La preghiera della rana 1° volume

La preghiera della rana1°

Titolo originale: The prayer of the frog Gujarat Sahitya Prakash, Anand 1988, India Traduzione dall’inglese di Adria Marconi-Pedrazzi

Quinta edizione 1992

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PREMESSA di Parmananda R. Divarkar sj

La prima volta che incontrai Tony de Mello fu trent’anni fa a Lonavla (Pune/India) nella casa che sarebbe poi diventata la sede del Sàdhana Institute. Era ancora in seminario presso i gesuiti, ma già insegnava ai giovani che avevano appena terminato il noviziato. Il gruppo era venuto a Villa S. Stanislao per una breve vacanza. Ricordo Tony in mezzo ai giovani intenti a mondare la verdura per il pranzo, intratteneva tutti piacevolmente con il suo inesauribile repertorio di storielle. Da allora è passato tanto tempo e molte cose sono cambiate. Tony stesso ha vissuto diverse fasi di crescita e trasformazione, ha fatto nuove esperienze, si è creato nuovi interessi. Tuttavia è sempre stato un grande narratore. Gli aneddoti in se stessi non erano quasi mai originali e neppure particolarmente brillanti, ma grazie a lui acquistavano significato e interesse, o anche solo il giusto umorismo. Non c’era argomento di cui si occupasse che non diventasse vivo e tale da monopolizzare l’attenzione degli altri. Tony non amava parlare della sua produzione letteraria e dedicava molta attenzione alle proprie opere prima di darle alla stampa. L’ultima cosa di cui si occupò in India prima di prendere l’aereo per gli Stati Uniti, fu quella di rivedere il proprio manoscritto nei minimi particolari presso la casa editrice. Era il 30 maggio 1987. Il 2 giugno fu trovato morto nella sua stanza a New York. In quel breve intervallo – appena due giorni – aveva trovato il tempo di scrivere una lunga lettera a un suo caro amico, dove, riferendosi ad alcune esperienze precedenti, diceva: “È come se tutto ciò appartenesse a un’altra epoca e a un altro mondo. Il mio interesse è ora rivolto altrove, al “mondo dello spirito”, e tutto il resto mi appare banale e privo 3

La preghiera della rana di valore. Le cose che in passato mi sembravano tanto importanti non mi sembrano più tali, ora sono attratto da realtà come quelle di Achaan Chah, il maestro buddhista, e sto perdendo il gusto per tutto il resto. Si tratta di un’illusione? Non lo so; mai comunque prima d’ora mi sono sentito così felice, così libero…”. Questa è solo un’idea di come Tony era e di come appariva agli altri nell’ultimo periodo della sua vita. Su di lui sta fiorendo una ricca produzione letteraria: ne fa un personaggio leggendario, per così dire, grazie anche alle testimonianze di persone di ogni parte del mondo. Molti hanno dichiarato di non averlo mai incontrato personalmente, ma di avere subito il fascino dei suoi libri, altri hanno conosciuto il privilegio di un rapporto diretto, altri ancora hanno avuto anche solo per un momento la gioia di sentirlo raccontare. Non tutti condividevano ciò che egli faceva o diceva. Soprattutto dopo che ebbe oltrepassato i confini dell’ortodossia spirituale, né Tony si aspettava di ricevere solo plausi. Anzi. Il fascino che esercitava con la sua persona e le sue idee stimolava a mettere in discussione, a esplorare e a uscire dagli schemi prestabiliti, sia di pensiero che di comportamento, ad abbandonare gli stereotipi e ad avere il coraggio di essere se stessi, di cercare una sempre maggiore autenticità. Un’inesauribile ricerca di autenticità, questo l’impegno e la proposta costante di Tony, comunque lo si voglia vedere. Gliene derivava un’integrità, una completezza, che conferivano alla sua multiforme personalità un’attrattiva e una potenza particolari: gli opposti si riconciliavano, non nella tensione ma in un insieme armonioso. Era sempre pronto a fare amicizia e a mettere tutto in comune. Eppure si avvertiva in lui la presenza di una dimensione “preziosa”. In compagnia era allegro e chiassoso, escogitava scherzi irriverenti, ma nessuno dubitava della serietà e costanza del suo impegno. Con il passare degli anni cambiò notevolmente e sotto molti aspetti, tuttavia il suo carattere conservava delle costanti immutabili. Una esemplificazione significativa è data dal suo modo di essere gesuita. Era andato molto al di là della conduzione entusiastica degli esercizi spirituali nello spirito originale di sant’Ignazio: l’attività innovativa che per prima gli aveva dato fama internazionale, alla fine la sua era una spiritualità ben diversa da quella comunemente considerata tipica del fondatore. Tuttavia non cessò mai di identificarsi con i gesuiti, certamente non come frutto di costrizione e forse neppure di ragionamento. Si sentiva tanto in sintonia con la mente e il cuore di Ignazio, un santo che conosceva e capiva e di cui designava particolarmente: la contemplazione, la creatività e il coraggio.

4 settembre 1987

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La preghiera della rana

NOTE PER IL LETTORE

È un grande mistero come, nonostante l’anelito del cuore umano verso la verità in cui soltanto trova liberazione e gioia, la prima reazione degli esseri umani nei confronti della verità sia di ostilità e paura. Forse è per questo che le guide spirituali dell’umanità, come Buddha e Gesù, inventarono un sistema per neutralizzare l’opposizione di chi li ascoltava: il racconto. Sapevano che non c’è espressione più accattivante di quella che dice: “C’era una volta…” e che mentre alla verità ci si può opporre, a una storia è impossibile resistere. Afferma Vyasa, l’autore del Mahabharata, che dopo aver ascoltato attentamente una storia non si è più gli stessi. Il racconto infatti si insinua nel cuore e abbatte le barriere che lo separano dal divino. Anche se leggerai le storie contenute in questo libro per puro divertimento, non hai garanzia che una di esse non superi il tuo atteggiamento di difesa e esploda quando meno te l’aspetti. Provaci. Se sei così audace da sperare nell’illuminazione, serviti di alcune indicazioni: Nei momenti liberi proponi una storia alla tua mente: avrà modo di lavorare nel tuo subcosciente e rivelerà il suo vero significato. Sarai tu stesso sorpreso nel constatare come ti tornerà alla mente tutte le volte che ne avrai bisogno per chiarire un avvenimento o una situazione o per ritrovare la pace interiore. Capirai allora che in contatto con queste storie segui un corso di illuminazione in cui tu stesso sei il guru. Ognuno di questi racconti è una rivelazione della verità, che significa anche la verità circa se stessi. Perciò ogni volta che leggerai una storia, cerca sinceramente di capire un po’ di più te stesso. Proprio come se leggessi un libro di medicina e ti domandassi se hai qualcuno dei sintomi descritti, e non un manuale di psicologia, che ti spinga a individuare fra i tuoi amici e conoscenti le diverse tipologie. Se invece cederai alla tentazione di cercare di capire gli altri, queste storie ti nuoceranno. L’ideale sarebbe leggere queste storie nell’ordine predisposto. Se desideri trarne di più del semplice divertimento, non leggerne più di una o due per volta.

Nota: Le storie contenute in questo libro provengono da una grande varietà di paesi, culture e religioni. Esse appartengono al patrimonio spirituale, e all’umorismo popolare della razza umana. L’Autore le ha messe insieme con scopo. Il suo è stato il lavoro del tessitore e del tintore: il cotone e il filo non sono opera sua.

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PREGHIERA

LA PREGHIERA DELLA RANA

Una sera fratel Bruno era assorto in preghiera quando fu disturbato dal gracidare di una rana. Per quanti sforzi facesse, non gli riuscì di ignorare quel rumore e allora si sporse dalla finestra e urlò: “Silenzio! Sto pregando”. Poiché egli era un santo, tutti obbedirono al suo ordine immediatamente. Ogni creatura vivente si zittì in modo da creare il silenzio necessario alla preghiera.

Ma ecco che Bruno fu di nuovo interrotto, questa volta da una voce dentro di lui che diceva: “Forse a Dio il gracidare di quella rana era altrettanto gradito dei salmi che tu stai recitando”. “Che cosa possono trovare di bello le “orecchie” di Dio nel verso di una rana?” replicò Bruno sprezzante.

Ma la voce proseguì: “Perché mai allora Dio avrebbe inventato un simile suono?” Bruno decise di scoprirlo da sé. Si sporse dalla finestra e ordinò: “Canta!” e l’aria fu piena del gracidare ritmato della rana, con l’accompagnamento di tutte le raganelle del vicinato.

Bruno si pose in ascolto con attenzione e subito non udì più alcun frastuono, ma scoprì che, se smetteva di irritarsi, quelle voci in realtà rendevano più ricco il silenzio della notte.

Grazie a quella scoperta, il cuore di Bruno entrò in armonia con l’universo intero e, per la prima volta nella sua vita, egli capì che cosa significa pregare.

IL RABBINO CHE DANZAVA

Un racconto hasidico: Gli ebrei di una piccola città della Russia aspettavano in ansia l’arrivo di un rabbino. Era un avvenimento molto raro, perciò essi prepararono a lungo le domande che intendevano porre al maestro.

Quando finalmente questi arrivò e partecipò a un incontro organizzato nella sala consiliare, poté avvertire la tensione che era nell’aria mentre essi si disponevano ad ascoltare le risposte ai loro quesiti. All’inizio non disse nulla, ma si limitò a guardarli negli occhi, modulando a bocca chiusa un motivetto orecchiabile. Presto tutti lo imitarono, allora egli cominciò a cantare ed essi fecero lo stesso. Si mise a danzare, ondeggiando con movenze solenni e cadenzate, seguito da tutti i fedeli.

A poco a poco la danza con i suoi movimenti assorbì la loro attenzione al punto da far loro dimenticare ogni altra cosa e ciascuno ritrovò la sua integrità, poiché era stato guarito dalla frammentazione interiore che impedisce di raggiungere la verità. Trascorse quasi un’ora prima che la danza a poco a poco cessasse. La stanza era immersa in un silenzio colmo di pace e tutti si sedettero, come liberati da una forte tensione interiore.

Allora il rabbino pronunciò le uniche parole di tutta la serata: “Confido di aver risposto alle vostre domande”.

Fu chiesto a un derviscio perché si servisse della danza per adorare Dio. “Perché”, rispose, “adorare Dio significa morire a se stessi; danzare uccide il proprio ego e quando l’ego muore, ogni problema scompare. Dove non c’è l’ego, c’è l’amore, c’è Dio”.

IL BALLETTO COME PREGHIERA

Il maestro, che sedeva tra la gente con i suoi discepoli, disse: “Avete sentito e pronunciato molte preghiere. Questa sera vorrei che ne vedeste una”. In quel momento si alzò il sipario e il balletto ebbe inizio.

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I PIEDI RIVOLTI VERSO LA MECCA

Un santo sufico partì in pellegrinaggio per la Mecca. Giunto nei pressi della città, stanco del viaggio, si sdraiò sul ciglio della strada.

Si era appena addormentato quando fu svegliato bruscamente da un pellegrino assai adirato.

“In questo momento tutti i fedeli si inchinano verso la Mecca e tu te ne stai con i piedi rivolti verso il santuario. Che razza di musulmano sei?” Il sufi non si mosse; apri gli occhi e disse:

“Fratello, vorresti essere così gentile da girare i miei piedi in modo che non puntino più verso il Signore?”

LA PREGHIERA DELLA DEVOTA VISHNU

“Signore, ti chiedo perdono per tre miei peccati gravi: il primo è che mi sono recata in pellegrinaggio in molti tuoi santuari, senza pensare che tu sei presente in ogni luogo; il secondo è che ho invocato spesso il tuo aiuto, dimenticando che tu sai meglio di me ciò di cui ho bisogno; e infine, ecco che vengo a chiederti perdono dei miei peccati, pur sapendo che sono già stati perdonati prima ancora di essere commessi”.

L’INVENTORE

Dopo lunghi anni di lavoro, un inventore scopri l’arte di accendere il fuoco. Portò con sé i suoi attrezzi nelle regioni del nord ammantate di neve e insegnò a una tribù quell’arte e i suoi vantaggi.

La gente era così affascinata da quella novità che a nessuno venne in mente di ringraziare l’inventore, il quale un giorno se ne andò in silenzio. Poiché era uno di quei rari esseri umani dotati di vera grandezza, non aveva alcun desiderio di essere ricordato o riverito; si accontentava di sapere che la sua scoperta era servita a qualcuno.

La seconda tribù presso cui si recò era altrettanto ansiosa di imparare della prima. Ma i preti locali, gelosi dell’ascendente che egli esercitava sul popolo, lo fecero assassinare. Per sviare i sospetti, fecero collocare un ritratto del Grande Inventore in bella vista sull’altare principale del tempio, studiarono una speciale liturgia che rendesse omaggio al suo nome e ne mantenesse vivo il ricordo e posero la massima cura nell’evitare che si modificasse o omettesse anche solo una rubrica di tale liturgia.

Gli attrezzi per accendere il fuoco furono conservati in uno scrigno e si diceva che avessero il potere di guarire tutti coloro che vi ponevano sopra le mani con spirito di fede.

Il Sommo Sacerdote si incaricò personalmente di redigere una biografia dell’inventore, il Libro Sacro in cui venivano presentate la sua tenerezza e la sua generosità come esempio da imitare per tutti, si tesseva l’elogio delle sue opere grandiose e la sua origine soprannaturale era diventata un articolo di fede.

I preti si occuparono di tramandare il Libro alle generazioni successive, mentre interpretavano con autorevolezza il senso delle sue parole e il significato profondo della santità della sua vita e della sua morte.

Chiunque si discostasse dai loro insegnamenti veniva punito senza pietà con la morte o la scomunica. Assorta com’era nelle attività religiose, la gente finì col dimenticare come si accendeva il fuoco.

TRASFORMATI IN FUOCO

Dalle Vite dei Padri del deserto: Padre Lot si recò da Padre Giuseppe e disse: “Padre, per quanto ne sono capace, osservo la mia piccola regola, il mio piccolo digiuno, la preghiera, la meditazione e il silenzio contemplativo e scaccio, per quanto posso, i cattivi pensieri dal mio cuore. Che altro devo fare?” L’altro, più vecchio, si alzò in piedi per rispondergli.

Sollevò la mano aperta verso il cielo e le sue dita divennero come dieci lampade infuocate. Disse: “Questo: trasformati in un unico grande fuoco”.

LA PREGHIERA DEL CIABATTINO

Un ciabattino andò dal rabbino Issac di Ger e gli pose la seguente domanda: “Come posso fare per le preghiere del mattino? I miei clienti sono gente povera che possiede solo un paio di scarpe. Io passo a prenderle la sera tardi e impiego quasi tutta la notte per ripararle; all’alba ho ancora del lavoro da fare se voglio che tutti abbiano le scarpe pronte prima di recarsi al lavoro. Ora io chiedo: “Che cosa devo fare per le preghiere del mattino?” “Finora come ti sei comportato?”, domandò il rabbino. “Qualche volta le recito in fretta e poi mi rimetto a lavorare, ma questo mi fa sentire in colpa. Altre volte non prego affatto, ma anche in quel caso provo un senso di vuoto e di tanto in tanto, quando sollevo il martello, mi sembra quasi di sentire il mio cuore sospirare: “Come sono sfortunato, non riesco neppure a recitare le preghiere del mattino””. E il rabbino replicò: “Se fossi Dio, considererei quel sospiro molto più prezioso di una preghiera”.

LA PREGHIERA DELL’ALFABETO

Un racconto hasidico: Un contadino povero, nel rincasare la sera tardi dal mercato, si accorse di non avere con sé il suo libro di preghiere. Al suo carro si era staccata una ruota in mezzo al bosco ed egli era angustiato al pensiero che la giornata finisse senza aver recitato le preghiere. Allora pregò in questo modo: “Ho commesso una grave sciocchezza, Signore. Sono partito di casa questa mattina senza il mio libro di preghiere e ho così poca memoria che senza di esso non riesco a formulare neppure un’orazione. Ma ecco che cosa farò: reciterò molto lentamente tutto l’alfabeto cinque volte e tu, che conosci ogni preghiera, potrai mettere insieme le lettere in modo da formare le preghiere che non riesco a ricordare”. Disse allora il Signore ai suoi angeli: “Di tutte le preghiere che oggi ho sentito, questa è senz’altro la più bella, perché è nata da un cuore semplice e sincero”.

IL MESTIERE DI DIO È PERDONARE

I cattolici sono soliti andare dal prete a confessare i loro peccati e ricevere da lui l’assoluzione in segno di perdono da parte di Dio. C’è però spesso il rischio che i penitenti si servano di tutto ciò come di una garanzia, un certificato che li protegga dal castigo divino e pongano così maggiore fiducia nell’assoluzione del sacerdote che non nella misericordia di Dio. È proprio quello che fu tentato di fare in punto di morte il Perugino, un pittore italiano del Rinascimento, il quale decise di non confessarsi finché non fosse stato sicuro che non era la paura a spingerlo a farlo. Per lui sarebbe stato un sacrilegio e un’offesa a Dio. Un giorno la moglie, che era all’oscuro di questo suo atteggiamento interiore, gli domandò se non avesse timore di morire senza essersi confessato.

Il Perugino replicò: “Mia cara, ecco come io vedo la cosa: il mio mestiere è dipingere e sono stato un ottimo pittore. Quello di Dio è perdonare e se lui sa fare il suo lavoro come io ho saputo fare il mio, non vedo perché dovrei avere paura”.

NARADA PORTA UNA SCODELLA DI LATTE

Il saggio indiano Narada era un seguace del dio Hari. Egli era così devoto che un giorno gli venne la tentazione di pensare che non c’era al mondo nessuno capace di amare Dio come lui. Il Signore lesse nel suo cuore e gli ordinò: “Narada, va’ sulle rive del Gange, e cerca la città dove vive uno dei miei devoti. La sua compagnia ti farà bene”. Narada fece come gli era stato ordinato e trovò un contadino che si alzava presto la mattina, pronunciava una sola volta il nome di Hari, poi prendeva l’aratro e si recava a lavorare tutto il giorno nei campi. La sera, poco prima di addormentarsi, pronunciava ancora una volta il nome di Hari. Narada pensò: “Come può questo zotico essere un seguace di Dio, se sta tutto il giorno immerso nelle cure terrene?” Allora il Signore comandò a Narada: “Riempi fino all’orlo una scodella di latte e con essa fai il giro della città. Poi torna indietro senza versarne neppure una goccia”. Narada fece come gli era stato ordinato. “Quante volte ti sei ricordato di me mentre facevi il giro della città?”, chiese il Signore. “Neppure una, Signore”, rispose Narada. “Come avrei potuto, dal momento che tu mi hai ordinato di stare attento alla scodella del latte?” Spiegò il Signore: “Quella scodella ha assorbito la tua attenzione a tal punto che ti sei completamente dimenticato di me. Che dire invece di quel contadino, il quale, nonostante il peso della famiglia da mantenere, si ricorda di me due volte al giorno?”

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… E TUTTO ERA RISOLTO

Il prete del villaggio era un santo, tanto che tutte le volte che aveva bisogno di aiuto, la gente si rivolgeva a lui. Allora egli si ritirava in un angolo segreto della foresta e formulava una preghiera speciale. Dio non mancava mai di esaudire la sua supplica e tutto era risolto.

Dopo la sua morte, la gente, quando aveva bisogno di aiuto, ricorreva al suo successore, il quale non era un santo ma conosceva sia l’angolo segreto della foresta sia la preghiera speciale.

Egli diceva così: “Signore, tu sai che non sono un santo, ma questo non ti impedirà di aiutare la mia gente, vero? Ascolta la mia supplica e vieni in nostro aiuto”.

E ogni volta Dio esaudiva la sua preghiera e tutto era risolto.

Quando anch’egli morì, se la gente aveva bisogno di aiuto si rivolgeva al suo successore, il quale conosceva la preghiera speciale, ma non l’angolo segreto della foresta.

Queste erano le sue parole: “Che importanza ha per te un luogo piuttosto che un altro, Signore? Non è forse la tua presenza che rende santo ogni luogo? Ascolta dunque la mia supplica e vieni in nostro aiuto”.

E ogni volta Dio esaudiva la sua preghiera e tutto era risolto. Anche costui morì e la gente, quando aveva bisogno di aiuto, ricorreva al suo successore, il quale non conosceva né la preghiera speciale né l’angolo segreto della foresta e diceva: “Non è la formula che conta, Signore, ma il grido di dolore di chi soffre. Ascolta quindi la mia supplica e vieni in nostro aiuto”.

E anche allora Dio esaudiva la preghiera e tutto era risolto. Dopo la sua morte la gente, quando aveva bisogno di aiuto, ricorreva al suo successore.

Questo prete aveva più dimestichezza con il denaro che con la preghiera e quindi diceva a Dio: “Che razza di Dio sei tu se, pur essendo perfettamente capace di risolvere i problemi che tu stesso hai provocato, ti ostini a non alzare un dito finché non ci vedi piangere e strepitare? Ebbene, comportati con la gente come ti pare”.

E subito tornava alle sue faccende. Anche in quel caso Dio esaudiva la sua preghiera e tutto era risolto.

LA PREGHIERA PUÒ CONDIZIONARE IL TEMPO?

