacco che aveva accanto e ne estrasse un abito rosso che pose in grembo ad Hafid. <<Signore>>, gli disse, <<Voi tenete tra le braccia tutti i beni terreni lasciati da Gesù. Ogni suo possesso egli lo divise con il mondo, persino la sua vita. E ai piedi della croce i soldati Romani sorteggiarono tra loro questa tunica. È giunta in mio possesso attraverso diligenti ricerche quando andai l’ultima volta a Gerusalemme>>.

Hafid impallidì, e le sue mani tremarono mentre rivoltava la tunica macchiata di sangue. Allarmato dall’aspetto del padrone, Erasmo gli si avvicinò. Hafid continuò a rigirare l’indumento sino a che trovò la piccola stella cucita sulla stoffa… il marchio di Tola, la cui corporazione tesseva le tuniche vendute da Pathros. Vicino alla stella c’era il circolo cucito entro un quadrato… il marchio di Pathros.

Mentre Paolo ed Erasmo lo osservavano, Hafid alzò la tunica e se la accostò teneramente al viso. Poi scosse la testa. Impossibile. Erano migliaia le tuniche di questo tipo fatte da Tola e vendute da Pathros negli anni delle sue grandi attività commerciali. Stringendo ancora la tunica e parlando con un filo di voce, Hafid domandò: <<Dimmi che cosa si sa sulla nascita di questo Gesù>>.

Paolo rispose: <<Egli lasciò il nostro mondo possedendo ben poco. E vi era arrivato con meno ancora. Nacque in una grotta a Betlemme, durante il censimento di Tiberio>>.

Il sorriso di Hafid parve quasi infantile ai due uomini che lo guardarono perplessi, poiché nello stesso tempo sulle sue guance rugose scendevano le lacrime. Le asciugò con la mano e domandò: <<E non c’era la stella più lucente che uomo abbia mai visto sul luogo in cui nacque questo bambino?>>

Paolo aprì le labbra senza riuscire a parlare, ma non era necessario. Hafid alzò le braccia e abbracciò Paolo, e in quell’abbraccio mescolarono le loro lacrime.

Infine, il vecchio si alzò e si rivolse a Erasmo. <<Fedele amico, va’ nella torre e torna con lo scrigno. Abbiamo trovato finalmente il nostro venditore>>.

 

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