Un’anziana signora appassionata di giardinaggio affermava di non essere affatto convinta che gli scienziati potessero un giorno riuscire a controllare il tempo. Riteneva che ciò fosse possibile unicamente attraverso la preghiera. Un’estate, mentre lei si trovava all’estero, la siccità colpì il paese e del giardino non restò più traccia. Quando ritornò, fu così sconvolta che decise di cambiare religione. Sarebbe stato meglio che cambiasse le sue assurde convinzioni.

LA RISPOSTA RITARDATA DI LAKSHMI

Se una preghiera non viene esaudita al momento giusto, poi non serve più. Nell’antica India si attribuiva grande importanza ai riti vedici, i quali erano ritenuti così scientifici nella loro applicazione che quando i saggi pregavano perché venisse la pioggia, subito la siccità cessava.

Fu così che un uomo si mise a pregare secondo tali riti, implorando la dea della ricchezza, Lakshmi, affinché lo facesse diventare ricco. Pregò dieci lunghi anni senza ottenere risposta, dopodiché di colpo si rese conto di quanto la ricchezza fosse effimera e si ritirò a vivere in romitaggio sulle montagne dell’Himalaya.

Un giorno, mentre era raccolto in meditazione, aprì gli occhi e si trovò di fronte una donna di straordinaria bellezza, radiosa e scintillante come se fosse stata d’oro.

“Chi sei e che cosa fai qui?”, domandò.

“Sono la dea Lakshmi, a cui hai innalzato inni per dodici anni”, rispose la donna. “Sono venuta a esaudire la tua richiesta”.

“Ah, mia buona dea”, esclamò l’uomo. “Nel frattempo ho conosciuto la bellezza della meditazione e ho perduto ogni desiderio di ricchezza. Arrivi troppo tardi. Dimmi, perché hai tardato tanto a venire?”

“A dire la verità”, spiegò la dea, “la natura dei riti che tu praticavi tanto fedelmente era tale da meritarti la ricchezza tanto ambita, ma ho preferito non concedertela per l’amore che ti portavo e il desiderio di fare il tuo bene”. Se potessi scegliere, che cosa preferiresti? Che sia esaudito il tuo desiderio o che ti sia concessa la grazia di non perdere la serenità sia che si avveri sia che non si avveri?

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LA PREGHIERA DEI BAMBINI

Un giorno il mullah Nasruddin vide il maestro del villaggio che conduceva alla moschea un gruppo di fanciulli.

“Perché li stai portando là?”, gli chiese.

“C’è la siccità”, rispose il maestro, “e confidiamo che il grido degli innocenti muova a compassione il cuore dell’Onnipotente”.

“Non sono le grida, innocenti o criminali che siano, che contano”, dichiarò il mullah, “ma la saggezza e l’accortezza”.

“Come osi parlare in modo tanto blasfemo di fronte a questi bambini!”, esclamò il maestro.

“Dimostrami la verità di ciò che hai detto o ti denuncerò come eretico”.

“Niente di più facile”, ribatté Nasruddin. “Se le preghiere dei fanciulli avessero effetto, non ci sarebbe più un solo maestro in tutto il paese, poiché non c’è nulla che essi detestino tanto come andare a scuola. Il motivo per cui sei sopravvissuto a quelle preghiere è che noi, che siamo più saggi dei bambini, ti abbiamo conservato al tuo posto”.

UNA NOIA ATROCE

Un uomo anziano e pio pregava cinque volte al giorno mentre il suo socio d’affari non metteva mai piede in chiesa. E ora, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, pregava così:

“O Signore, Dio nostro! Fin da ragazzo non ho lasciato passare un solo giorno senza venire in chiesa la mattina a recitare le preghiere alle cinque scadenze prestabilite. Non c’è gesto che io abbia compiuto, non c’è decisione importante, o di poco conto che fosse, che io abbia preso senza prima avere invocato il tuo nome. E ora che sono vecchio ho raddoppiato le pratiche devote e ti prego notte e giorno senza posa. Tuttavia, eccomi qui, il poveraccio di sempre. Il mio socio invece beve, si dà al gioco e, nonostante l’età avanzata, frequenta donne di dubbia moralità, eppure nuota nell’oro. Mi domando se dalla sua bocca sia mai uscita una preghiera. Ebbene, Signore, non ti chiedo di punirlo, perché sarebbe poco cristiano, ma, ti prego, dimmi: “Perché? Perché? Perché mai hai permesso che lui prosperasse e a me invece riservi questo trattamento?”

“Perché”, rispose Dio, “tu sei una noia atroce!”

Nel monastero non vigeva la regola del “non parlare”, bensì quella del “non parlare a meno che ciò che vuoi dire valga più del silenzio”. Non si potrebbe fare lo stesso anche con la preghiera?

LE PREGHIERE E QUELLI CHE PREGANO

La nonna: “Reciti le preghiere alla sera?”

Il nipote: “Certamente”.

“E alla mattina?”

“No, di giorno non ho mica paura!”

Una vecchietta molto pia, dopo la guerra: “Com’è stato buono Dio con noi. Abbiamo pregato così tanto che tutte le bombe sono cadute dall’altra parte della città!”

La persecuzione di Hitler nei confronti degli ebrei era diventata così intollerabile che due di loro decisero di assassinarlo. Si appostarono con i fucili spianati in un luogo dove sapevano che il Fuhrer avrebbe dovuto passare. Ma, non vedendolo arrivare, Samuel ebbe un pensiero terribile.

“Joshua”, disse, “prega che non gli sia accaduto qualcosa!”

Era loro abitudine invitare ogni anno al picnic una zia molto devota. Questa volta se ne erano dimenticati e quando le rivolsero tardivamente il loro invito, ella rispose: “Ormai è troppo tardi. Ho già pregato che piova”.

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POSSO ESSERLE D’AIUTO?

Nella chiesa vuota, un prete notò una donna che stava seduta con la testa fra le mani. Trascorse un’ora, poi due, e lei era ancora lì. Pensando di avere a che fare con un’anima in crisi e desideroso di recarle conforto, egli si avvicinò alla donna e disse: “Posso esserle di aiuto?” “No, grazie Padre”, rispose, “sto già ricevendo tutto l’aiuto di cui ho bisogno”. Finché non sei venuto tu a interrompermi!

ENTRAMBI ASCOLTANO E NESSUNO PARLA

Un vecchio stava seduto in chiesa per delle ore intere senza muoversi. Un giorno un prete gli chiese che cosa Dio gli dicesse.

“Dio non parla, ascolta e basta”, egli rispose.

“E tu allora, di che cosa gli parli?”

“Io non parlo, ascolto e basta”.

I quattro stadi della preghiera: Io parlo, tu ascolti. Tu parli, io ascolto. Non parla nessuno dei due, ma entrambi ascoltiamo. Nessuno parla, nessuno ascolta: silenzio.

Il sufi Bayazid Bistami così descrive i progressi da lui compiuti nell’arte della preghiera:

“La prima volta che visitai la Kaaba alla Mecca, vidi la Kaaba. La seconda volta vidi il Signore della Kaaba e la terza non vidi né la Kaaba né il Signore della Kaaba”.

AKBAR E IL NAMAAZ

Un giorno il sultano Akbar era a caccia nella foresta. Quando fu l’ora della preghiera della sera, scese da cavallo, stese per terra una stuoia e si inginocchiò a pregare come fanno tutti i bravi musulmani in ogni parte del mondo.

Proprio in quel momento una contadina, sconvolta per la scomparsa del marito, che era uscito di casa quella mattina senza più farvi ritorno, passò di lì di tutta corsa alla ricerca disperata del consorte. Era talmente preoccupata che non si accorse neppure della figura inginocchiata dell’imperatore e vi incespicò, quindi si rialzò e, senza neppure una parola di scusa, corse a perdifiato nel fitto della foresta.

Akbar fu molto seccato dell’interruzione ma, da bravo musulmano, osservò la regola che proibiva di parlare durante il namaaz. Quando egli aveva quasi finito di pregare, la donna ritornò tutta felice, insieme al consorte ritrovato e, alla vista dell’imperatore e del suo seguito, fu sorpresa e spaventata.

Akbar sfogò contro di lei la sua collera, urlando:

“Giustifica la tua condotta irriverente o sarai punita!”

La donna si sentì improvvisamente piena di coraggio, guardò in faccia l’imperatore e disse:

“Vostra Maestà, ero così assorta dal pensiero di mio marito che non vi ho visto, neppure quando, come dite, sono inciampata su di voi. Durante il namaaz voi eravate assorto in Uno che è infinitamente più prezioso di mio marito, come mai allora vi siete accorto di me?”

L’imperatore tacque pieno di vergogna e in seguito confidò ai suoi amici che una donna di campagna, che non era una persona colta, né un mullah, gli aveva insegnato il vero significato della preghiera.

IL TORO INFEROCITO

Una volta il maestro era assorto in preghiera quando i suoi discepoli gli si avvicinarono e gli dissero:

“Signore, insegnaci a pregare”.

Ed ecco come fece… Un giorno due uomini attraversavano un campo quando videro un toro inferocito. Subito si misero a correre verso la più vicina staccionata, inseguiti dall’animale, ma capirono subito che non avevano scampo Allora uno dei due gridò all’altro:

“È finita! Niente potrà salvarci. Presto, di’ una preghiera!”

E l’altro di rimando:

“Non ho mai pregato in vita mia e non conosco preghiere adatte a quest’occasione”.

“Non importa. Il toro sta per raggiungerci, qualsiasi cosa andrà bene”.

“D’accordo, reciterò quello che diceva mio padre prima dei pasti: Ti rendiamo grazie, o Signore, per ciò che stiamo per prendere”.

Non c’è santità più grande di coloro che hanno imparato ad accettare senza riserve ogni momento della loro esistenza. La vita è come una partita in cui ciascun giocatore sfrutta come meglio può le carte che gli sono toccate.

Chi insiste a giocare non con le carte che ha ricevuto ma con quelle a cui sostiene di aver diritto, è destinato a fallire nella vita.

Non ci viene chiesto se vogliamo giocare. Su questo non c’è scelta, tutti devono partecipare. Sta a noi decidere come.

LA PREGHIERA COME ACCETTAZIONE DELLA PROPRIA VITA

Un rabbino chiese al suo allievo che cosa lo angustiasse.

“La mia povertà”, rispose. “Vivo in un tale stato di indigenza che quasi non riesco a studiare e pregare”.

“In questo preciso momento”, spiegò il rabbino, “il modo migliore per pregare e studiare è quello di accettare la vita esattamente come si presenta”.

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IN UNA GIORNATA FREDDA…

In una giornata di freddo pungente un rabbino e i suoi discepoli stavano rannicchiati accanto al fuoco. Uno dei discepoli, sulla scia dell’insegnamento del maestro, esclamò:

“In una giornata gelida come questa, so esattamente che cosa fare!”

“Che cosa?”, domandarono gli altri.

“Stare al caldo! E se ciò non fosse possibile, saprei lo stesso cosa fare”.

“Che cosa?” “Congelare”.

La realtà presente non può essere semplicemente accettata o rifiutata. Fuggire via da essa è come fuggire dai propri piedi. Accettarla è come baciare le proprie labbra. L’unica cosa da fare è osservare, capire, e stare tranquilli.

FARE AMICIZIA CON IL DRAGO

Un uomo si recò dallo psichiatra e gli raccontò che tutte le notti vedeva un drago con tre teste lungo oltre tre metri. Aveva i nervi a pezzi, non riusciva più a dormire ed era sull’orlo dell’esaurimento. Aveva persino pensato al suicidio.

“Credo di poterla aiutare”, disse lo psichiatra, “ma devo avvisarla che ci vorranno uno o due anni e le costerà tremila dollari”.

“Tremila dollari!”, esclamò quello. “Lasci perdere! Me ne torno a casa e me lo faccio amico”.

Il mistico musulmano Farid fu spinto dai vicini a recarsi a Delhi, presso la corte dell’imperatore Akbar, per chiedergli di aiutare il villaggio. Farid entrò nel palazzo e trovò Akbar che pregava. Quando questi finalmente ebbe terminato, Farid gli domandò:

“Per che cosa avete pregato?”

“Ho chiesto all’Onnipotente di concedermi successo, ricchezza e lunga vita”, fu la risposta.

Allora Farid fece un rapido dietrofront e se ne andò, pensando dentro di sé:

“Sono venuto per incontrare un imperatore e invece ho trovato l’ennesimo accattone!”

DIO È LA FUORI

C’era un tempo una donna molto religiosa e pia, che amava molto Dio. Essa si recava in chiesa tutte le mattine e lungo la strada i mendicanti le si avvicinavano e i bambini le tendevano la mano, ma era così immersa nelle sue pratiche devote che neppure si accorgeva di loro.

Un giorno percorse, come era solita fare, la strada fino alla chiesa e arrivò giusto in tempo per la funzione. Spinse il portone, ma non riuscì ad aprirlo, allora spinse più forte e si accorse che era chiuso a chiave. Disperata all’idea di perdere la Messa per la prima volta dopo tanti anni e non sapendo che cosa fare, guardò in alto. Ed ecco che proprio davanti ai suoi occhi stava attaccato un cartello con scritto:

“Io sono là fuori!”

Si dice che un santo, ogni volta che usciva di casa per assolvere ai suoi doveri religiosi, dicesse: “Addio, Signore! Vado in chiesa”.

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IL MONACO E L’UCCELLO

Un monaco passeggiava per il monastero quando sentì cantare un uccello. Si fermò ad ascoltare, incantato. Era come se prima di allora non avesse mai sentito davvero il canto di un uccello.

Quando la melodia cessò, egli rientrò e scoprì con sgomento che i suoi confratelli non lo riconoscevano, e lo stesso accadeva a lui. Scoprirono a poco a poco che egli ritornava dopo secoli di assenza.

Poiché era stato ad ascoltare con tutto se stesso, il tempo si era fermato ed egli era scivolato lentamente nell’eternità.

La preghiera diventa perfetta quando scopre l’eterno. L’eterno si scopre attraverso la chiarezza della percezione. La percezione acquista chiarezza quando è libera da qualsiasi pregiudizio e considerazione di perdita o guadagno personale.

Solo allora ci si accorge del miracolo e il cuore è colmo di meraviglia.

TOGLIERE LA BENDA DAGLI OCCHI

Quando il maestro invitò il governatore a praticare la meditazione, e questi spiegò che aveva troppo da fare, ecco come gli rispose:

“Lei mi fa venire in mente un uomo che entra nella giungla con gli occhi bendati ed è troppo occupato per togliersi la benda”.

E quando il governatore addusse come scusa la mancanza di tempo, il maestro replicò:

“È un errore pensare che la meditazione non può avvenire per mancanza di tempo. Il vero motivo è l’agitazione mentale”.

I PIEDI SULLA SCRIVANIA

Un esperto di organizzazione consegnò la sua relazione a Henry Ford.

“Come lei può vedere, signore, il mio rapporto è del tutto positivo, a eccezione di quel tizio in fondo al corridoio. Ogni volta che gli passo davanti, lo trovo seduto con i piedi sulla scrivania. È un vero spreco di denaro!”

Ford replicò: “Quell’uomo ha avuto un giorno un’idea che ci ha fruttato un patrimonio. Credo che in quell’occasione avesse i piedi esattamente dove li tiene ora”.

Un taglialegna stremato di fatica continuava a sprecare tempo ed energia tagliando la legna con un’accetta spuntata, perché diceva di non avere il tempo per fermarsi ad affilare la lama.

LA CHIESA NELLA FORESTA

C’era una volta una foresta che di giorno si riempiva del canto degli uccelli e di notte di quello degli insetti. Gli alberi crescevano rigogliosi, i fiori sbocciavano e creature di ogni genere vagavano libere.

E tutti coloro che vi entravano venivano condotti alla Solitudine, la casa di Dio, il quale pone la sua dimora nel silenzio e nella bellezza della natura.

Ma poi arrivò l’Età dell’Incoscienza, quando fu data alla gente la possibilità di costruire edifici alti centinaia di metri e distruggere nel giro di un mese fiumi, foreste e montagne.

Furono così costruiti luoghi di culto con il legno degli alberi della foresta e le pietre del sottosuolo. Si stagliarono contro il cielo pinnacoli, guglie e minareti, l’aria riecheggiava del suono delle campane, di preghiere, canti ed esortazioni.

E di colpo Dio restò senza casa.

Dio nasconde le cose ponendocele dinanzi agli occhi! Ascolta! Senti il canto degli uccelli, lo stormire del vento fra gli alberi, il mugghiare dell’oceano; guarda una pianta, una foglia che cade, un fiore come se fosse la prima volta.

Potresti all’improvviso entrare in contatto con la Realtà, con quel Paradiso da cui noi, avendo perso l’innocenza, per la nostra conoscenza siamo esclusi.

Dice il mistico indiano Saraha: “Gusta il sapore di questo dono che è l’assenza di Conoscenza”.

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CONSAPEVOLEZZA I PILASTRI DELLA RELIGIONE

Una grande persecuzione religiosa scoppiò nella regione e i tre pilastri della religione, la Scrittura, il Culto e la Carità si presentarono davanti a Dio per esprimere il proprio timore che, una volta eliminata la religione, anch’essi avrebbero cessato di esistere.

“Non preoccupatevi”, disse il Signore, “ho intenzione di inviare sulla terra Uno che è più grande di tutti voi”.

“Come si chiama questo Grande?”

“Conoscenza-di-sé”, rispose Dio. “Egli farà molto di più di quanto abbia mai fatto uno di voi”.

I TRE SAGGI

Tre saggi decisero di intraprendere un viaggio poiché, anche se nel loro paese erano considerati sapienti, erano abbastanza umili da sperare che viaggiare avrebbe aperto le loro menti.

Avevano appena attraversato il confine di un paese limitrofo, quando videro da lontano un grattacielo. Si chiesero che cosa mai potesse essere un oggetto tanto enorme. La soluzione più ovvia sarebbe stata quella di andare a vedere di persona, ma ciò avrebbe potuto essere pericoloso: se fosse scoppiato appena si fossero avvicinati?

In ogni caso era più saggio stabilire prima di che cosa si trattava. Furono avanzate, esaminate e confutate, in base all’esperienza passata di ognuno di essi, numerose teorie. Alla fine fu stabilito, sempre sulla scorta delle loro conoscenze precedenti che erano assai vaste, che l’oggetto in questione, qualsiasi cosa rappresentasse, non poteva essere stato collocato lì se non da un gigante.

Da tutto ciò trassero la conclusione che sarebbe stato più prudente stare alla larga da quel paese. Così ritornarono in patria con un elemento nuovo da aggiungere al loro corredo di esperienze.

Le ipotesi condizionano l’osservazione. L’osservazione genera la convinzione. La convinzione produce l’esperienza. L’esperienza dà vita al comportamento, il quale a sua volta conferma le ipotesi.

IL VOLO DEI CACCIATORI

Alcune supposizioni.

Una coppia di cacciatori noleggiò un aereo per farsi trasportare nella foresta. Due settimane dopo il pilota tornò a riprenderli. Egli diede un’occhiata agli animali che avevano ucciso e disse:

“In quest’aereo ci può stare un solo bufalo, gli altri dovrete lasciarli qui”.

“Ma l’anno scorso il pilota ce ne lasciò portare due su un aeroplano grande come questo”, protestarono i cacciatori.

Il pilota non era molto convinto, ma alla fine decise: “D’accordo, se ce l’avete fatta l’anno scorso, immagino che ce la faremo anche questa volta”.

Così l’aereo decollò con i tre uomini e due bufali, ma non riuscì a prendere quota e andò a schiantarsi contro la collina vicina. Gli uomini emersero faticosamente dai rottami e si guardarono intorno.

Un cacciatore domandò all’altro: “Dove pensi che ci troviamo?”

Quello ispezionò la zona e rispose: “Credo che siamo a circa tre chilometri più a sinistra del punto dove è caduto l’aereo l’anno scorso”.

LO ZIO GIORGIO

Altre supposizioni.

Una coppia tornava a casa dopo avere assistito al funerale dello zio Giorgio, il quale aveva vissuto con loro per vent’anni ed era stato un tale disastro che per poco non aveva rovinato il loro matrimonio.

“C’è una cosa che devo dirti, cara”, disse il marito. “Se non fosse stato per l’amore che nutrivo per te, non avrei sopportato tuo zio Giorgio per un solo giorno”.

“Mio zio Giorgio!”, esclamò la moglie inorridita. “Ma io credevo che fosse tuo zio!”

UNA FALSA NOTIZIA PROVOCA LA CARESTIA

Nell’estate del 1946 in una regione dell’America del sud si sparse la voce che c’era minaccia di carestia. In realtà le messi crescevano bene e il clima era perfetto per un raccolto eccezionale. Tuttavia, a causa di quella diceria, 20.000 contadini abbandonarono i campi e fuggirono in città e di conseguenza i raccolti andarono male, migliaia di persone restarono senza cibo e le voci ricevettero conferma.

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LA PANTOMIMA PAPALE

Molti anni fa, nel Medioevo, i consiglieri del Papa insistevano affinché bandisse gli ebrei da Roma. Dicevano che non era bello che quella gente vivesse indisturbata nella culla stessa del cattolicesimo.

Fu redatto e promulgato un bando di espulsione, con grande sgomento degli ebrei, i quali sapevano che dovunque fossero andati avrebbero sicuramente ricevuto un trattamento peggiore di quello riservato loro a Roma. Essi allora scongiurarono il Papa di sospendere l’editto. Il Papa, che era un uomo giusto, fece loro una proposta onesta: gli ebrei potevano scegliere un concorrente che si battesse con lui in una pantomima. Se costui avesse vinto, essi avrebbero potuto restare. Gli ebrei si riunirono per esaminare la proposta. Rifiutarla significava essere scacciati da Roma. Accettarla era sinonimo di sconfitta, poiché non era possibile vincere una sfida in cui il Papa fungeva sia da concorrente che da giudice. Tuttavia non restava che accettare, anche se non c’era verso di trovare qualcuno che si offrisse di assumere quel compito.

La responsabilità di diventare artefice del destino di tutti gli ebrei era troppo pesante per chiunque. Quando il custode della sinagoga venne a sapere della proposta, si presentò dal rabbino capo e si offrì come volontario per la disputa con il Papa.

“Il custode?”, esclamarono gli altri rabbini quando furono informati del fatto.

“Impossibile!”

“Ebbene”, disse il rabbino capo, “nessuno di noi è disposto a partecipare, quindi o lui o niente”.

Così, in mancanza di meglio, egli fu incaricato di competere con il Papa.

Quando il grande giorno arrivò, il Papa stava seduto su di un trono posto in piazza S. Pietro, circondato dai cardinali, davanti a una grande folla di vescovi, sacerdoti e fedeli.

Ben presto spuntò la piccola delegazione degli ebrei con le loro tonache nere e le lunghe barbe fluenti, e il custode in mezzo. Il Papa si girò in modo da fronteggiare il custode e il dibattito ebbe inizio.

Il Papa sollevò solennemente un dito e tracciò un arco nel cielo.

Subito l’altro puntò l’indice con decisione verso terra.

Il Papa apparve piuttosto sconcertato. Alzò con ancora più solennità il dito e lo tenne fisso davanti al viso del custode.

Allora questi sollevò tre dita e le tenne rivolte con altrettanta fermezza in direzione del Papa, il quale apparve esterrefatto per quel gesto.

Infine il Papa portò la mano sotto la tunica e ne estrasse una mela, al che il custode affondò la mano nel sacchetto di carta che aveva con sé e tirò fuori un pezzo di pane azzimo.

A questo punto il Papa dichiarò a voce alta: “Il rappresentante degli ebrei ha vinto la contesa. L’editto è quindi revocato”.

I capi ebrei si fecero intorno al custode e lo condussero via. I cardinali, sbalorditi, si affollarono attorno al Papa.

“Che cosa è accaduto, Vostra Santità?”, chiesero.

“Non siamo riusciti a seguire il veloce scambio di botta e risposta”.

Il Pontefice si terse il sudore dalla fronte e rispose: “Quell’uomo è un grande teologo, un vero maestro di disputa. Io ho incominciato tracciando un largo gesto della mano nel cielo a indicare che l’intero universo appartiene a Dio, ed egli mi ha puntato il dito verso il basso per ricordarmi che c’è un luogo chiamato Inferno, dove il diavolo regna supremo. Allora ho alzato un dito per far capire che Dio è uno solo. Immaginatevi il mio stupore quand’egli ha sollevato tre dita per indicare che quest’unico Dio si manifesta in tre persone, dimostrando così di aderire alla nostra dottrina della Trinità!

Sapendo che sarebbe stato impossibile avere la meglio su un simile genio della teologia, decisi alla fine di portare la disputa su un altro settore. Ho tirato fuori una mela a significare che, secondo certe recenti teorie, la terra è rotonda, e subito lui ha mostrato un pezzo di pane non lievitato per ricordarmi che, secondo la Bibbia, la terra è piatta. Non c’era altro da fare che concedergli la vittoria”.

Nel frattempo gli ebrei erano arrivati alla sinagoga.

“Che cos’è accaduto?”, chiesero al custode pieni di stupore.

Quest’ultimo era indignato. “Che razza di stupidaggine! Pensate: prima di tutto il Papa fa un gesto con la mano come se volesse dire a tutti gli ebrei di andarsene da Roma.

Allora io indico verso il basso per fargli capire che non abbiamo nessuna intenzione di muoverci di qui, e lui mi punta contro il dito con fare minaccioso come per dire:

“Non fare il furbo con me!”

Io punto tre dita per spiegargli che lui lo era stato tre volte tanto con noi nell’ordinarci arbitrariamente di andarcene da Roma.

E infine, vedo che lui tira fuori la merenda e allora anch’io prendo la mia”.

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LA CONCLUSIONE DELL’ANZIANA SIGNORA EBREA

In genere la realtà non è ciò che è ma quello che noi abbiamo deciso che sia: Una vecchia ebrea è seduta accanto a uno svedese grande e grosso e continua a fissarlo. Alla fine gli rivolge una domanda: “Mi scusi, lei è ebreo?”. “No”, risponde lui. Pochi minuti dopo lei l’interpella nuovamente: “A me può dirlo, sa. Lei è ebreo, vero?” E quello risponde: “Assolutamente no”. Lei lo studia per un po’, poi ripete: “Sono sicura che lei è ebreo”. Pur di stare in pace, l’uomo dichiara: “E va bene, sono ebreo!” La vecchietta lo guarda di nuovo, scuote la testa e dice: “Non si direbbe proprio!”

Prima traiamo le nostre conclusioni e poi cerchiamo il modo per arrivarci.

IL PREZZO DEI POMODORI

Una donna si chinò a prendere dei pomodori in un banco del supermercato. In quel momento avvertì una fitta alla schiena, restò bloccata e cacciò un urlo. Un cliente che si trovava lì vicino si sporse verso di lei con aria saputa e disse: “Se pensa che i pomodori sono cari, dovrebbe vedere il prezzo del pesce!” Le nostre reazioni hanno a che fare con la realtà vera o con quello che noi riteniamo essere la realtà?

L’HIPPY CON UNA SCARPA SOLA

Un uomo salì sull’autobus e si sedette accanto a un giovane che aveva tutta l’aria di essere un hippy. Portava una scarpa sola. “Evidentemente hai perso una scarpa, ragazzo?” “Nossignore”, fu la risposta, “ne ho trovata una”. Il fatto che una cosa sia evidente per me non significa che sia vera.

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L’INDIANO CHE ASCOLTAVA IL TERRENO

Un cowboy attraversava a cavallo il deserto quando si imbatté in un indiano che stava sdraiato per la strada con la testa e l’orecchio appoggiato al suolo.

“Che cosa c’è, capo?”, chiese il cowboy.

“Grosso viso pallido con i capelli rossi che guida una Mercedes-Benz con dentro un pastore tedesco, targata SDT965, sta andando verso ovest”.

“Accipicchia, capo, vuoi dire che hai sentito tutto ascoltando il terreno?”

“Io non sto ascoltando il terreno. Quel figlio di un cane mi ha investito”.

LA SFORTUNA DELL’OSTRICA

Un’ostrica vide una perla che era caduta nella crepa di una roccia sul fondo dell’oceano. Dopo molti sforzi riuscì a recuperare la perla e deporla su di una foglia proprio accanto a lei. Lei sapeva che gli esseri umani vanno in cerca di perle e pensava: “Questa perla li attirerà, così sceglieranno lei e lasceranno stare me”. Tuttavia, quando arrivò un pescatore di perle, i suoi occhi erano abituati a cercare le ostriche e non le perle adagiate sulle foglie. Così egli afferrò l’ostrica, che oltre tutto non conteneva perle, e lasciò scivolare la perla vera nella crepa della roccia da dove era arrivata. Sappiamo sempre dove guardare. Ecco perché non riusciamo a trovare Dio.

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IDENTIFICARE LA PROPRIA MADRE

Una donna chiese al cassiere della banca di cambiarle un assegno. Il cassiere le chiese un documento d’identità, secondo il regolamento della banca. La donna restò senza fiato. Alla fine riuscì a pronunciare queste parole: “Ma, Jonathan, sono tua madre!”

Se pensate che tutto ciò sia buffo, come mai anche voi non siete capaci di riconoscere il Messia?

IL CANE CHE CAMMINAVA SULL’ACQUA

Un uomo portò a caccia per la prima volta il suo nuovo cane. Nel giro di pochi istanti uccise un’anatra selvatica, che cadde nel laghetto. Il cane camminò sull’acqua, raccolse l’anatra e la portò al padrone.

Quest’ultimo era esterrefatto! Sparò a un’altra anatra. Di nuovo, mentr’egli si sfregava gli occhi incredulo, il cane camminò sull’acqua e andò a prendere l’anatra.

Non osando credere a ciò a cui aveva assistito, l’uomo invitò il suo vicino a recarsi a caccia con lui il giorno seguente. Anche questa volta, a ogni uccello colpito dai due, il cane camminava sull’acqua e andava a riprendere la selvaggina.

Il padrone non disse nulla e neppure il suo vicino. Alla fine, non riuscendo più a trattenersi, sbottò:

“Non hai notato niente di strano in quel cane?”

Il vicino si grattò il mento con aria pensierosa. “Sì”, disse. “Ora che ci penso, quel bastardo non sa nuotare!”

La vita non è soltanto piena di miracoli. E molto di più: è essa stessa un miracolo, e chiunque smetta di dare tutto per scontato se ne accorgerà subito.

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IL CANE CHE GIOCAVA A CARTE

“Com’è intelligente il tuo cane!” disse un tizio nel vedere il suo amico giocare a carte con il cane. “Non è poi così intelligente”, ribatté l’altro. “Ogni volta che ha carte belle, agita la coda”.

IL SILENZIO DELLA NONNA

Il nonno e la nonna avevano litigato e la nonna era così arrabbiata che non rivolgeva più la parola al marito. L’indomani il nonno aveva già dimenticato tutto, ma la nonna continuava a ignorarlo e rifiutava di parlare. Per quanti sforzi facesse, il nonno non riusciva a farla uscire dal suo ostinato silenzio. Alla fine si mise a rovistare negli armadi e nei cassetti.

Dopo qualche minuto la nonna non ne poté più. “Si può sapere che cosa stai cercando?” domandò al colmo dell’irritazione.

“Dio sia lodato, l’ho trovata”, disse il nonno con un sorrisetto furbo. “La tua voce!”

Se è Dio che stai cercando, guarda da qualche altra parte.

IL DIAVOLO E IL CERCATORE

Quando il diavolo vide un cercatore entrare nella casa del maestro, decise di fare tutto quanto era in suo potere per sviarlo dalla ricerca della verità. Così sottomise il pover’uomo a ogni tentazione possibile: ricchezza, lascivia, fama, potere, prestigio.

Ma il cercatore era troppo agguerrito in campo spirituale e riuscì a superare le tentazioni con facilità, tanto grande era il suo desiderio di spiritualità.

Quando arrivò alla presenza del maestro, fu piuttosto sorpreso nel trovarlo seduto in poltrona, con i discepoli ai suoi piedi.

“A quest’uomo fa senz’altro difetto la virtù principale dei santi, l’umiltà”, pensò fra sé. Poi notò altre cose del maestro che non gli piacevano, prima fra tutte il fatto che non gli aveva dedicato particolare attenzione.

(“Immagino che sia perché non lo adulo come fanno gli altri”, disse fra sé). E poi c’erano gli abiti che indossava e il modo assai superbo con cui parlava. Tutto ciò lo portò a concludere che era venuto nel luogo sbagliato e doveva continuare la sua ricerca altrove.

Mentre egli usciva dalla stanza, il maestro, che aveva visto il diavolo seduto nell’angolo, disse: “Non era necessario che ti dessi tanto da fare, Tentatore. Quell’uomo era tuo fin dall’inizio”.

Questo è il destino di coloro i quali, nella loro ricerca di Dio, sono pronti a lasciare tutto tranne l’idea che si sono fatti di lui.

LE VESCICHE SULLE ORECCHIE DELL’UBRIACO

La gente non peccherebbe mai se si rendesse conto che ogni volta che commette un peccato danneggia se stessa. Purtroppo molti sono in tale stato di apatia che non si rendono minimamente conto del male che fanno a se stessi.

Un ubriaco camminava per la strada con entrambe le orecchie deturpate da vesciche. Un amico gli chiese che cosa gliele avesse provocate. “Mia moglie ha lasciato il ferro da stiro acceso, così quando è suonato il telefono, per sbaglio ho preso in mano il ferro”.

“Ho capito, ma l’altra orecchia?”

“Quel maledetto idiota ha richiamato!”

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L’ESPERIMENTO DEL CHIRURGO VIENNESE

Un famoso chirurgo viennese disse ai suoi studenti che per fare il chirurgo sono necessarie due doti: non essere schizzinosi e avere un ottimo spirito di osservazione.

Poi immerse il dito in un liquido nauseabondo e lo leccò, invitando ciascuno studente a fare altrettanto. Essi si fecero forza ed eseguirono l’operazione senza battere ciglio. Con un sorriso, il chirurgo spiegò:

“Signori, mi congratulo con voi per aver superato la prima prova. Ma non posso fare lo stesso per la seconda, perché nessuno di voi si è accorto che il dito che ho leccato non era lo stesso che avevo immerso nel liquido”.

IL PARROCO SCOPRE LA SUA CUOCA

Il pastore di una parrocchia di benestanti aveva affidato ai suoi coadiutori il compito di salutare la gente dopo la funzione domenicale. Sua moglie lo convinse ad assumere lui stesso quell’incarico.

“Non sarebbe spaventoso scoprire che, dopo tanti anni, tu non conosci i tuoi stessi parrocchiani?” gli disse.

Così la domenica seguente, il prete prese posto dopo la funzione sulla porta della chiesa. La prima a uscire fu una donna vestita modestamente, che aveva tutta l’aria di essere una nuova parrocchiana. “Come sta? Sono molto lieto di averla fra noi”, egli disse, porgendole la mano.

“Grazie”, rispose la donna, piuttosto sorpresa.

“Spero che avremo spesso l’onore di vederla alle nostre funzioni. Ci fa sempre piacere vedere facce nuove”.

“Sissignore”.

“Vive in parrocchia?”

La donna sembrava imbarazzata e non sapeva che cosa dire.

“Se mi dà il suo indirizzo, mia moglie e io verremo a trovarla una di queste sere”.

“Non dovrà andare lontano, signore. Sono la sua cuoca”.

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“FATE SPARIRE QUESTO PEZZENTE!”

Un poveraccio entrò nell’ufficio di un uomo ricco a chiedere la carità.

L’uomo chiamò la sua segretaria e disse: “Vede questo povero disgraziato? Guardi le dita dei piedi che escono dalle scarpe sfondate, i pantaloni sdruciti e la giacca consunta. Sono sicuro che costui non si rade, non fa la doccia né consuma un pasto decente da giorni e giorni. Mi si spezza il cuore vedere uno così conciato perciò fatelo sparire di qui immediatamente!”

Un uomo con dei monconi al posto delle braccia e delle gambe chiedeva l’elemosina sul marciapiede. La prima volta che lo vidi, la mia coscienza si rivoltò al punto che gli feci la carità. La seconda volta gli diedi molto meno. La terza lo denunciai con la massima freddezza alla polizia per accattonaggio e disturbo alla quiete pubblica.

“UNO DI VOI E’ IL MESSIA”

Un guru che stava meditando nella sua grotta himalayana aprì gli occhi e scoprì un visitatore inatteso seduto di fronte a lui. Era l’abate di un famoso monastero.

“Che cosa cerchi?” chiese il guru.

L’abate raccontò una triste storia. Un tempo il monastero era stato famoso in tutto il mondo occidentale. Le celle erano piene di giovani postulanti e la chiesa riecheggiava del canto dei monaci. Ma poi erano sopraggiunti tempi duri. La gente non accorreva più in massa ad alimentare il proprio spirito, il flusso di novizi si era arrestato, la chiesa era immersa nel silenzio. Erano restati solo un pugno di monaci, i quali accudivano ai propri doveri con il cuore gonfio di tristezza.

Quello che l’abate voleva sapere era questo: “È a causa di un nostro peccato che il monastero si è ridotto in questo stato?”

“Sì”, rispose il guru, “un peccato di ignoranza”.

“E di che peccato si tratta?”

“Uno di voi è il Messia sotto false spoglie e voi non lo sapete”. Dopo aver detto questo, il guru chiuse gli occhi e ritornò in meditazione.

Lungo tutto il difficile viaggio di ritorno al monastero, il cuore dell’abate batteva forte al pensiero che il Messia, il Messia in persona, era ritornato sulla terra ed era proprio lì, nel monastero. Come mai non l’aveva riconosciuto? E chi poteva essere? Fratel Cuoco? Fratel Sagrestano? Fratel Tesoriere? Fratel Priore?

No, lui no, ahimè, aveva troppi difetti.

Ma il guru aveva detto che era nascosto sotto false spoglie. Forse quei difetti erano un travestimento? A pensarci bene, tutti al monastero avevano dei difetti.

Eppure uno di loro era il Messia!

Al suo ritorno, radunò i monaci e li informò di ciò che aveva scoperto. Essi si guardarono l’un l’altro increduli. Il Messia? Qui? Incredibile! Ma a quanto pare era lì in incognito.

Allora, forse… E se fosse stato il tale? O il talaltro, laggiù? O… Una cosa era certa: se il Messia era lì sotto false spoglie, non sarebbe stato facile riconoscerlo. Così si misero a trattare chiunque con rispetto e considerazione.

“Non si può mai sapere”, pensavano dentro di sé quando avevano a che fare con i loro confratelli, “magari è questo”.

Il risultato fu che l’atmosfera del convento divenne tutto un vibrare di gioia. Presto dozzine di aspiranti vennero a chiedere di entrare nell’ordine, e la chiesa tornò a riecheggiare dei santi e lieti canti dei monaci, i quali irradiavano lo spirito dell’Amore. A che serve avere gli occhi se il cuore è cieco?

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IL PRIGIONIERO E LA FORMICA

Un prigioniero viveva da anni in cella d’isolamento. Non vedeva e non parlava con nessuno e i pasti gli venivano serviti attraverso un pertugio nel muro.

Un giorno entrò nella sua cella una formica. L’uomo la contemplava affascinato mentre percorreva la stanza in lungo e in largo. La teneva sul palmo della mano per osservarla meglio, le dava qualche granellino di cibo e di notte la custodiva sotto la sua scodella di ferro.

Un giorno si rese improvvisamente conto che gli ci erano voluti dieci lunghi anni di isolamento perché i suoi occhi si accorgessero della bellezza di una formica.

L’OSCURITÀ DI EL GRECO

Quando un amico andò a far visita al pittore spagnolo El Greco in un bel pomeriggio di primavera, lo trovò seduto in camera sua, con le tende tirate. “Vieni fuori al sole”, lo invitò l’amico. “Non ora”, replicò El Greco. “Disturberebbe la luce che risplende dentro di me”.

IL RABBINO CIECO

Il vecchio rabbino era diventato cieco e non poteva né leggere né vedere il volto di coloro che venivano a fargli visita. Un guaritore gli disse: “Affidati alle mie cure e io guarirò la tua cecità”. “Non ce n’è bisogno”, rispose il rabbino. “Riesco a vedere quanto mi basta”. Non tutti quelli che hanno gli occhi chiusi sono addormentati. E non tutti quelli che hanno gli occhi aperti sanno vedere.

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RELIGIONE

LA STAZIONE ACCANTO AI BINARI

Il viaggiatore stanco: “Perché, in nome del cielo hanno costruito la stazione a tre chilometri di distanza dal villaggio?”
Il facchino servizievole: “Devono aver pensato che sarebbe stata una buona idea averla vicino ai treni, signore”.
Una stazione ultramoderna a tre chilometri di distanza dalla ferrovia è altrettanto assurda di un tempio molto frequentato lontano tre centimetri dalla vita.

IL BUDDHA KAMAKURA

Il Buddha Kamakura stava dentro un tempio, finché un giorno una violenta tempesta fece crollare l’edificio. Allora per molti anni l’enorme statua restò esposta al sole e alla pioggia, al vento e alle intemperie. Quando un sacerdote diede il via a una raccolta di fondi per ricostruire il tempio, la statua gli apparve in sogno e gli disse: “Quel tempio era una prigione, non una casa. Lasciami in balia degli elementi: quello è il mio posto”.

 

DOV BER E BAAL SHEM

Dov Ber era un uomo fuori del comune. La gente tremava quando si trovava alla sua presenza. Egli era uno studioso del Talmud di grande fama, inflessibile, e intransigente nelle questioni dottrinali. Non rideva mai.
Credeva fermamente nel valore dell’autopunizione e lo si sapeva capace di digiunare per parecchi giorni di fila. Alla fine le molte privazioni ebbero la meglio su di lui. Si ammalò gravemente e i dottori non riuscivano a curarlo.
Come ultima risorsa, qualcuno suggerì: “Perché non chiedere aiuto a Baal Shem Tov?”
Dov Ber acconsentì, quantunque all’inizio fosse contrario all’idea, perché disapprovava severamente il comportamento di Baal Shem, che considerava alla stregua di un eretico.
Mentre Dov Ber era convinto che la vita acquistava significato soltanto attraverso la sofferenza e le tribolazioni, Baal Shem si sforzava di alleviare il dolore e predicava pubblicamente che era la gioia a dare un senso alla vita.
Era già passata la mezzanotte, quando Baal Shem rispose alla chiamata e si presentò avvolto in un mantello di lana e con in testa un copricapo di fine pelliccia.
Entrò nella camera del malato e gli porse il Libro dello Splendore, che Dov Ber aprì e cominciò a leggere ad alta voce.
Leggeva da appena un minuto quando, così racconta la storia, Baal Shem lo interruppe.
“Manca qualcosa”, disse. “Manca qualcosa alla tua fede”.
“Che cosa?”, chiese il malato.
“L’anima”, rispose Baal Shem Tov.

 

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IL BUDDHA BRUCIATO

In una fredda notte d’inverno un asceta errante cercò riparo nel tempio. Il pover’uomo se ne stava tutto tremante nella neve, tanto che il sacerdote del tempio, pur essendo riluttante a farlo entrare, disse:
“Va bene, puoi restare, ma solo per questa notte. Questo è un tempio, non un ricovero. Alla mattina dovrai andare via”.
Nel cuore della notte, il sacerdote udì uno strano scoppiettio. Si precipitò nel tempio e si presentò ai suoi occhi uno spettacolo incredibile. Lo straniero era là che si scaldava davanti al fuoco che lui stesso aveva acceso. Mancava una statua di legno del Buddha. Il prete chiese: “Dov’è la statua?”
Il pellegrino indicò il fuoco e aggiunse: “Ero convinto che questo freddo mi avrebbe Ucciso”.
Il prete gridò: “Sei pazzo? Sai che cosa hai fatto? Quella era una statua del Buddha. Hai bruciato il Buddha!”
Il fuoco si stava estinguendo a poco a poco. L’asceta lo fissava e cominciò a scavare fra la cenere con il suo bastone.
“E ora che fai?”, urlò il sacerdote.
“Cerco le ossa del Buddha che tu dici che ho bruciato”.

Il prete raccontò in seguito l’episodio a un maestro zen, il quale commentò: “Non sei un bravo prete, poiché hai attribuito più valore a un Buddha morto che a un uomo vivo”.

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I SUTRA INVISIBILI

 

Tetsugen, uno studente zen, decise di intraprendere un’impresa grandiosa: la stampa di settemila copie dei sutra che a quell’epoca erano disponibili soltanto in cinese.
Viaggiò in lungo e in largo per tutto il Giappone per raccogliere i fondi necessari al progetto. Ci furono delle persone ricche che gli offrirono anche cento pezzi d’oro, ma per lo più riceveva monete di poco valore dalla gente delle campagne.
Tetsugen esprimeva la stessa gratitudine a ciascun benefattore, indipendentemente dalla somma elargita. Dopo dieci lunghi anni di peregrinazioni, finalmente raccolse il denaro necessario all’impresa.
Proprio allora, però, il fiume Uji straripò e migliaia di persone restarono senza cibo e senza riparo. Tetsugen spese tutto il denaro che aveva raccolto per il suo amato progetto, per aiutare quella povera gente.
In seguito ricominciò a raccogliere fondi. Passarono di nuovo parecchi anni prima di riuscire a trovare tutto il denaro di cui aveva bisogno. Poi scoppiò un’epidemia in tutto il paese, e Tetsugen diede via tutto quanto aveva raccolto per aiutare i sofferenti.
Ancora una volta ripartì e, venti anni dopo, finalmente poté realizzare il suo sogno di stampare le scritture in giapponese. La pressa che produsse la prima edizione dei sutra è conservata presso il monastero di Obaku, a Kyoto.
I giapponesi raccontano ai loro figli che Tetsugen pubblicò in tutto tre edizioni dei sutra e che le prime due sono invisibili e di gran lunga superiori alla terza.

 

 

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I DUE FRATELLI CHE SI AMAVANO

 

Due fratelli, uno scapolo e l’altro sposato, possedevano una fattoria dal suolo fertile, che produceva grano in abbondanza. A ciascuno dei due fratelli spettava metà del raccolto.
All’inizio tutto andò bene. Poi, di tanto in tanto, l’uomo sposato cominciò a svegliarsi di soprassalto durante la notte e a pensare:
“Non è giusto così. Mio fratello non è sposato e riceve metà di tutto il raccolto. Io ho moglie e cinque figli, non avrò quindi da preoccuparmi per la vecchiaia. Ma chi avrà cura del mio povero fratello quando sarà vecchio? Lui deve mettere da parte di più per il futuro di quanto non faccia ora, è logico quindi che ha più bisogno di me”.
E con questo pensiero, si alzava dal letto, entrava furtivamente in casa del fratello e gli versava un sacco di grano nel granaio. Anche lo scapolo cominciò ad avere questi attacchi durante la notte.
Ogni tanto si svegliava e diceva fra sé: “Non è affatto giusto così. Mio fratello ha moglie e cinque figli e riceve metà di quanto la terra produce. Io non ho nessuno oltre a me stesso da mantenere. È giusto allora che il mio povero fratello, che ha evidentemente molto più bisogno di me, riceva la mia stessa parte?”
Quindi si alzava dal letto e andava a portare un sacco di grano nel granaio del fratello.
Un giorno si alzarono alla stessa ora e si incontrarono, ciascuno con in spalla un sacco di grano! Molti anni più tardi, dopo la morte, si venne a sapere la loro storia. Così, quando i loro concittadini decisero di costruire un tempio, essi scelsero il punto in cui i due fratelli si erano incontrati, poiché secondo loro non vi era un luogo più santo di quello in tutta la città.

La vera differenza nella religione non è fra chi pratica il culto e chi non lo pratica ma fra chi ama e chi non ama.

 

AL MESSIA CI PENSERÀ DIO

Un ricco fattore entrò in casa trafelato ed esclamò con voce angosciata: “Rebecca, in città si racconta un fatto terribile, è arrivato il Messia!”
“Che cosa c’è di così tremendo in tutto questo?” domandò la moglie. “Penso che sia una cosa bellissima. Perché sei così sconvolto?”
“Perché sono sconvolto?” esclamò l’uomo. “Dopo tutti questi anni di fatica e sudore abbiamo finalmente raggiunto l’agiatezza. Possediamo mille capi di bestiame, i nostri granai sono pieni di grano e i nostri alberi carichi di frutti. Ora dovremo dare via tutto e seguirlo”.
“Calmati”, disse la moglie per consolarlo. “Il Signore Dio nostro è buono. Egli sa quanto abbiamo sempre dovuto patire noi ebrei. Abbiamo avuto il Faraone, Haman, Hitler, ogni volta uno diverso. Ma il nostro amato Dio ha trovato il modo di metterli tutti a posto, non è vero? Abbi fede allora, caro marito. Egli riuscirà a sistemare anche il Messia”.

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IL RISCHIO DI ESSERE UN POPOLO ELETTO

Goldstein, novantaduenne, era sopravvissuto ai pogrom in Polonia, ai campi di concentramento nazisti e a dozzine di altre persecuzioni nei confronti degli ebrei.
“Oh! Signore!”, esclamò. “Non è forse vero che siamo il tuo popolo eletto?”
Una voce rispose dal cielo: “Sì, Goldstein, gli ebrei sono il mio popolo eletto”.
“Be’, non sarebbe ora che te ne scegliessi un altro?

 

STACCATI DAL RAMO

Un ateo precipitò da una rupe. Mentre rotolava giù, riuscì ad afferrare il ramo di un alberello, e rimase sospeso fra il cielo e le rocce trecento metri più sotto, consapevole di non poter resistere a lungo.
Allora ebbe un’idea. “Dio!”, gridò con quanto fiato aveva in gola. Silenzio! Nessuna risposta.
“Dio!”, gridò di nuovo. “Se esisti, salvami e io ti prometto che crederò in te e insegnerò agli altri a credere”.
Ancora silenzio! Subito dopo fu lì lì per mollare la presa dallo spavento, nell’udire una voce possente che rimbombava nel burrone.
“Dicono tutti così quando sono nei pasticci”.
“No, Dio, no!” egli urlò, rincuorato. “Io non sono come gli altri. Non vedi che ho già cominciato a credere, poiché sono riuscito a sentire la tua voce? Ora non devi far altro che salvarmi e io proclamerò il tuo nome fino ai confini della terra”.
“Va bene”, disse la voce. “Ti salverò. Staccati dal ramo”.
“Staccarmi dal ramo?”, strillò l’uomo sconvolto. “Non sono mica matto!”

Si dice che quando Mosè lanciò il suo bastone nel Mar Rosso non avvenne il miracolo tanto atteso. Fu solo quando il primo uomo si gettò fra le onde che il mare si divise in due in modo da lasciare passare gli ebrei.

 

 

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POSATE PER TERRA LA COPERTA

La casa del Mullah Nasruddin stava bruciando; allora egli si rifugiò sul tetto. Mentre era appollaiato lassù, i suoi amici si radunarono nella strada sottostante tenendo tesa fra loro una coperta e gridavano: “Salta, Mullah, salta!”
“Oh no, proprio no”, disse Mullah. “Vi conosco bene. Se salto, voi mi tirerete via la coperta di sotto pur di farmi fare brutta figura!”
“Non fare lo sciocco, Mullah. Non stiamo scherzando. Questa è una faccenda seria. Salta!”
“No”, insistette Nasruddin. “Non mi fido di nessuno di voi. Posate per terra la coperta e io salterò”.

 

DIO PUÒ DETRARRE LA SOMMA IN ANTICIPO

Il vecchio avaro fu sorpreso a pregare così: “Se l’Onnipotente, sia benedetto per sempre il suo santo nome, mi donasse centomila dollari, io ne darei diecimila ai poveri.
E se l’Onnipotente, sia glorificato per sempre, non Si fidasse di me, potrebbe detrarre prima i diecimila e poi mandarmi il resto”.

CONFIDARE IN DIO SIGNIFICA NON AVERE PIÙ SPERANZA

Il pilota comunica ai passeggeri durante il volo: “Sono spiacente di informarvi che siamo in un terribile guaio. Solo Dio può salvarci”.
Un passeggero si rivolge a un sacerdote e gli chiede che cosa avesse detto il pilota e quello risponde: “Ha detto che non c’è più nessuna speranza!”

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CHI AVREBBE DIO DA PERDONARE?

Un sufi assai venerabile, che si era recato in pellegrinaggio alla Mecca, fu felice di notare che al suo arrivo al santuario non c’era quasi nessuno e poté dedicarsi liberamente alle sue pratiche devote.
Dopo aver compiuto i riti prescritti, Si inginocchiò e toccò con la fronte per terra, dicendo: “Allah! Ho un solo desiderio nella vita. Fammi la grazia di non offenderti mai più”.
Nell’udire queste parole, colui che è Misericordia Infinita scoppiò a ridere e disse: “È quello che chiedono tutti. Ma dimmi, se concedessi a tutti questa grazia, chi avrei ancora da perdonare?”

Quando fu chiesto al peccatore come mai non avesse timore di entrare nel tempio, egli rispose: “Non esiste persona che il cielo non ricopra; non v’è alcuno che la terra non sorregga – e Dio, non è Egli terra e cielo per ognuno di noi?”

 

GLI ESPERTI CHE APRIRONO I CANCELLI DELLA MISERICORDIA

Un prete ordinò al suo diacono di radunare dieci persone che pregassero in coro per la guarigione di un infermo.
Quando furono arrivati tutti, qualcuno bisbigliò all’orecchio del prete: “Fra quelle persone ci sono dei ladri assai noti”.
“Tanto meglio”, replicò il sacerdote. “Quando i Cancelli della Misericordia sono chiusi, sono questi gli esperti che riusciranno ad aprirli”.

 

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COME INSEGUIRE UN MALFATTORE

Un viandante passava un giorno per la strada, quando gli passò accanto di corsa un uomo a cavallo. Aveva uno sguardo cattivo e le mani sporche di sangue. Qualche minuto dopo spuntò un gruppo di cavalieri, i quali chiesero al viandante se aveva visto passare uno con le mani sporche di sangue. Essi lo stavano inseguendo.
“Chi è?” domandò il viandante.
“Un malfattore”, rispose il capo della comitiva.
“E lo state inseguendo per consegnarlo alla giustizia?”
“No”, disse il capo, “lo inseguiamo per mostrargli la retta via”.
Solo la riconciliazione salverà il mondo, non la giustizia, che in genere è solo un altro nome per la vendetta.

 

GUARDA DIRETTAMENTE LA LUNA

Il poeta Awhadi di Kerman una sera stava seduto nella sua veranda, curvo su un catino. Il sufi Shams-e-Tabrizi passava di lì per caso e chiese al poeta:
“Che cosa stai facendo?”
“Contemplo la luna in una bacinella d’acqua”, fu la sua risposta.
“Se non hai il collo rotto, perché non guardi direttamente la luna lassù nel cielo?”

Le parole riflettono in modo inadeguato la realtà. Un uomo pensava di sapere che cosa fosse il Taj Mahal perché gli avevano mostrato un pezzo di marmo e gli avevano detto che il Taj non era altro che una collezione di pezzi simili a quello. Un altro era convinto, avendo visto l’acqua del Niagara in un mastello, di sapere com’erano le cascate.

“Che bel bambino avete!” “Questo è niente! Dovreste vederlo in fotografia!”

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L’UBRIACO VEDE LA LUNA IN BASSO

Le parole (e i concetti) sono un mezzo per indicare, non per riflettere la realtà. Ma, come dichiarano i mistici orientali, “Quando il Saggio indica la luna l’idiota non vede che il dito.”

Un ubriaco una sera attraversava barcollando un ponte, quando si imbatté in un amico. I due si affacciarono al ponte e rimasero lì per un po’ a chiacchierare.

“Che cos’è quella roba laggiù?”, chiese improvvisamente l’ubriaco.

“È la luna”, rispose l’amico.

L’ubriaco guardò meglio, scosse la testa incredulo e disse: “Va bene, va bene. Ma come diavolo ho fatto a finire quassù?”

Noi non vediamo quasi mai la realtà. Quello che vediamo è solo un riflesso sotto forma di parole e concetti che poi finiamo con l’identificare con la realtà. Il mondo in cui viviamo è per lo più una costruzione mentale.

IL MOTTO PERDUTO

La gente si nutre di parole, vive di parole, senza di esse si sentirebbe perduta. Un mendicante tirò la manica a un passante e gli chiese del denaro per una tazza di caffè.

Questa è la storia che gli raccontò: “Un tempo, signore, ero un ricco uomo d’affari come lei. Lavoravo dalla mattina alla sera Sulla mia scrivania tenevo il motto: PENSA IN MODO CREATIVO, AGISCI CON DECISIONE, VIVI NEL RISCHIO. Questo era il mio programma di vita, e il denaro affluiva in abbondanza. E poi… E poi… (e il suo corpo fu scosso dai singhiozzi). La donna delle pulizie spazzò via il mio motto insieme alla carta straccia”.

Quando scopi il cortile del tempio non fermarti a leggere i giornali vecchi. Quando purifichi il tuo cuore non gingillarti con le parole.

 

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E IO DOVE SONO?

C’era una volta un uomo molto stupido. Ogni mattina quando si svegliava faceva così fatica a trovare i vestiti che aveva quasi paura di andare a letto al pensiero dei problemi che l’aspettavano al risveglio.

Una sera prese carta e matita e a mano a mano che si spogliava annotava nome e posizione di ogni singolo capo. L’indomani tirò fuori il taccuino e lesse:

“Pantaloni”, ed eccoli lì. Se li infilò.

“Camicia”, ed eccola. La indossò.

“Cappello”, pronto. Se lo mise in testa. Era molto contento della soluzione finché non fu assalito da un pensiero terribile.

“E io, dove sono io?” Si era dimenticato di segnarlo. Allora si mise a cercare, ma invano.

Non riuscì a trovare se stesso. Che ne pensate di quelli che dicono: “Leggo questo libro per scoprire chi sono”?

LA SAGGEZZA DI SVETAKETU

Uno dei più famosi saggi dell’antica India era Svetaketu. Ecco come acquistò la sua sapienza: quando aveva poco più di sette anni, suo padre lo mandò a studiare i Veda.

Grazie al molto studio e alla sua intelligenza, , il ragazzo superò tutti i compagni finché alla fine fu considerato il più grande esperto vivente di Scritture, e questo quando era appena uscito dall’adolescenza. Al suo ritorno a casa, il padre volle saggiare la sua abilità e gli pose questa domanda:

“Hai imparato ciò per cui non c’è più bisogno di imparare altro? Hai scoperto ciò grazie a cui cessa ogni sofferenza? Hai fatto tuo ciò che non si può insegnare?”

“No”, rispose Svetaketu.

“Allora”, disse il padre, “tutto quello che hai imparato in questi anni è inutile, figlio mio”.

Svetaketu fu così colpito dalla verità delle parole di suo padre, che si dedicò a scoprire attraverso il silenzio la saggezza che non si può esprimere con le parole.

Quando lo stagno è asciutto e i pesci giacciono sulla terra riarsa, inumidirli con l’alito o umettarli con la saliva non è lo stesso che gettarli nel lago. Non cercate di rianimare la gente con le dottrine: tuffatela nella realtà, poiché il segreto della vita si trova nella vita stessa, e non nelle dottrine che su di essa si fondano.

IL MENU’ NON È BUONO DA MANGIARE

Uno che era alla ricerca della verità chiese al sufi Jalaluddin Rumi se il Corano era un libro valido da leggere. Quegli rispose: “Dovresti piuttosto domandarti se sei nelle condizioni ideali per trarne profitto”.

Diceva un mistico cristiano, parlando della Bibbia: “Un menù, per quanto utile, non è buono da mangiare”.

Il bambino durante la lezione di geografia: “Il vantaggio della longitudine e della latitudine è che, quando stai affogando, puoi indicare a che longitudine e latitudine ti trovi e verranno a salvarti”.

Poiché esiste un termine per indicare la saggezza, la gente pensa di sapere che cos’è. Ma non si diventa astronomi capendo il significato della parola “astronomia”. Non è che hai riscaldato la stanza solo perché, alitando sul termometro, l’hai fatto salire di qualche grado.

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LEGGERE LA PAROLA “IO”

Ogni giorno in un angolo di una biblioteca giapponese sostava un vecchio monaco tranquillamente assorto in meditazione.

“Non ti vedo mai leggere i sutra”, gli disse il bibliotecario.

“Non ho mai imparato a leggere”, replicò il monaco.

“Che vergogna! Un monaco come te deve saper leggere. Vuoi che ti insegni?”

“Sì, dimmi”, disse il monaco indicando se stesso, “che cosa significa questa parola?” Perché accendere una torcia, quando il sole splende nel cielo? Perché irrigare il terreno, quando la pioggia scende a scroscio?

LA GRANDE RIVELAZIONE

Un guru promise a uno studioso una rivelazione ben più importante di qualsiasi altra contenuta nelle scritture. Quando lo studioso gli espresse il desiderio di conoscerla, il guru gli ordinò:

“Esci sotto la pioggia e solleva il capo e le braccia verso il cielo. Così otterrai la prima rivelazione”.

Il giorno seguente l’uomo ritornò a raccontare: “Ho seguito il tuo consiglio e mi è entrata l’acqua nel collo. Mi sono sentito molto stupido”.

“Bene”, disse il guru, “per essere il primo giorno, è già una bella rivelazione, non credi?”

Dice il poeta Kabir: A che serve che lo studioso ponderi parole e concetti, se il suo cuore non trabocca d’amore? A che serve che l’asceta indossi abiti del colore dello zafferano, se dentro di sé è scialbo? A che serve che tu lustri il tuo comportamento etico fino a farlo brillare, se non c’è musica al suo interno?

Il discepolo: Che differenza c’è fra conoscenza e illuminazione? Il maestro: Quando hai la conoscenza, usi una torcia per far luce al cammino. Quando hai l’illuminazione, tu stesso diventi una torcia.

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QUELLO CHE STA SUONANDO È UN VIOLINO

Un gruppo di persone si stava godendo un po’ di musica in un ristorante cinese. All’improvviso un solista suonò un motivo vagamente familiare. Tutti riconobbero la melodia, ma nessuno riusciva a ricordare il titolo. Allora chiamarono un cameriere dallo splendido costume e gli chiesero di scoprire che cosa stesse suonando il musicista. Il cameriere attraversò il locale sculettando, poi tornò indietro con aria trionfante e dichiarò in modo ben udibile: “Il violino!” Il contributo dello studioso alla spiritualità.

L’ANTINTELLETTUALE SUPERBO

Un maestro fu sorpreso nell’udire gente che gridava e litigava nel suo cortile. Quando venne a sapere che c’era di mezzo uno dei suoi discepoli, lo mandò a chiamare e gli domandò quale fosse la causa di tutta quella baraonda.

“C’è una delegazione di intellettuali che è venuta a farvi visita. Ho detto loro che voi non sciupate il vostro tempo con della gente che ha la testa piena di libri e di pensieri, ma è priva di saggezza. Sono quelle le persone che, con la loro superbia, creano dovunque dogmi e scismi tra la gente”.

Il maestro sorrise: “Com’è vero tutto questo”, mormorò. “Ma, dimmi, non è per caso la tua superbia nel dichiararti diverso dagli studiosi la causa di questo conflitto e di questa divisione?”

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IL SAGGIO INDÙ E GESÙ

Un saggio indù si stava facendo leggere la vita di Gesù. Quando sentì di come Gesù era stato respinto dai suoi a Nazaret, esclamò:

“Un rabbino non è un vero rabbino se la sua comunità non nutre il desiderio di scacciarlo dalla città”. E quando apprese che erano stati i sacerdoti a mettere Gesù a morte, esclamò con un sospiro:

“Satana fa fatica a trarre in inganno il mondo intero, così nomina al suo posto varie autorità ecclesiastiche nelle diverse parti del globo”.

Il lamento di un vescovo: “Dovunque Gesù andasse, scoppiava una rivoluzione; dovunque vado io, la gente mi serve il tè!”

L’ÉLITE SPIRITUALE

Quando vi portate dietro un seguito di un milione di persone, chiedetevi in che cosa avete sbagliato. Un autore ebreo spiega come gli ebrei non amino fare proseliti. I rabbini sono tenuti a compiere tre tentativi Diversi per scoraggiare eventuali seguaci!

La spiritualità è riservata ad un’élite. Non scende a compromessi pur di farsi accettare, perciò non si abbassa a livello delle masse che vogliono lo zuccherino invece della medicina.

Una volta, quando una grande folla lo seguiva, ecco che cosa disse loro Gesù: “Se uno di voi decide di costruire una torre, prima di tutto si mette a calcolare la spesa per vedere se ha abbastanza soldi per portare a termine i lavori. Oppure, se un re va in guerra contro un altro re, prima di tutto si mette a calcolare se con diecimila soldati può affrontare il nemico che avanza con ventimila. Se vede che non è possibile, allora manda dei messaggeri incontro al nemico e, mentre questo è ancora lontano, gli fa chiedere quali sono le condizioni per la pace.

La stessa cosa vale anche per voi: chi non rinuncia a tutto quello che possiede non può essere mio discepolo”. La gente non vuole la verità. Vuole sicurezza.

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UN GRANDE RINNOVAMENTO

Disse un predicatore a un amico: “Abbiamo appena conosciuto il più grande rinnovamento che la nostra chiesa abbia mai avuto in tanti anni”. “Quanti nuovi fedeli sono arrivati?”

“Nessuno. Ne abbiamo persi cinquecento”.

Gesù avrebbe applaudito! L’esperienza purtroppo dimostra come le nostre convinzioni religiose hanno lo stesso effetto sulla nostra santità personale di quello che ha un abito da sera sulla digestione di chi lo indossa.

IL FILOSOFO RISORTO

Un antico filosofo, morto da parecchi secoli, venne a sapere che i suoi seguaci travisavano i suoi insegnamenti. Poiché egli era una persona compassionevole e amante della verità, riuscì, dopo molti sforzi, a ottenere la grazia di tornare sulla terra per qualche giorno.

Gli ci volle un bel po’ di tempo per convincere i Suoi successori della sua vera identità. Una volta sistemate le cose, essi persero subito ogni interesse per quello che aveva da dire e lo scongiurarono di rivelare loro il segreto del suo ritorno sulla terra dopo la morte.

Fu solo dopo notevoli sforzi che egli riuscì finalmente a convincerli che non c’era modo di comunicare loro quel segreto e che era infinitamente più importante per il bene dell’umanità che essi restituissero al suo insegnamento la purezza originale. Un compito inutile!

Essi gli spiegarono: “Non capisci che quello che conta non è ciò che tu hai insegnato ma l’interpretazione che noi gli diamo? Dopo tutto, tu sei solo un uccello di passo, mentre noi siamo qui per restare”.

Quando muore Buddha, nascono le scuole.

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DI CHE COSA È FATTA LA MATERIA?

Tutti i filosofi, i teologi e i dottori della legge erano riuniti in tribunale per il processo al mullah Nasruddin

L’accusa era grave; egli era andato da una città all’altra dichiarando: “I vostri presunti capi religiosi sono ignoranti e confusionari”.

Perciò era stato accusato di eresia, un crimine per cui era prevista la pena di morte.

“Puoi parlare per primo”, dichiarò il Califfo.

Il mullah era perfettamente padrone di sé. “Fate portare carta e penna”, ordinò, “e datela ai dieci uomini più saggi di questa augusta assemblea”.

Con grande divertimento di Nasruddin, scoppiò una feroce disputa fra quei sant’uomini su chi fosse il più saggio fra loro. Quando la lite ebbe fine e ciascuno dei dieci prescelti fu rifornito di carta e penna, il mullah disse:

“Fate che ognuno di loro scriva la risposta alla seguente domanda:

DI CHE COSA È FATTA LA MATERIA?

Una volta scritte, le risposte furono consegnate al Califfo, il quale le lesse ad alta voce.

Una diceva: “Non è fatta di niente”. Un’altra: “Molecole”. Un’altra ancora: “Energia”. Altre: “Luce”, “Non so”, “Essenza Metafisica”, e così via.

Nasruddin disse allora al Califfo: “Quando troveranno un accordo su che cosa sia la materia, saranno idonei a giudicare i problemi dello spirito. Non è strano che non si trovino d’accordo su una cosa di cui essi stessi sono fatti, mentre sono unanimi nel definirmi un eretico?”

Non è la diversità dei nostri dogmi, ma il nostro dogmatismo che causa il danno. Quindi, se ciascuno di noi facesse quella che è fermamente persuaso sia la volontà di Dio, il risultato sarebbe il caos più completo. La colpa è della certezza.

La persona spirituale conosce l’incertezza, uno stato d’animo ignoto ai fanatici.

IL PESCATORE TRASFORMATO IN SANTO

Una sera un pescatore entrò di soppiatto nella proprietà di un uomo ricco e gettò la rete in un lago pieno di pesci. Il proprietario lo sentì e mandò le sue guardie a cercarlo. Quando vide tutta quella gente che lo cercava alla luce delle torce, il pescatore si affrettò a cospargersi il corpo di cenere e si sedette sotto un albero, come fanno i santoni in India.

Il padrone e le sue guardie non riuscirono a scovare il pescatore di frodo, pur avendolo cercato a lungo. Trovarono soltanto un santone coperto di cenere, che stava seduto sotto un albero assorto in meditazione.

Il giorno seguente si sparse la voce che un grande saggio aveva deciso di porre la sua dimora nei terreni dell’uomo ricco. La gente si radunò con fiori, frutta e anche molto denaro in segno di omaggio, poiché, secondo la loro credenza religiosa, i doni fatti a un santo procurano al donatore la benedizione di Dio.

Il pescatore trasformato in saggio era esterrefatto di fronte alla fortuna che gli era capitata. “È più facile vivere della fede di queste persone che non del sudore della fronte”, disse fra sé. E così continuò a meditare e non tornò mai più al suo lavoro.

Un re sognò di vedere un re in paradiso e un prete all’inferno. Si domandò come fosse possibile questo, poi udì una voce che diceva: “Il re è in paradiso, perché ha rispettato i preti. Il prete è all’inferno, perché è sceso a compromessi con i re”.

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MARY VUOLE FARE LA PROSTITUTA

Quando la suora chiese ai suoi scolari che cosa volevano fare da grandi, il piccolo Tommy disse che voleva diventare un pilota, Elsie disse che voleva fare la dottoressa, e Bobby, con grande gioia della suora, rispose che desiderava farsi prete. Allora si alzò Mary e dichiarò che voleva diventare una prostituta.

“Che cosa hai detto, Mary?”

“Quando sarò grande”, ripeté Mary con l’aria di chi sa perfettamente che cosa vuole, “farò la prostituta”.

La suora restò senza parole dallo stupore. Mary fu immediatamente isolata dagli altri bambini e condotta dal parroco. Al padre fu raccontato il fatto a grandi linee, ma egli voleva interrogare direttamente la colpevole.

“Dimmi con le tue parole, Mary, che cos’è accaduto”.

“Ecco”, spiegò Mary, sconcertata da tutto quel trambusto, “la suora mi ha chiesto che cosa volevo fare da grande e io ho risposto che volevo diventare una prostituta”.

“Hai detto prostituta?”, si accertò il padre.

“Sì”.

“Santo cielo! Che sollievo! Avevamo capito che volevi farti protestante!”

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IL FIGLIO DEL RABBINO SI È FATTO CRISTIANO

Il rabbino Abraham aveva condotto una vita esemplare. E quando arrivò la sua ora, lasciò questo mondo circondato dalle benedizione dei suoi fedeli che ormai lo consideravano un santo e la causa principale di tutte le grazie che Dio aveva concesso loro. Lo stesso accadde dall’altra parte, dove gli angeli gli vennero incontro per dargli il benvenuto con canti di lode. Durante tutti questi festeggiamenti, il rabbino appariva chiuso e addolorato. Teneva la testa fra le mani e rifiutava qualsiasi consolazione. Alla fine fu condotto di fronte al Trono del Giudizio, dove si sentì avvolgere da una Tenerezza Infinita e udì una Voce infinitamente dolce che gli diceva:

“Che cosa ti angustia tanto figlio mio?”

“O Santo dei Santi”, rispose il rabbino, “io non sono degno di tutti gli onori che qui mi vengono elargiti. Anche se ero considerato un esempio per il mio popolo, ci deve essere stato qualche cosa di sbagliato nella mia vita, se il mio unico figlio, malgrado il mio esempio e il mio insegnamento, ha abbandonato la nostra fede e Si è fatto cristiano”.

“Questo fatto non deve turbarti, figlio mio, poiché anch’io ho un figlio che ha fatto la stessa cosa!”

IL DESIDERIO ECUMENICO DEL RABBINO

A Belfast, in Irlanda, un prete cattolico, un pastore protestante e un rabbino ebraico avevano intavolato un’accesa discussione teologica.

All’improvviso un angelo apparve in mezzo a loro e disse: “Dio vi invia la sua benedizione. Esprimete un desiderio a favore della pace e l’Onnipotente lo esaudirà”.

Il pastore disse: “Fa’ che tutti i cattolici spariscano dalla nostra bella isola, allora la pace regnerà indisturbata”

Il sacerdote disse: “Che non resti più un solo protestante sul sacro suolo irlandese e quest’isola sarà in pace”.

“E tu, rabbino?”, domandò l’angelo “Tu non hai un desiderio da esprimere?” “No”, rispose il rabbino. “Basterà che siano soddisfatti i desideri di questi due signori e io sarò contento”.

Il bambino: “Sei presbiteriana?” La bambina: “No. Noi apparteniamo a un’altra abominazione”.

IL CANE E LA VOLPE

Un cacciatore ordinò al suo cane di inseguire qualcosa che si muoveva dietro gli alberi. Il cane stanò una volpe e la bloccò in una posizione in cui il cacciatore potesse spararle.

La volpe morente disse al cane da caccia: “Nessuno ti ha mai detto che la volpe e il cane sono fratelli?”

“Sì”, replicò il cane, “ma quella è una cosa che va bene per gli idealisti e gli stupidi. Per quelli pratici, la fratellanza nasce nell’avere gli stessi interessi”.

Disse il cristiano al buddhista: “In realtà, noi potremmo essere fratelli. Ma è una cosa che va bene per gli idealisti e gli stupidi. Per la gente pratica, la fratellanza sta nell’avere le stesse idee”.

La maggior parte delle persone purtroppo ha abbastanza religione per odiare, ma non abbastanza per amare.

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GANDHI È MANDATO FUORI DI CHIESA

Nella sua autobiografia, il Mahatma Gandhi racconta di come quand’era studente in Sudafrica avesse nutrito un profondo interesse per la Bibbia, soprattutto per il Discorso della Montagna. Si convinse che il cristianesimo era la risposta al sistema delle caste, che per secoli aveva costituito una piaga per l’India, e pensò seriamente alla possibilità di diventare cristiano.

Un giorno si recò in chiesa per partecipare alla Messa e farsi dare le istruzioni necessarie. All’ingresso lo fermarono e gli spiegarono gentilmente che se desiderava ascoltare la Messa poteva farlo in una chiesa riservata ai negri. Egli se ne andò e non ritornò mai più.

A DIO NON È PERMESSO ENTRARE IN CHIESA

Un pubblico peccatore fu scomunicato e gli fu proibito di entrare in chiesa. Egli andò a lamentarsi con Dio. “Non mi fanno entrare, Signore, perché sono un peccatore”. “Di che ti lamenti?” disse Dio. “Non lasciano entrare neanche me!”

FA’ CHE NON TI SORPRENDA A PREGARE!

Una chiesa o una sinagoga per sopravvivere ha bisogno di raccogliere fondi. In una sinagoga ebraica non passavano con il piattino per la colletta come fanno nelle chiese cristiane, ma vendevano biglietti per dei posti riservati nelle feste solenni, poiché quelle erano le occasioni in cui i fedeli accorrevano più numerosi ed erano più generosi.

In una di queste festività, arrivò alla sinagoga un ragazzino in cerca di suo padre, ma l’usciere non lo lasciò entrare perché non aveva il biglietto.

“Stia a sentire”, disse il giovinetto, “è una faccenda molto importante”.

“Dicono tutti così”, replicò l’usciere, per nulla turbato.

Il ragazzo fu preso dalla disperazione e cominciò a supplicare: “Per favore, signore, mi lasci entrare. È una questione di vita o di morte. Resterò solo un minuto”.

L’usciere cedette “Va bene, se è proprio così importante”, disse, “ma fa’ che non ti sorprenda a pregare!”

La religione organizzata ha purtroppo i suoi limiti!

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SI PUÒ PIANGERE SOLO NELLA PROPRIA PARROCCHIA

Il predicatore fu assai più eloquente del solito e tutti, ma proprio tutti erano commossi fino alle lacrime. Be’, a dire il vero, non proprio tutti, giacché in prima fila sedeva un signore che guardava fisso davanti a sé, con aria del tutto indifferente.

Alla fine della funzione, uno gli chiese: “Ma lei non l’ha sentita la predica?”

“Certo che l’ho sentita”, replicò il signore impassibile. “Non sono mica sordo”.

“Come le è sembrata?”

“Così commovente che mi veniva da piangere”.

“E allora perché, mi scusi, non ha pianto?”

“Perché”, rispose il signore, “non appartengo a questa parrocchia”.

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IL DIAVOLO ORGANIZZA LA CREAZIONE

Si racconta che, quando Dio creò il mondo e si gloriò della sua bellezza, Satana condivise il suo entusiasmo, ma naturalmente a modo suo, tanto che, a mano a mano che ne contemplava le meraviglie, continuava a esclamare

“Com’è bello! Bisogna organizzarlo!” “E così togliergli tutto il divertimento!”

Avete mai provato a organizzare la pace? Nel momento in cui lo fate, scoppiano conflitti di potere e lotte tra fazioni all’interno dell’organizzazione. L’unico modo perché ci sia la pace è quello di lasciarla crescere spontaneamente.

IL SEGNO DELLA CROCE O L’AMORE?

Un vescovo stava saggiando l’idoneità di un gruppo di candidati al Battesimo. “Da quale segno gli altri riconosceranno che siete cattolici?” chiese. Nessuno rispose. Evidentemente non si aspettavano una domanda di quel genere. Il vescovo ripeté il quesito. Poi, mentre lo formulava per la terza volta, si fece il segno della croce per aiutarli a trovare la risposta esatta.

All’improvviso uno dei candidati si illuminò. “L’amore”, disse. Il vescovo fu colto di sorpresa.

Stava per dire: “Sbagliato”, ma si fermò appena in tempo.

COME SALVARE IL PERIZOMA

Come cresce l’organizzazione spirituale: Un guru era così stupito del progresso spirituale del suo discepolo che, giudicandolo ormai non più bisognoso di una guida, lo lasciò da solo in una piccola capanna in riva al fiume.

Ogni mattina, dopo le abluzioni, il discepolo appendeva il perizoma ad asciugare all’aperto. Era l’unica cosa che possedeva.

Un giorno ebbe la triste sorpresa di trovarlo ridotto a brandelli dai topi e così dovette elemosinarne un altro dagli abitanti del villaggio. Quando i topi ebbero rosicchiato anche questo, egli si procurò un gattino.

Ora non aveva più da preoccuparsi dei topi, ma, oltre al suo cibo, doveva elemosinare anche un po’ di latte.

“Troppa fatica chiedere l’elemosina”, pensò, “e troppo disturbo per la gente del villaggio. Terrò una mucca”.

Quando ebbe la mucca, dovette cercare il foraggio. “È più facile coltivare la terra intorno alla capanna”, pensò.

Ma anche così aveva dei problemi, perché gli restava poco tempo per meditare. Allora assunse dei contadini che arassero la terra per lui. E poiché sorvegliare costoro era un compito gravoso, si sposò, in modo da avere una moglie che dividesse il lavoro con lui.

Naturalmente non passò molto tempo che egli divenne uno degli uomini più ricchi del villaggio. Qualche anno più tardi il suo guru capitò per caso da quelle parti e fu sorpreso di vedere un palazzo residenziale nel luogo dove un tempo sorgeva la capanna.

Chiese a uno dei servi: “Non è qui che viveva un mio discepolo?” Prima che quello rispondesse, uscì fuori il discepolo in persona.

“Che significa tutto questo, figlio mio?”, chiese il guru. “Lei non ci crederà, signore”, rispose l’uomo, “ma non c’era altro modo per conservare il mio perizoma”.

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IL CENTRO DI SALVATAGGIO

Lungo una costa rocciosa, in un punto in cui i naufragi erano piuttosto frequenti, sorgeva un tempo un piccolo e sgangherato centro di salvataggio, costituito da un capanno e una sola barca.

A gestirlo c’erano poche persone, ma molto attente, le quali sorvegliavano costantemente il mare e, senza troppo riguardo per la propria incolumità, erano pronte a sfidare coraggiosamente la tempesta al primo segnale di pericolo.

Molte vite erano state salvate in questo modo e il centro divenne famoso. A mano a mano che la fama aumentava, la gente della zona insistette per offrire la propria collaborazione a un’opera tanto preziosa. Essi donarono tempo e denaro, tanto che il numero degli iscritti aumentò, furono acquistate nuove barche e istruiti altri equipaggi.

La capanna stessa fu sostituita da un edificio confortevole, in grado di provvedere alle necessità di coloro che venivano salvati e, com’è prevedibile, dato che non tutti i giorni avviene un naufragio, esso divenne un ritrovo popolare, una specie di circolo sociale.

Col passare del tempo, i soci furono sempre più occupati con le attività ricreative, e sempre meno interessati alle operazioni di salvataggio, anche se sugli stemmi che portavano spiccava il motto originale. In realtà quando qualcuno veniva effettivamente salvato, era una gran seccatura, perché si trattava di gente sporca e malridotta, che insudiciava i mobili e i tappeti. Ben presto le attività sociali del club divennero così numerose e quelle di salvataggio così scarse che durante una riunione ci fu una levata di scudi da parte di alcuni, i quali insistevano affinché si ritornasse allo scopo originale del centro.

La proposta fu messa ai voti e gli agitatori, che si rivelarono una piccola minoranza, furono invitati ad andarsene dal club e crearne uno nuovo. Ed è proprio quello che essi fecero, un po’ più avanti, lungo la costa, con tanto altruismo e ardimento che, dopo poco, il loro eroismo li rese famosi.

Arrivarono così nuovi collaboratori, la loro baracca fu ristrutturata… e il loro idealismo smorzato.

Se vi capita di passare da quelle parti, troverete tutta una serie di circoli esclusivi disseminati lungo la costa. Ciascuno di essi è giustamente fiero delle sue origini e delle sue tradizioni. Da quelle parti avvengono ancora i naufragi, ma nessuno Ci bada.

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IL COMANDAMENTO DELLA FRUTTA

In una regione desertica gli alberi erano scarsi e la frutta difficile da trovare. Si diceva che Dio volesse fare in modo che ce ne fosse abbastanza per tutti, perciò apparve a un profeta e disse:

“Questo è il mio comandamento a tutta la popolazione attuale e alle generazioni future: nessuno mangerà più di un frutto al giorno. Così sia scritto nel Libro Sacro. Chiunque trasgredirà questa legge sarà considerato peccatore nei di Dio e degli uomini”.

La legge fu osservata fedelmente per secoli, finché gli scienziati scoprirono il sistema per trasformare il deserto in terra fertile. La regione divenne feconda di cereali e bestiame, e gli alberi si curvavano sotto il peso della frutta non raccolta.

Ma la legge sulla frutta continuava a essere imposta da parte delle autorità civili e religiose del paese. Chiunque facesse notare che lasciare marcire la frutta per terra era un delitto contro l’umanità, veniva tacciato di essere blasfemo e nemico della morale.

Si diceva che questa gente, che metteva in dubbio la saggezza della Sacra Parola di Dio, fosse guidata dallo spirito orgoglioso della ragione, invece che dallo spirito di fede e sottomissione che solo può condurre alla Verità.

In chiesa si tenevano spesso prediche in cui si dimostrava come tutti coloro che infrangevano la legge avessero fatto una brutta fine. Non si accennava neppure al numero altrettanto alto di quanti avevano subito la stessa sorte pur rispettando fedelmente la legge o alla grande massa di quelli che prosperavano nonostante la loro disobbedienza. Non si poteva fare nulla per cambiare la legge, perché il profeta che asseriva di averla ricevuta da Dio era morto da molto tempo.

Probabilmente egli avrebbe avuto il coraggio e il buon senso di mutare la legge in base alle circostanze, poiché aveva accolto la Parola di Dio non come qualche cosa da venerare, ma come uno strumento da usare per il bene del popolo. Di conseguenza, alcuni disprezzavano apertamente la legge, Dio e la religione. Altri la violavano in segreto e sempre con un certo senso di colpa e la grande maggioranza vi si adeguava in modo rigoroso e si considerava santa solo per il semplice fatto che restavano fedeli a un’usanza insulsa e superata di cui non avevano il coraggio di sbarazzarsi.

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IL PARACADUTISTA SPAVENTATO

Le persone genuinamente religiose osservano la Legge ma non la temono…

“Qual è il suo mestiere?” chiese una signora a un giovane durante un ricevimento.

“Faccio il paracadutista”.

“Deve essere terribile buttarsi con il paracadute” disse la donna.

“Be’, ci sono dei momenti in cui capita di avere paura”.

“Mi racconti l’episodio più tremendo”.

“Ebbene”, disse il paracadutista, “credo sia stato quando sono atterrato su di un prato in cui c’era un cartello con scritto: VIETATO CALPESTARE L’ERBA”.

IL CALCIO DEL FUCILE IN LEGNO DI NOCE

… e non la venerano_ Un sergente chiese a un gruppo di reclute perché per il calcio dei fucili si usasse il legno di noce. “Perché è più duro degli altri legni”, rispose uno. “Sbagliato”, disse il sergente. “Perché è più elastico”. “Anche questo è sbagliato”. “Perché è più lucente”. “Ragazzi, avete ancora molto da imparare. Si usa il noce per il semplice motivo che sta scritto nei regolamenti!”

IL REGOLAMENTO DEL SERVIZIO TELEFONICO

… non ne fanno una regola assoluta… In una cittadina un tizio formò lo 016 per avere un’informazione sul numero di un abbonato. Una voce femminile dall’altro capo del filo dichiarò: “Spiacente, ma dovete formare lo 015”.

Egli ebbe l’impressione di avere udito la stessa voce quando aveva formato lo 015, perciò domandò: “Non è lei la signora con cui ho parlato poco fa?”

“Sì”, rispose la voce. “Oggi lavoro per tutte e due le linee”.

LA CENA DEVE ESSERE PRONTA ALLE SEI

… né la ingigantiscono oltre ogni limite… Il signor Smith aveva ucciso sua moglie e in sua difesa era stata invocata l’infermità mentale temporanea. Stava seduto nel banco dei testimoni e il suo avvocato gli chiese di descrivere con sue parole il delitto.

“Vostro Onore”, disse, “io sono un uomo tranquillo e abitudinario e vivo in pace con il mondo intero. Ogni giorno mi sveglio alle sette, faccio colazione alle sette e mezza, mi presento al lavoro alle nove, termino alle cinque, torno a casa alle sei, trovo la cena pronta sulla tavola, mangio, leggo i giornali, guardo la televisione e poi vado a coricarmi. Fino al giorno in questione…”

A questo punto cominciò ad ansimare e il suo sguardo divenne furioso.

“Vada avanti”, lo incoraggiò l’avvocato in tono tranquillo. “Dica alla corte che cosa è accaduto”.

“Nel giorno in questione mi svegliai alle sette, come al solito, feci colazione alle sette e mezza, arrivai al lavoro alle nove, me ne andai alle cinque, arrivai a casa alle sei e con sgomento scoprii che la cena non era pronta e di mia moglie neppure la traccia. Allora andai a cercarla in giro per la casa e la trovai a letto con uno sconosciuto. Perciò le sparai”.

“Descriva le sue emozioni nel momento in cui la uccise”, suggerì l’avvocato, ansioso di arrivare a quanto gli stava a cuore.

“Fui assalito da una rabbia incontrollabile. Ero fuori di me. Vostro Onore, signore e signori della giuria”, gridò battendo il pugno sul bracciolo della sedia, “quando torno a casa alle sei, pretendo che la cena sia pronta in tavola!”

NASRUDDIN TROVA UN DIAMANTE

… e neppure ne approfittano. Il mullah Nasruddin trovò un diamante sul ciglio della strada, ma, secondo la legge, chi trovava qualcosa la poteva tenere solo dopo aver annunciato il ritrovamento sulla piazza del mercato in tre occasioni diverse.

Nasruddin era troppo ligio alla religione per trascurare la legge, ma troppo avido per rischiare di perdere ciò che aveva trovato. Perciò per tre notti consecutive, quando fu sicuro che tutti dormivano della grossa, si recò al centro del mercato e là annunciò sottovoce: “Ho trovato un diamante per la strada che conduce in città. Chiunque ne conosca il proprietario, si metta immediatamente in contatto con me”.

Tutti naturalmente ne sapevano quanto prima, tranne un tizio che per caso si era affacciato alla finestra la terza notte e aveva sentito il mullah mormorare qualcosa.

Quando cercò di scoprire di che cosa si trattava Nasruddin rispose: “Non sono per nulla obbligato a dirtelo. Sappi solo questo: poiché sono una persona religiosa, sono uscito di notte a pronunciare alcune parole in ottemperanza alla legge”.

Per essere malvagi sul serio, non è necessario infrangere la legge. Basta osservarla alla lettera.

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DUE TIPI DI SABATO

Presso gli ebrei il rispetto del sabato, il giorno consacrato al Signore, era in origine un fatto gioioso, ma troppi rabbini insistettero nell’accumulare ingiunzioni sul modo esatto di osservare il tipo di attività permesse, finché ci fu chi non osava neppure muoversi di sabato per paura di trasgredire a qualche regola.

Baal Shem, figlio di Eliezer, meditava spesso su questo problema. Una notte fece un sogno. Un angelo lo portò in cielo e gli mostrò due troni collocati molto più in alto degli altri.

“A chi sono destinati?”, domandò.

“Per te”, fu la risposta, “se farai uso della tua intelligenza, e per un uomo di cui ora ti verrà consegnato il nome e l’indirizzo”.

Poi fu condotto nel più profondo dell’inferno e gli furono mostrati due sedili vuoti.

“Per chi sono stati preparati?” domandò. “Per te”, fu la risposta, “se non farai uso della tua intelligenza, e per un uomo di cui ora ti verrà consegnato il nome e l’indirizzo”.

Nel suo sogno Baal Shem fece visita all’uomo che sarebbe stato suo compagno in paradiso. Lo trovò che viveva fra i gentili, del tutto ignaro dei costumi ebraici e al sabato preparava un banchetto in cui c’era molta allegria e a cui erano invitati tutti i gentili suoi vicini.

Quando Baal Shem gli chiese perché dava quel banchetto, l’uomo rispose: “Mi ricordo che durante la mia infanzia i miei genitori mi insegnavano che il sabato era un giorno di riposo e di gioia; perciò tutti i sabati mia madre preparava i cibi più succulenti e durante il pranzo cantavamo, ballavamo e facevamo festa. Anch’io oggi faccio lo stesso”.

Baal Shem cercò di istruire l’uomo sugli usi della sua religione, poiché egli era un ebreo ma evidentemente ignorava le norme rabbiniche. Ma restò ammutolito quando si accorse che la gioia di quella persona nel giorno di sabato sarebbe stata sciupata se fosse stato reso edotto delle sue mancanze.

Baal Shem, sempre in sogno, si recò poi a casa del suo compagno all’inferno. Scoprì che si trattava di una persona rigidamente osservante della legge, sempre preoccupata che la sua condotta fosse corretta. Il poveretto trascorreva ogni sabato in tensione per lo scrupolo, come se stesse seduto sui carboni ardenti.

Quando Baal Shem provò a rimproverarlo perché era troppo schiavo della legge, gli fu tolta la facoltà di parlare poiché si rese conto che l’uomo non avrebbe mai capito che l’osservanza delle norme religiose poteva trarlo in errore.

Grazie a queste rivelazioni ricevute in sogno, Baal Shem Tov creò un nuovo modello di obbedienza, secondo cui Dio è venerato nella gioia che nasce dal cuore. Quando la gente è allegra, è sempre buona; mentre quando è buona non sempre è allegra.

ATTENZIONE ATTENZIONE

Il prete annunciò che la domenica seguente sarebbe venuto in chiesa Gesù in persona. La gente arrivò in massa per vederlo. Tutti si aspettavano che predicasse, ma egli si limitò a sorridere al momento delle presentazioni e disse:

“Salve”.

Erano tutti disposti a ospitarlo per la notte, soprattutto il prete, ma egli rifiutò gentilmente l’invito e disse che avrebbe trascorso la notte in chiesa. Cosa che tutti approvarono. Egli se ne andò senza far rumore l’indomani mattina presto, prima che venissero aperte le porte della chiesa.

E, con orrore di tutti, il prete e gli altri scoprirono che la chiesa era stata oggetto di atti di vandalismo. Dovunque sulle pareti era scarabocchiata la parola:

ATTENZIONE . Non un solo angolo era stato risparmiato: le porte, le finestre, le colonne, il pulpito, l’altare, persino la Bibbia che stava sul leggio.

ATTENZIONE. Incisa a grandi e piccole lettere, a matita e a penna e dipinta in tutti i colori possibili. Dovunque l’occhio si posasse, si potevano scorgere le parole:

“ATTENZIONE, attenzione, attenzione, ATTENZIONE, attenzione, attenzione…” Scandaloso. Irritante. Sconcertante. Affascinante. Terrificante.

A che cosa dovevano fare attenzione? Non c’era scritto nulla. Soltanto ATTENZIONE.

Il primo impulso della gente fu quello di cancellare ogni traccia di quella sozzura, di quel sacrilegio, e si trattennero soltanto perché pensavano che era stato Gesù stesso a compiere un simile gesto.

Quella misteriosa parola ATTENZIONE incominciò a infiltrarsi nella mente delle persone ogni volta che si recavano in chiesa.

Essi presero a fare attenzione alle scritture e così riuscirono a trarne vantaggio senza diventare bigotti.

Fecero attenzione ai sacramenti, così furono santificati senza diventare superstiziosi.

Il sacerdote cominciò a stare attento al potere che esercitava sui fedeli, così poté essere loro di aiuto senza doversi imporre. E tutti fecero attenzione alla religione, che può trasformare gli incauti in ipocriti.

Diventarono cauti nell’accettare i decreti della chiesa e così, pur essendo ligi alla legge, dimostrarono compassione per i più deboli.

Cominciarono a stare attenti a come pregavano, così non persero più la fiducia in se stessi e si comportarono nello stesso modo persino nei confronti del concetto che avevano di Dio, in modo da riuscire a riconoscerlo anche fuori dei confini ristretti della loro chiesa.

Ora la gente ha collocato la parola tanto scandalosa sopra l’ingresso della chiesa e la sera la si può vedere sfavillare lassù in alto illuminata da multicolori luci al neon.

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LA PROVVIDENZA IN TRE BARCHE DI SALVATAGGIO

Un prete stava seduto accanto alla finestra, intento a preparare una predica sulla Provvidenza, quando udì un rumore come di un’esplosione. Subito dopo vide della gente che correva avanti e indietro in preda al panico e scoprì che aveva ceduto una diga, il fiume era in piena e si stavano evacuando le persone. Il prete vide che l’acqua saliva dalla strada sottostante. Fece un po’ fatica a soffocare il panico che lo stava attanagliando, ma si disse:

“Sono qui a preparare una predica sulla Provvidenza ed ecco che mi si presenta l’occasione per mettere in pratica quello che raccomando agli altri. Non fuggirò, starò qui e confiderò nella salvezza che mi verrà dalla Provvidenza divina”.

Quando l’acqua raggiunse la sua finestra, arrivò una barca carica di persone. “Salti dentro, padre”, gridarono.

“No, no, figli miei”, replicò il sacerdote con calma. “Confido nella Provvidenza di Dio che mi salverà”.

Il padre tuttavia salì sul tetto e, quando l’acqua arrivò fino lassù, passò un’altra barca carica di persone, le quali incoraggiarono il prete a salire. Ma egli rifiutò di nuovo. Alla fine dovette arrampicarsi in cima al campanile.

Quando l’acqua gli arrivò alle ginocchia e gli mandarono un poliziotto a salvarlo in una lancia a motore, “No, grazie, agente”, egli esclamò con un sorriso tranquillo. “Ho fiducia in Dio, capisce? Lui non mi abbandonerà”.

Quando il prete annegò e andò in paradiso, la prima cosa che fece fu di lamentarsi con Dio:

“Mi sono fidato di te! Perché non hai fatto niente per salvarmi?”

“A dire il vero”, rispose Dio, “ti ho mandato ben tre barche!”

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POSSESSO E RINUNCIA

Due monaci viaggiavano insieme. Uno praticava lo spirito di possesso, l’altro credeva nella rinuncia. Stettero tutto il giorno a discutere sui loro diversi stili di vita, finché al calar della sera giunsero sulla riva di un fiume.

Quello che praticava la rinuncia non aveva denaro con sé e disse: “Non possiamo pagare il traghetto, ma perché preoccuparci del corpo? Passeremo la notte qui, lodando Dio e domani troveremo senz’altro qualche anima pia che ci offrirà un passaggio?”.

L’altro replicò: “Da questa parte del fiume non ci sono villaggi né capanne, e nemmeno un riparo. Saremo divorati dalle belve feroci o morsi dai serpenti o uccisi dal freddo. Sull’altra sponda potremo trascorrere la notte al sicuro. Io ho il denaro per pagare il traghettatore”.

Una volta giunti sull’altra riva, egli protestò con il suo compagno: “Hai visto il valore di avere con sé dei soldi? Ho potuto salvare la tua e la mia vita. Che ne sarebbe stato di noi se anch’io avessi praticato lo spirito di rinuncia come te?”

L’altro rispose: “Ma è stata proprio la tua rinuncia che ci ha portati sani e salvi fin qui, dal momento che hai dovuto privarti del tuo denaro per pagare il barcaiolo! Inoltre, poiché io non avevo un soldo in tasca, la tua tasca è diventata mia. Ho notato che non soffro mai, c’è sempre qualcuno che pensa a me”.

LA BEVANDA E IL TERREMOTO

Durante una festa in Giappone, un turista gustò per la prima volta una famosa bevanda giapponese. Dopo il primo sorso, notò che i mobili della stanza si spostavano.

“Questo liquore è molto forte”, disse al suo ospite.

“Non più di tanto”, replicò quest’ultimo. “In realtà c’è il terremoto”.

“ACCIPICCHIA, SE L’ABBIAMO FATTO BALLARE QUEL PONTE ! “

Un elefante fuggì dal branco e si precipitò correndo attraverso una piccola passerella di legno sospesa su un dirupo. Il vecchio ponte scricchiolò e tremò e quasi cedette sotto il peso del pachiderma. Una volta che questo fu giunto felicemente dall’altra parte, una pulce che se ne stava tutta tranquilla nell’orecchio dell’elefante esclamò con grande soddisfazione: “Accipicchia, se l’abbiamo fatto ballare quel ponte!”

LA VECCHIA E IL SUO GALLETTO

Una vecchia signora notò che il suo galletto iniziava ogni giorno a cantare con precisione scientifica subito prima che sorgesse il sole. Di conseguenza decise che era il canto del gallo a far sorgere il sole.

Quando il galletto all’improvviso morì, ella si affrettò a sostituirlo con un altro, per timore che l’indomani mattina il sole non sorgesse più.

Un giorno essa litigò con i vicini e decise di lasciare il villaggio insieme a sua sorella e andare ad abitare a parecchi chilometri di distanza. Quando, il giorno seguente, il suo galletto cominciò a cantare e, subito dopo, il sole fece capolino sopra l’orizzonte, ella ebbe la conferma di ciò che aveva sempre saputo: il sole ora sorgeva lì e il suo villaggio era al buio.

Bene, l’avevano voluto! Ogni tanto si domandava come mai i suoi ex vicini non venissero mai a implorarla di ritornare al villaggio con il suo gallo, ma finì con l’attribuirlo alla loro cocciutaggine e stupidità.

“Allora, questa era la prima volta che volavi. Hai avuto paura?” “Be’, a dire la verità, non osavo appoggiarmi del tutto al sedile!”

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LEGA IL CAMMELLO

Un discepolo arrivò a dorso di cammello alla tenda del suo maestro sufi. Smontò ed entrò nella tenda, fece un profondo inchino e disse:

“È così grande la mia fiducia in Dio che ho lasciato fuori il mio cammello senza legarlo, poiché sono convinto che Dio difende gli interessi di coloro che lo amano”.

“Vai subito a legare il cammello, sciocco!”, gridò il maestro.

“Dio non ha tempo da perdere facendo per te quello che tu sei perfettamente in grado di fare da solo!”

“TU E IL SIGNORE SIETE IN SOCIETÀ”

Goldberg aveva il più bel giardino della città e ogni volta che passava di li, il rabbino gli gridava:

“Il tuo giardino è stupendo. Tu e il Signore siete in società”.

“Grazie, Rabbi”, rispondeva Goldberg con un inchino. Questo andò avanti per giorni, settimane, mesi. Il rabbino, andando e tornando dalla sinagoga, esclamava almeno due volte al giorno:

“Tu e il Signore siete in società!”

finché Goldberg cominciò a essere seccato di questa espressione, con cui il rabbino desiderava in realtà rivolgergli un complimento. Così quando il rabbino di nuovo gli disse “Tu e il Signore siete in società”, Goldberg rispose:

“Sarà anche vero, ma avreste dovuto vedere questo giardino quando era di Dio soltanto!”

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HASAN FA LA GUARDIA ALLA GIACCA

Nelle sue Storie di Santi, Attar racconta di quando il grande sufi Habib Ajami si recò un giorno a fare il bagno nel fiume, lasciando la sua giacca incustodita sulla riva. Passò di lì per caso Hasan di Basra, vide la giacca e, pensando che fosse stata dimenticata da qualche sbadato, decise di farvi la guardia finché non fosse arrivato il proprietario.

Quando Habib venne a cercare la sua giacca, Hasan gli disse: “A chi hai affidato la tua giacca mentre facevi il bagno nel fiume? Avrebbero potuto rubarla!”

Habib rispose: “L’ho affidata a Colui che ti ha incaricato di farle la guardia!”

L’AIUTO DI DIO NEL DESERTO

Un uomo si smarrì nel deserto. Più tardi, nel descrivere la sua terribile avventura agli amici, spiegò come, per la disperazione si fosse inginocchiato e avesse invocato l’aiuto di Dio.

“E Dio ha esaudito la tua preghiera?” gli chiesero.

“Oh, no! Prima che lo facesse, è arrivato un esploratore che mi ha indicato il cammino”.

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FUTURI PADRI

Alcuni futuri padri aspettavano nervosamente, seduti in corridoio. Un’infermiera fece segno a uno di loro e disse: “Congratulazioni, è un maschio!”

Un altro gettò in terra il giornale che stava leggendo, saltò su e gridò: “Ehi, ma che sta succedendo? Io sono arrivato due ore prima!”

Purtroppo, non tutto si può programmare!

LA DELIBERA UFFICIALE

Il presidente della più grande Società Finanziaria del mondo era in ospedale. Uno dei vicepresidenti andò a trovarlo con questo messaggio:

“Le porto gli auguri del nostro consiglio di amministrazione perché lei possa guarire presto e vivere fino a cent’anni. Questa delibera è stata approvata a grande maggioranza con 15 voti a favore, 6 contrari e 2 astenuti”.

Smetteremo mai di cercare di bruciare il fuoco, bagnare l’acqua e dare colore alle rose?

NON DIMENTICARE CHE SIAMO IN AMERICA

Una famiglia di profughi aveva avuto un impressione assai positiva dell’America, soprattutto la piccola di sei anni, la quale ben presto si convinse che tutto quello che era americano non solo rappresentava il meglio, ma la perfezione assoluta. Un giorno una vicina le disse che aspettava un bambino, così Mary tornò a casa e volle sapere perché non poteva avere anche lei un bambino. La madre decise allora di informarla subito sui fatti della vita e, fra le altre cose, le spiegò che un bambino impiegava nove mesi ad arrivare.

“Nove mesi!”, esclamò Mary indignata.

“Ma, mamma, dimentichi che siamo in America?”.

“FAI LAVORARE PIÙ UOMINI”

“Mamma, voglio un fratellino”.

“Ma ne hai appena avuto uno”.

“Ne voglio un altro”.

“Ma non si può averne uno così presto. Per fare un fratellino ci vuole del tempo”.

“Perché non fai come papà in fabbrica?”

“E cioè?”

“Fai lavorare più uomini”.

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SI COMPRANO SEMI, NON FRUTTI

Una donna sognò di entrare in una nuova bottega del mercato e, con sua grande sorpresa, trovò che dietro il banco c’era Dio.

“Che cosa si vende qui?” ella chiese.

“Tutto ciò che il tuo cuore desidera”, rispose Dio. Non osando quasi credere alle proprie orecchie, la donna decise di chiedere le cose più belle che un essere umano potesse desiderare.

“Voglio la pace dell’anima e la saggezza e l’assenza di paura”, disse. Poi, ripensandoci, aggiunse:

“Non per me soltanto, ma per tutte le persone della terra”.

Dio sorrise: “Credo che tu abbia capito male, mia cara”, disse. “Qui non si vendono i frutti, ma solo i semi”.

“COMPRA UN BIGLIETTO DELLA LOTTERIA”

Un uomo molto pio attraversava un momento difficile, così cominciò a pregare in questo modo:

“Signore, ricordati di tutti quegli anni in cui ti ho servito come meglio ho potuto, senza chiedere nulla in cambio. Ora che sono vecchio e squattrinato, vorrei chiederti un piacere per la prima volta nella vita e sono sicuro che non mi dirai di no: fammi vincere alla lotteria”. Passarono giorni, poi settimane e poi mesi, senza che accadesse nulla. Alla fine, disperato, una sera egli gridò con quanto fiato aveva in gola:

“Signore, perché non mi dai una mano?” All’improvviso sentì la voce di Dio che replicava:

“Dammela tu! Perché non compri un biglietto della lotteria?”

IL CONSIGLIO DI MOZART

Un giovane compositore andò un giorno a chiedere consiglio a Mozart su come sviluppare il proprio talento. “Le consiglio di iniziare con qualche cosa di semplice”, disse Mozart, “per esempio delle canzoni”.

“Ma lei componeva delle sinfonie già da bambino!”, protestò quello.

“È vero, ma io non avevo bisogno del consiglio degli altri su come sviluppare il mio talento”.

UN VECCHIO PIENO DI ENERGIA

A un uomo sull’ottantina chiesero una volta il segreto della sua straordinaria vitalità. “Be'”, rispose, “non bevo, non fumo e nuoto un chilometro tutti i giorni”. “Ma avevo uno zio che faceva le stesse cose, eppure è morto a sessant’anni”. “Il guaio è che suo zio non le ha fatte abbastanza a lungo”.

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DIO GIOCA A GOLF

Una domenica mattina dopo la Messa, Dio e S. Pietro andarono a giocare a golf. Dio tirò per primo. Diede un gran colpo e tagliò la palla, mandandola a finire nell’erba alta accanto al tracciato. Proprio quando la palla stava per toccare terra, sbucò fuori una lepre da un cespuglio, prese in bocca la pallina e scappò lungo il tracciato. All’improvviso scese un’aquila in picchiata, afferrò la lepre fra gli artigli e la trasportò sopra il prato. Un uomo armato di fucile prese la mira e sparò all’aquila che lasciò andare la lepre. Questa cadde sul prato e la pallina le rotolò fuori dalla bocca, andando a finire in buca.

S. Pietro allora si girò seccato verso Dio e disse:

“Ma insomma! Giochi a golf o ti va di scherzare?”

E tu? Ti decidi a capire e partecipare al gioco della vita o preferisci trastullarti con i miracoli?

L’IDRAULICO E LE CASCATE DEL NIAGARA

Alcune cose è meglio lasciarle come sono:

Un giovane pieno di entusiasmo, il quale aveva appena terminato il corso per diventare idraulico, si recò a vedere le cascate del Niagara. Le esaminò attentamente per qualche minuto, poi disse: “Credo di poterle sistemare”.

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I SANTI

L’AUTOPOMPA È SENZA FRENI

C’è chi nasce santo, chi la santità se la conquista, chi se la vede imporre dagli altri.

Un pozzo di petrolio si era incendiato e la compagnia aveva fatto arrivare gli esperti per spegnere le fiamme. Il calore era però così intenso che gli addetti non riuscivano ad avvicinarsi all’impianto per un raggio di trecento metri. I dirigenti, disperati, chiamarono la locale squadra antincendio formata da volontari, perché aiutassero come meglio potevano. Mezz’ora più tardi comparve arrancando in fondo alla strada un’autopompa decrepita che si fermò bruscamente a soli quindici metri dal punto in cui ardevano le fiamme.

I pompieri saltarono giù dal veicolo, si spruzzarono a vicenda e poi si diedero da fare per spegnere le fiamme.

Qualche giorno dopo, la direzione organizzò in segno di gratitudine una cerimonia in cui fu esaltato il coraggio dei pompieri locali, elogiato il loro senso del dovere e offerto al caposquadra un assegno di notevole entità.

Quando i giornalisti gli chiesero che cosa intendessero fare con quella cifra, il capo rispose:

“Be’, la prima cosa che farò sarà portare l’autopompa all’officina e far aggiustare quei maledetti freni!”

Per altri invece la santità non è che un rituale.

L’OMBRA SANTA

C’era un tempo un uomo così pio che anche gli angeli si beavano nel vederlo. Malgrado fosse così santo, egli non se ne rendeva assolutamente conto. Compiva i suoi doveri quotidiani irradiando bontà con la stessa naturalezza con cui i fiori diffondono il loro profumo e i lampioni la loro luce.

La sua santità consisteva nel fatto che egli dimenticava il passato delle persone e le vedeva come erano in quel momento e andava al di là delle loro apparenze, per arrivare nell’intimo del loro essere, dove erano innocenti e puri e del tutto ignari di ciò che stavano facendo. Perciò egli amava e perdonava tutti coloro che incontrava, e non trovava in questo nulla di strano, poiché era il risultato del suo modo di vedere gli altri.

Un giorno un angelo gli disse: “Sono stato mandato da Dio. Domanda tutto ciò che vuoi e ti sarà dato. Desideri avere il dono di guarire la gente?”

“No”, rispose l’uomo, “preferisco che sia Dio stesso a guarire”.

“Vorresti riportare i peccatori sulla retta via?”

“No”, rispose, “non è compito mio toccare il cuore degli uomini. È il lavoro degli angeli”.

“Ti piacerebbe essere un tale modello di virtù che la gente si senta spronata a imitarti?”

“No”, disse il santo, “perché così sarei sempre al centro dell’attenzione”.

“Che cosa desideri allora?”, domandò l’angelo.

“La grazia di Dio”, replicò l’uomo. “È tutto ciò che desidero”.

“No, devi chiedere una dote miracolosa o ti verrà imposta”.

“Be’, allora domando che sia compiuto del bene per mezzo mio, senza che io lo sappia”.

Fu quindi deciso che l’ombra del sant’uomo fosse dotata di proprietà miracolose tutte le volte che egli stava di spalle. Così, dovunque la sua ombra si posasse, purché fosse dietro di lui, i malati erano sanati, la terra diventava fertile, zampillavano le fontane e il volto di coloro che erano oppressi dalle pene della vita riprendeva colore.

Ma il santo non sapeva nulla di tutto questo, poiché l’attenzione di tutti era così concentrata sulla sua ombra che nessuno si ricordava di lui e il suo desiderio di fare da intermediario senza essere notato fu esaudito fino in fondo.

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PAUL CÉZANNE

La santità, come la grandezza, non ha coscienza di sé. Per trentacinque anni Paul Cézanne visse nell’ombra, producendo capolavori che regalava ai vicini ignari. Amava tanto il suo lavoro, che non lo sfiorava neppure l’idea che avrebbe potuto ottenere dei riconoscimenti e non sospettava che un giorno sarebbe stato considerato il padre della pittura moderna.

Egli deve la sua celebrità a un commerciante di quadri il quale ebbe occasione di vedere alcuni suoi dipinti, ne raccolse un certo numero e presentò al mondo dell’arte la prima mostra dedicata a Cézanne.

Tutti ebbero così la sorpresa di trovarsi di fronte a un grande maestro. Quest’ultimo era altrettanto stupito. Arrivò alla galleria d’arte appoggiato al braccio del figlio e, quando vide i suoi quadri in esposizione, non riuscì a trattenere tutta la sua meraviglia. Rivolgendosi al figlio, esclamò:

“Guarda, li hanno incorniciati!”

SUBHUTI E IL VUOTO

Subhuti, discepolo di Buddha, scoprì improvvisamente la ricchezza e la fecondità del vuoto: la constatazione che tutto è transitorio, insoddisfacente e privo di consistenza. In questo stato di divina vuotezza, sedeva beatamente sotto una pianta, quando a un tratto cominciarono a cadere fiori tutt’intorno a lui. E gli dei sussurrarono:

“Siamo estasiati dai tuoi sublimi insegnamenti sul vuoto”. Subhuti replicò:

“Ma non ho detto una parola sul vuoto”.

“È vero”, proseguirono gli dèi. “Tu non hai parlato del vuoto, noi non abbiamo sentito descrivere il vuoto. Questo è il vero vuoto”. E intanto continuava a scendere una pioggia di boccioli. Se avessi parlato del mio vuoto o anche solo ne fossi stato cosciente, sarebbe stato vero vuoto? La musica ha bisogno della cavità del flauto, le lettere della pagina bianca, la luce del vuoto chiamato finestra, la santità dell’assenza di sé.

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LA MODESTIA DEL BUON RABBINO

Un vecchio rabbino giaceva a letto ammalato e i suoi discepoli conversavano sottovoce fra loro al suo capezzale. Essi ne esaltavano le impareggiabili virtù.

“Dai tempi di re Salomone non c’è mai stato nessuno saggio come lui” disse uno di loro.

“È la sua fede! È pari a quella del nostro padre Abramo!” aggiunse un altro.

“La sua pazienza è senz’altro come quella di Giobbe”, dichiarò un terzo. “Solo Mosè aveva un colloquio così intimo con Dio”, concluse un quarto. Il rabbino appariva irrequieto. Quando i discepoli se ne furono andati, la moglie gli chiese: “Li hai sentiti tessere le tue lodi?”

“Sì”, rispose il rabbino.

“Allora perché sei così agitato?”, domandò la moglie.

“La mia modestia”, protestò il rabbino. “Nessuno ha parlato della mia modestia!”

Era sicuramente un santo colui che disse: “Io sono soltanto quattro mura vuote, con nulla dentro”. Non esiste pienezza più grande.

UN PRETE VENERABILE SI DICHIARA COLPEVOLE

Un vecchio prete novantaduenne era venerato da tutti in città. Quando compariva per la strada, la gente si inchinava fino a terra, tanta era la sua fama di santità. Egli era anche un membro del Rotary Club e ogni volta che l’associazione si riuniva egli era sempre presente, puntualissimo e seduto nel suo posto preferito in un angolo della stanza. Un giorno il prete scomparve. Era come se fosse svanito nel nulla, poiché, per quanto cercassero, i cittadini non ne trovarono traccia. Il mese seguente, tuttavia, quando si riunì il Rotary Club, lui era li come sempre, seduto nell’angolo.

“Ma, padre”, esclamarono tutti, “dove è stato?”

“In prigione”, rispose quello tranquillo.

“In prigione? Per carità divina, ma se lei non farebbe male a una mosca! Che cosa è successo?”

“È una lunga storia”, spiegò il prete, “ma, per farla breve, ecco il fatto: avevo comprato il biglietto del treno per recarmi in città e aspettavo sulla pensilina, quando compare una ragazza stupenda al braccio di un poliziotto. Mi squadra ben bene, si volta verso l’agente e dice: “È stato lui”. E, a essere sincero, ne fui così lusingato che mi dichiarai colpevole”.

I QUATTRO MONACI ROMPONO IL SILENZIO

Quattro monaci decisero di osservare il silenzio per un mese. Iniziarono abbastanza bene, ma dopo il primo giorno uno disse: “Chissà se ho chiuso la porta della mia cella prima di lasciare il monastero”.

E un altro: “Stupido! Abbiamo deciso di stare in silenzio per un mese e tu hai già infranto la regola!”

Il terzo monaco esclamò: “E tu? Anche tu l’hai infranta!”

Proclamò il quarto: “Grazie a Dio, sono l’unico che non ha ancora parlato!”

L’AUREOLA STRETTA

Un uomo andò dal medico e gli disse: “Dottore, ho un terribile mal di testa che non mi abbandona un istante. Mi potrebbe dare qualche cosa per farmelo passare?” “Certamente”, rispose il dottore, “ma prima ho bisogno di sapere da lei alcune cose. Mi dica, beve molti liquori?” “Liquori?”, esclamò l’uomo indignato, “non bevo mai quelle schifezze”. “E fuma?” “Trovo il fumo disgustoso. Non ho mai toccato il tabacco in vita mia”. “Sono un po’ imbarazzato nel farle questa domanda, ma… sa come sono certi uomini… le capita di avere qualche avventura notturna?” “Naturalmente no. Per chi mi prende? Mi corico tutte le sere alle dieci al massimo”. “Mi dica”, prosegui il dottore, “questo dolore che sente alla testa è come una fitta acuta e lancinante?” “Sì”, rispose l’uomo. “È proprio così, una fitta acuta e lancinante”. “Molto semplice, mio caro signore! Il suo problema è che l’aureola le sta troppo stretta. Non c’è che da allentarla un po’”.

Il guaio dei nostri ideali è che, se vogliamo essere all’altezza di ciascuno di essi, diventiamo persone con cui è impossibile vivere.

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CHE COSA C’È DI MEGLIO DEL TITOLO DI BARONETTO?

Un autorevole personaggio politico continuava a tempestare Disraeli di richieste affinché gli concedesse il titolo di baronetto. Il Primo Ministro non sapeva come fare per accontentarlo, ma riuscì a rifiutare senza offendere i suoi sentimenti. Gli disse: “Mi spiace di non poterle concedere il titolo, ma le posso offrire qualche cosa di meglio: può dire ai suoi amici che io le ho offerto il titolo e che lei l’ha rifiutato”.

“GUARDA UN PO’ CHI SI CREDE PECCATORE!”

Un giorno un vescovo si inginocchiò ai piedi dell’altare e, in un impeto di fervore religioso, cominciò a battersi il petto e proclamare: “Sono un peccatore, abbi pietà di me! Sono un peccatore, abbi pietà di me!” Il prete locale, ispirato da quell’esempio di umiltà, si gettò in ginocchio accanto al vescovo e cominciò a battersi il petto e dire:

“Sono un peccatore, abbi pietà di me! Sono un peccatore, abbi pietà di me!”.

Il sagrestano, che per caso era capitato in chiesa in quel momento, fu così commosso che non poté fare a meno di inginocchiarsi a sua volta, battersi il petto ed esclamare:

“Sono un peccatore, abbi pietà di me!” Al che il vescovo diede una gomitata al prete e, indicando il sagrestano, disse con un sorriso: “Guarda un po’ chi si crede peccatore!”

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LA PUNIZIONE DEL CELIBE

C’era un tempo un asceta che visse celibe per tutta la sua esistenza e dedicò la sua vita a lottare contro il sesso in se stesso e negli altri. Alla fine mori e il suo discepolo, che non sopravvisse al trauma, lo seguì poco dopo. Quando arrivò nell’altro mondo, quest’ultimo non osava credere ai suoi occhi: il suo adorato maestro era seduto con in braccio la più stupenda di tutte le donne! Si riprese a poco a poco dal colpo, pensando che quella era la ricompensa che il maestro aveva meritato per l’astinenza praticata sulla terra.

Gli si avvicinò e gli disse: “Beneamato maestro, ora so che Dio è giusto, poiché ricompensa in cielo delle rinunce fatte in terra”. Il maestro aveva l’aria seccata. “Idiota”, esclamò, “questo non è il paradiso e non sono io che vengo ricompensato. È lei che viene punita”.

Quando la scarpa calza bene, ci si dimentica del piede; quando la cintura è della lunghezza giusta, ci si dimentica della vita. Quando tutto è in armonia, ci si dimentica del proprio io. E allora a che servono le rinunce?

PENSARE A DIO E A UNA BELLA DONNA

Si poteva spesso vedere il prete della chiesa locale fermarsi a parlare con una donna avvenente dalla cattiva reputazione, e in luoghi pubblici, con grande scandalo dei suoi fedeli. Fu convocato dal suo vescovo, che gli diede una bella strigliata.

Quando il vescovo ebbe terminato, il prete disse: “Eccellenza, ho sempre pensato che sia meglio parlare con una bella donna con il pensiero fisso a Dio, che non pregare Dio con il pensiero fisso a una bella donna”.

Quando nella taverna entra un monaco, la taverna diventa la sua cella. Quando l’ubriaco entra nella cella, la cella diventa la sua taverna.

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IL MAESTRO BEVE LA SALSA DI SOIA

La città era stata colpita da un terremoto e il maestro ebbe la gioia di notare come i suoi discepoli fossero impressionati dalla sua mancanza di paura. Quando, qualche giorno dopo, gli chiesero in che cosa consistesse il superamento della paura, egli ricordò loro il suo esempio:

“Vi siete accorti che, mentre tutti correvano avanti e indietro in preda al panico, io restavo seduto tranquillo, sorseggiando dell’acqua? Qualcuno ha forse visto la mia mano tremare mentre tenevo il bicchiere?”

“No”, rispose uno dei discepoli.

“Ma quello che stavate bevendo non era acqua, bensì salsa di soia”.

NISTERUS FUGGE DI FRONTE AL DRAGO

Nisterus il Grande, uno dei santi del deserto egiziano, attraversava un giorno il deserto insieme a un folto gruppo di discepoli che lo veneravano come inviato di Dio. All’improvviso comparve di fronte a loro un drago e tutti fuggirono via. Molti anni dopo, quando Nisterus era in punto di morte, uno dei discepoli gli domandò: “Padre, avete avuto paura anche voi quando abbiamo visto il drago?” “No”, rispose il morente. “Allora perché siete fuggito con tutti noi?” “Ho pensato che era meglio scappare davanti al drago, piuttosto che dover poi fuggire di fronte allo spirito di vanità”.

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COME LONGINO PRODUSSE UNA GUARIGIONE

Quando i deserti dell’Egitto erano la dimora di quei santi uomini chiamati Padri del Deserto, una donna ammalata di cancro al seno andò in cerca di uno di loro, un certo Abba Longino, poiché egli aveva fama di santo e guaritore. Mentre la donna percorreva la riva del mare, si imbatté proprio in Longino che stava raccogliendo legna da ardere e disse:

“Padre santo, potrebbe indicarmi dove vive il servo di Dio Abba Longino?”

Longino rispose: “Perché cerchi quel vecchio imbroglione? Non andare da lui o ti farà solo del male. Qual è il tuo problema?”

Ella gli spiegò di che si trattava e il padre la benedisse e la congedò dicendo:

“Va’ ora e Dio sicuramente ti farà guarire. Longino non ti sarebbe stato di nessun aiuto”.

Così la donna se ne andò, fiduciosa di essere stata guarita, il che si verificò prima della fine del mese, e morì molti anni dopo del tutto ignara che era stato Longino a guarirla.

BAHAUDIN NASCONDE I SUOI MIRACOLI

Una volta qualcuno si avvicinò a un discepolo del mistico musulmano Bahaudin e gli domandò: “Dimmi perché il tuo maestro nasconde i suoi miracoli. Ho raccolto personalmente dei dati che dimostrano in modo incontestabile che egli è stato presente in più luoghi diversi nello stesso momento; che ha guarito la gente con la forza della preghiera, ma dice loro che è stata opera della natura; che ha aiutato persone in difficoltà e poi lo ha attribuito alla loro buona sorte. Perché si comporta così?”

“So perfettamente di che cosa stai parlando”, disse il discepolo, “perché anch’io ho notato queste cose, e credo di poter rispondere alla tua domanda.

Prima di tutto, il maestro detesta essere al centro dell’attenzione. In secondo luogo, egli è convinto che quando la gente comincia ad avere interesse per i miracoli, non ha più alcun desiderio di imparare nulla che sia veramente valido dal punto di vista spirituale”.

LAILA E RAMA

Laila e Rama erano innamorati, ma ancora troppo poveri per sposarsi. Vivevano in villaggi diversi, divisi da un grande fiume infestato dai coccodrilli. Un giorno Laila venne a sapere che Rama era gravemente ammalato e non aveva nessuno che lo curasse. Corse sulla riva del fiume e implorò il barcaiolo di portarla dall’altra parte, anche se non aveva denaro per pagarlo. Ma il malvagio barcaiolo rifiutò ponendole come condizione di passare la notte con lui. La povera donna pianse e si disperò, ma invano e così, per la disperazione, accettò la proposta del barcaiolo. Quando finalmente arrivò da Rama, lo trovò che stava morendo. Ma restò con lui per un mese e lo curò finché guarì. Un giorno Rama le chiese come avesse fatto ad attraversare il fiume ed ella, incapace di mentire al suo amato, gli raccontò la verità. Quando Rama udì il suo racconto, si infuriò poiché considerava la virtù più preziosa della vita stessa. La cacciò di casa e non volle vederla mai più.

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GESSEN, IL MONACO INGORDO

Gessen era un monaco buddhista. Inoltre era un artista di eccezionale talento. Tuttavia, prima di iniziare un dipinto, chiedeva sempre di essere pagato in anticipo. E le sue tariffe erano esorbitanti, tanto che era diventato famoso come il Monaco Ingordo.

Un giorno una geisha lo mandò a chiamare per fargli fare un quadro. Gessen domandò: “Quanto mi darai?” In quel periodo la ragazza lavorava per un cliente ricco e quindi rispose:

“Qualsiasi somma chiederai, ma il dipinto lo devi fare ora qui davanti a me”.

Gessen si mise subito all’opera e quando ebbe terminato chiese la cifra più alta che avesse mai pattuito. Mentre gli consegnava il denaro, la geisha disse al suo protettore:

“Dicono che quest’uomo sia un monaco, ma non pensa che ai soldi. Ha un talento eccezionale, ma la sua anima è oscenamente attaccata al denaro. Come si fa a esibire la tela di un uomo così gretto? Il suo lavoro può giusto andar bene per la mia biancheria intima!”

E così dicendo gli lanciò una sottoveste e gli chiese di dipingervi sopra un quadro. Gessen, prima di iniziare a lavorare, le rivolse la solita domanda:

“Quanto mi darai?”

“Oh, qualsiasi cifra va bene”, rispose la ragazza. Gessen disse il prezzo, dipinse il quadro, intascò il denaro senza il minimo imbarazzo e se ne andò.

Molti anni dopo, per puro caso, qualcuno scoprì perché Gessen era così attaccato al denaro. La sua provincia era spesso colpita da terribili carestie. I ricchi non facevano nulla per aiutare i poveri e allora fece costruire di nascosto nella zona dei granai pieni di provviste per i casi d’emergenza come quelli. Nessuno sapeva da dove provenisse il grano o chi fosse il benefattore della provincia.

Un altro dei motivi per cui Gessen desiderava tanto denaro era la strada che conduceva al villaggio dalla città, distante molti chilometri. Essa era tanto in cattivo stato che i carri tirati dai buoi non riuscivano a percorrerla, con grave sofferenza dei vecchi e dei malati che avevano bisogno di recarsi in città. Così Gessen la fece riparare.

L’ultima ragione era un tempio in cui meditare, che il maestro di Gessen aveva sempre desiderato ma non poteva permettersi. Gessen costruì il tempio in segno di gratitudine all’amato insegnante. Dopo aver costruito la strada, il tempio e i granai, il Monaco gettò via pennello e colori, si ritirò fra le montagne e si dedicò alla vita contemplativa e non dipinse mai più neppure un quadro.

La condotta di una persona in genere rivela ciò che l’osservatore immagina di vedere.

 

MINISTRO, RABBINO E IL PRETE

Due manovali irlandesi lavoravano per strada, all’entrata di un postribolo. Poco dopo arrivò il ministro della locale chiesa protestante, si tirò giù il cappello sul viso ed entrò nell’edificio.

Pat disse a Mike: “Hai visto? Che ti aspettavi? È un protestante!” A distanza di poco tempo ecco spuntare un rabbino. Si tirò su il bavero della giacca ed entrò pure lui.

Pat commentò: “Che terribile esempio per la gente da parte di un’autorità religiosa!”

Alla fine ecco che arriva un prete cattolico, il quale si avvolge il mantello intorno al capo e si infila nel portone.

E Pat: “Oh, Mike, non è tremendo pensare che una delle ragazze si deve essere ammalata?”

IL VESCOVO SACRILEGO

Un uomo era solito recarsi a pesca nelle montagne del nord. Un giorno la sua guida si mise a raccontargli degli aneddoti sul vescovo a cui aveva fatto da accompagnatore l’estate precedente. “Sì”, spiegava la guida, “è un brav’uomo, a parte il suo linguaggio”.

“Vorrebbe dire che il vescovo bestemmia?”, chiese l’uomo. “Certamente, signore”, replicò la guida.

“Una volta aveva catturato un gran bel salmone, ma proprio quando stava per riportarlo a riva, il pesce si staccò dall’amo. Allora io dissi al vescovo: “Che maledetta sfortuna!”

E lui mi guardò negli occhi e disse: “È proprio vero”. Ma quella è l’unica volta che ho sentito il vescovo usare un linguaggio simile”.

TANZAN, IL BUONO PER NATURA

Durante l’epoca Meigi, vivevano a Tokyo due noti insegnanti, quanto mai diversi l’uno dall’altro. L’uno, Unsho, un maestro di Shingon, era il tipo che osservava meticolosamente ogni singolo precetto di Buddha.

Si alzava molto prima dell’alba, si coricava quando ancora non era notte, non toccava cibo dopo che il sole aveva superato lo zenith e non beveva nessun tipo di alcolici.

L’altro, Tanzan, era professore di filosofia presso l’Imperial Todai University. Non osservava alcuna prescrizione, tanto che mangiava quando ne aveva voglia e dormiva anche durante il giorno.

Un giorno Unsho fece visita a Tanzan e scoprì che aveva alzato il gomito, il che era assai scandaloso perché un buddhista non dovrebbe assaggiare neppure una goccia di liquore.

“Salve, amico mio”, esclamò Tanzan. “Perché non entri a bere qualcosa con me?”

Unsho si sentiva offeso, ma rispose in tono controllato: “Non bevo mai”.

“Se uno non beve, in realtà non è un essere umano”, ribatté Tanzan.

Questa volta Unsho perdette la pazienza. “Vorresti dire che io non sono umano perché non tocco ciò che Buddha ha esplicitamente proibito? E se non sono un uomo, che cosa sono?”

“Un Buddha”, proclamò Tanzan allegramente.

Tanzan morì con la stessa naturalezza con cui era vissuto. L’ultimo giorno della sua vita scrisse sessanta cartoline, su ciascuna delle quali era scritto: Me ne vado da questo mondo. Questo è il mio ultimo avviso.

Tanzan, 27 luglio 1982.

Chiese a un amico di imbucare le cartoline e poi spirò serenamente.

Il sufi Junaid di Bagdad dice: “È meglio un uomo sensuale ma simpatico che un santo antipatico”.

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LA RACCOGLITRICE DI VETRI SULLA SPIAGGIA

Una famiglia di cinque persone si stava godendo una giornata sulla spiaggia. I bambini facevano il bagno nell’oceano e costruivano castelli di sabbia, quando comparve in lontananza una vecchina. I capelli grigi le volavano con il vento e gli abiti erano sporchi e stracciati. Mormorava qualcosa fra sé e sé e intanto raccoglieva oggetti nella sabbia e li metteva in un sacco.

I genitori chiamarono i bambini vicino a sé e raccomandarono loro di stare lontani dalla vecchietta.

Quando passò accanto a loro, curvandosi di tanto in tanto per raccogliere roba, ella sorrise alla famiglia. Ma essi non ricambiarono il suo saluto.

Molte settimane dopo vennero a sapere che la vecchina da sempre si era assunto il compito di raccogliere pezzetti di vetro sulla spiaggia per evitare ai bambini di ferirsi i piedi.

L’ASCETA CHE FACEVA LE CAPRIOLE

In India si incontrano di frequente asceti che girano per le strade e in un villaggio una mamma aveva proibito a suo figlio qualsiasi contatto con loro, poiché, se alcuni erano considerati santi, altri avevano fama di essere dei truffatori travestiti.

Un giorno una donna guardò fuori dalla finestra e vide un asceta circondato dai bambini del villaggio. Notò con sorpresa che l’uomo, del tutto dimentico della sua dignità, faceva le capriole per divertirli. Fu così colpita da quello spettacolo che chiamò il suo bambino e disse: “Figlio, quello è un santo. Puoi andare da lui”.

IL PRETE CHE NON PENSAVA MAI MALE DI NESSUNO

C’era una volta un prete così santo che non pensava mai male di nessuno. Un giorno si sedette a un ristorante Per prendere una tazza di caffè, che era tutto quello che si poteva permettere poiché era giorno di magro e digiuno, quando, con sua grande sorpresa, vide al tavolo accanto al suo un giovane parrocchiano che divorava una gigantesca bistecca.

“Spero di non averla scandalizzata, Padre”, disse il giovane con un sorriso.

“Ah! Immagino che tu abbia dimenticato che oggi è giorno di magro e digiuno”, replicò il prete.

“No, no. Me lo ricordo benissimo”.

“Forse allora sei malato e il dottore ti ha proibito di digiunare”.

“Niente affatto. Sono nel fiore della salute”.

Al che il prete alzò gli occhi al cielo ed esclamò: “Che esempio ci dà questa giovane generazione, Signore! Vedi come questo giovane preferisce ammettere i propri peccati piuttosto che dire una bugia?”

LA GRASSA RISATA DI RINZAI

Si dice che ogni sera il grande maestro zen Rinzai, come ultimo gesto prima di andare a letto, scoppiasse in una grassa e sonora risata che riecheggiava per i corridoi e si sentiva in tutte 97

La preghiera della rana le costruzioni che sorgevano nell’area del monastero. E la prima cosa che faceva quando all’alba si svegliava era spanciarsi dalle risate con tanto fragore da destare tutti i monaci, anche quelli dal sonno pesante. I suoi discepoli gli chiesero più volte quale fosse il motivo di tante risate, ma egli non volle dirlo. E quando morì, si portò nella tomba il suo segreto.

DALL’AZIONE ALLA RISATA

Il maestro era particolarmente espansivo e perciò i suoi discepoli cercarono di farsi spiegare le fasi che aveva attraversato alla ricerca del divino. “Prima di tutto Dio mi condusse per mano”, disse, “nel Paese dell’Azione, dove rimasi per parecchi anni. Poi Egli ritornò e mi portò nel Paese del Dolore vissi laggiù finché il mio cuore non fu del tutto purificato da ogni attaccamento sbagliato. Allora mi trovai nel Paese dell’Amore, le cui fiamme ardenti consumarono ogni più piccola traccia del mio ego e potei giungere al Paese del Silenzio, dove furono svelati davanti ai miei occhi pieni di sorpresa i misteri della vita e della morte”. “Fu quella l’ultima tappa della vostra ricerca?” “No”, rispose il maestro, “un giorno Dio disse: “Oggi ti condurrò nel punto più sacro del Tempio, nel cuore stesso di Dio” e mi trovai nel Paese della Risata?”.

GESÙ CRISTO SI DICHIARA COLPEVOLE

“Prigioniero”, proclamò il Grande Inquisitore, “siete accusato di aver incoraggiato la gente a violare la legge, le tradizioni e le usanze della nostra santa religione. Siete colpevole o innocente?”

“Colpevole, Vostro Onore”.

“E in quanto a frequentare la compagnia di eretici, prostitute, pubblici peccatori, imposte, colonialisti e oppressori della nazione, in breve tutti gli scomunicati?”

“Colpevole, Vostro Onore”.

“Infine, siete accusato di aver modificato, corretto e messo in questione i sacri dogmi della nostra fede. Colpevole o innocente?

“Colpevole, Vostro Onore”.

“Come vi chiamate, prigioniero?”

“Gesù Cristo, Vostro Onore”.

Alcuni si spaventano nel vedere mettere in pratica la propria religione con la stessa intensità di quando la sentono contestare.

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L’IO

IL MISTERO DELL’IO

Un anziano signore gestiva una bottega d’antiquariato in una grande città. Un giorno entrò un turista, il quale si mise a discorrere con il vecchio dei vari oggetti accatastati nel negozio. Il turista domandò: “Qual è secondo lei la cosa più strana, più misteriosa che ci sia qui dentro?” Il vecchio passò in rassegna le centinaia di oggetti rari, pezzi d’antiquariato, animali impagliati, pesci e uccelli imbalsamati, reperti archeologici, trofei di caccia… poi si voltò verso il turista e disse: “La cosa più strana in questo negozio è senza dubbio il sottoscritto”.

LA PIÙ GRANDE INVENZIONE MODERNA

Un’insegnante stava facendo lezione sulle invenzioni moderne.

“Chi di voi mi saprebbe citare qualche cosa di importante che non esisteva cinquant’anni fa?”, chiese.

Un ragazzino dall’aria intelligente della prima fila alzò la mano tutto eccitato ed esclamò: “Io!”

IL MONACO E IL SUO IO

Si racconta una storia molto significativa su di un monaco che viveva nel deserto egiziano ed era così ossessionato dalle tentazioni da non farcela più. Decise di lasciare la sua cella e andarsene altrove. Mentre si stava infilando i sandali per attuare la sua decisione, vide un altro monaco non lontano da lui, il quale si stava mettendo i sandali anche lui.

“Chi sei?”, chiese all’estraneo.

“Sono il tuo io”, quello rispose. “Se è per colpa mia che te ne vai, sappi che verrò con te dovunque andrai”.

Disse un cliente disperato allo psichiatra: “Dovunque vado, devo portarmi dietro me stesso, e questo rovina tutto”.

Ciò che aborrisci e ciò a cui aneli sono entrambi dentro di te.

IL GURU E I COCCODRILLI

Un giovane in cerca della verità e di un maestro che lo avviasse sul sentiero della santità, giunse a un ashram retto da un guru il quale, oltre a godere di fama di santità, era anche un impostore. Ma il giovane non lo sapeva.

“Prima di accettarti come mio discepolo”, disse il guru, “devo mettere alla prova la tua obbedienza. C’è un fiume che scorre vicino all’ashram ed è infestato dai coccodrilli. Voglio che tu lo guadi”.

La fede del discepolo era così grande che egli fece esattamente quanto gli era stato ordinato; attraversò il fiume gridando:

“Lode alla potenza del mio guru!”

Con grande stupore del guru l’uomo arrivò sull’altra sponda e tornò indietro illeso. Ciò convinse il guru che era più santo di quanto pensasse, e così decise di dare a tutti i suoi devoti una dimostrazione della sua potenza che incrementasse la propria fama di santità.

Entrò nel fiume gridando: “Lode a me! Lode a me!” In un attimo fu afferrato e divorato dai coccodrilli.

IL DIAVOLO TRAVESTITO DA ANGELO

Il diavolo, trasformatosi in angelo fulgente di luce, apparve a uno dei santi Padri del Deserto e disse: “Sono l’angelo Gabriele e mi manda a te l’Onnipotente”.

Il monaco rispose: “Pensaci bene. Devi essere stato mandato a qualcun altro, io non ho fatto nulla per meritare la visita di un angelo”.

A queste parole il diavolo scomparve e non osò mai più avvicinarsi al monaco.

 

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“UN GRAN BEL COLPO!”

Un turista, che si era recato in Giappone, scoprì, visitando i campi da golf, che la maggior parte dei caddie bravi erano donne. Un giorno arrivò in ritardo e dovette accontentarsi di un ragazzino di dieci anni. Era minuscolo, non sapeva quasi niente del gioco e riusciva a dire solo tre parole in inglese.

Grazie a quelle tre parole, tuttavia, diventò il caddie fisso del turista per tutta la durata del soggiorno.

Dopo ogni colpo, comunque fosse andato, il piccoletto batteva il piede in terra e gridava con entusiasmo: “Un gran bel colpo!”

LA MAMMA O LA FIDANZATA?

Una donna era profondamente offesa dal comportamento del figlio quindicenne. Ogni volta che uscivano insieme egli camminava un po’ più avanti. Forse si vergognava di lei? Un giorno glielo chiese.

“Oh, no, mamma”, rispose il ragazzo imbarazzato. “È solo che tu sembri così giovane che non vorrei che i miei amici sospettassero che ho una nuova fidanzata”.

La sua tristezza svanì come per incanto.

“AGATHA HA OTTANTACINQUE ANNI”

Un anziano signore si presentò sulla porta con in mano un pezzo di torta.

“Mia moglie compie oggi ottantasei anni”, disse, “e desidera farvi avere una fetta della sua torta”.

Il dolce fu accolto con particolare riconoscenza, poiché l’uomo aveva percorso oltre mezzo chilometro per portarla fin lì.

Un’ora dopo era già di ritorno.

“Qualcosa non va?” gli domandarono.

“Be'”, egli rispose con aria intimorita, “Agatha mi ha mandato a dire che ne compie solo ottantacinque”.

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IL GALLO E IL CAVALLO DA TIRO

Un galletto raspava il terreno nel recinto di un grosso cavallo da tiro. Quando il cavallo cominciò a innervosirsi e ad agitarsi, il gallo lo squadrò e gli disse:

“Dobbiamo stare bene attenti tutti e due, amico, o finiremo per pestarci i piedi”.

Indovinate che cosa disse la formica all’elefante mentre Noè metteva in fila tutti gli animali per farli entrare nell’Arca? “Piantala di spingere!”

L’ELEFANTE E LA PULCE

Una pulce decise di trasferirsi con tutta la famiglia nell’orecchia di un elefante.

Perciò disse più forte che poteva: “Signor Elefante, la mia famiglia e io stiamo per prendere casa nella sua orecchia. Penso che sia giusto concederle una settimana per riflettere sulla faccenda e farmi sapere se ha qualche cosa in contrario”.

L’elefante, che non si era neppure accorto della presenza della pulce, proseguì placidamente per la sua strada e perciò, dopo aver atteso coscienziosamente una settimana, la pulce ritenne che l’elefante fosse d’accordo e traslocò.

Un mese dopo, la signora Pulce decise che l’orecchia dell’elefante non era un posto salubre in cui vivere e spinse il marito a cambiare casa. Il signor Pulce pregò la moglie di restare ancora almeno un altro mese, per non urtare la suscettibilità dell’elefante.

Alla fine, cercò di annunciare la decisione con il massimo tatto: “Signor Elefante, abbiamo deciso di traslocare. Naturalmente ciò non ha nulla a che fare con lei, poiché la sua orecchia è calda e accogliente. È solo che mia moglie preferisce andare ad abitare vicino alle sue amiche, nello zoccolo del bufalo. Se ha qualche cosa in contrario, me lo faccia sapere entro la prossima settimana”.

L’elefante non disse nulla e così la pulce cambiò casa con la coscienza tranquilla.

L’universo non sa neppure che esisti! Rilassati!

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L’OPERAIO E IL CORO

Il coro stava terminando l’ultima prova in mezzo a un gran bailamme, poiché una squadra di operai stava dando il tocco finale allo scenario.

Quando un giovane cominciò a martellare con tanto vigore che il baccano diventò insopportabile, il direttore dell’orchestra fece segno al coro di smettere e lo guardò con aria implorante.

“Prego, direttore, proceda pure con le prove”, disse l’operaio tutto allegro. “Non mi disturba affatto”.

IL LAVAVETRI

Una donna uscì dalla doccia tutta nuda e fece per prendere l’asciugamano, quando scoprì con orrore un uomo su una impalcatura, il quale stava lavando i vetri e la guardava con aria compiaciuta. Fu così sconvolta dall’improvvisa apparizione che rimase come impietrita a fissare l’uomo a bocca aperta.

“Che c’è, signora?”, chiese quello con aria giuliva. “Non ha mai visto un lavavetri prima d’ora?”

IL DIFETTO DELLO SCIENZIATO

C’era una volta uno scienziato che aveva scoperto l’arte di riprodurre se stesso in modo così perfetto che era impossibile distinguere la copia dall’originale. Un giorno venne a sapere che l’Angelo della Morte lo stava cercando e allora preparò una dozzina di copie di se stesso. L’Angelo ebbe delle difficoltà nell’individuare quale dei tredici esemplari che aveva davanti fosse lo scienziato, perciò lo lasciò stare e ritornò in cielo.

Ma non passò molto tempo che l’Angelo, esperto conoscitore com’era della natura umana, escogitò uno stratagemma.

Disse: “Signore, lei deve essere un genio poiché è riuscito a creare delle copie di se stesso tanto perfette. Tuttavia, ho scoperto nella sua opera un difetto, una piccolissima imperfezione”.

Lo scienziato saltò su immediatamente e gridò: “Impossibile, dov’è il difetto?”

“Proprio qui”, rispose l’Angelo, mentre sceglieva lo scienziato fra le imitazioni e lo portava via.

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LA RAGNATELA NEL TURBANTE

Un vecchio giudice arabo era famoso per la sua sagacia. Un giorno un negoziante andò da lui a protestare perché continuava a subire furti nel suo negozio ma non riusciva a catturare il ladro.

Il giudice ordinò di togliere dai cardini la porta della bottega, trasportarla fino al mercato e infliggerle cinquanta frustate perché aveva mancato al suo dovere di impedire al ladro di entrare.

Accorse una grande folla per assistere all’esecuzione di questa insolita sentenza.

Al termine della fustigazione, il giudice si chinò a chiedere alla porta il nome del ladro. Poi appoggiò l’orecchio alla porta per sentire meglio quello che aveva da dire.

Quando si rialzò, annunciò: “La porta dichiara che a commettere i furti è stato un uomo che ha una ragnatela sul turbante”.

Subito un uomo fra la folla portò la mano al turbante. Gli perquisirono la casa e recuperarono la merce rubata.

Basta una sola parola di adulazione o di critica perché l’io si riveli.

“QUESTA CAROTA È MIA!”

Una vecchia signora morì e fu condotta dagli angeli davanti al trono del Giudizio. Nell’esaminare i registri, il Giudice non riuscì a trovare neppure un gesto di carità da lei compiuto, a eccezione di una volta che ella aveva regalato una carota a un mendicante affamato.

Tuttavia la potenza di un singolo atto d’amore è tale che fu decretato che sarebbe andata in paradiso proprio in forza di quella carota. L’ortaggio fu portato in tribunale e consegnato alla donna. Nell’istante in cui ella lo prese in mano, cominciò a salire come se fosse trainato da un filo invisibile e sollevò con sé la donna verso il cielo.

Comparve un povero, il quale si afferrò all’orlo del suo vestito e fu sollevato in alto con lei; una terza persona si attaccò al piede del mendicante e salì anche lei. Presto si formò una lunga coda di persone che salivano verso il paradiso attaccate alla carota e, per quanto sembri strano, la donna non sentiva il peso di tutta quella gente, anzi, poiché guardava verso l’alto, non la vide neppure.

Salirono sempre più in alto finché giunsero quasi al cancello del paradiso e in quel momento la donna si voltò per dare un ultimo sguardo alla terra e vide dietro di sé quella lunga fila di persone.

Ne fu assai irritata! Fece con la mano un gesto imperioso e gridò: “Via! Andatevene via! La carota è mia!”

Nel fare quel gesto lasciò andare per un attimo la carota e precipitò giù con tutto il suo seguito.

Una sola è la causa di tutto il male che c’è sulla terra: “Questo mi appartiene!”

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CHING E IL CASTELLO DI SOSTEGNO PER CAMPANE

Un intagliatore chiamato Ching aveva appena finito di preparare un castello di sostegno per campane. Tutti quelli che lo vedevano si meravigliavano perché sembrava opera degli spiriti.

Quando lo vide il Duca di Lu, domandò: “Che genio siete per riuscire a fare una cosa simile?”.

L’intagliatore rispose: “Sire, sono solo un semplice manovale, non un genio. C’è una cosa però: quando sto per fare un castello di sostegno, medito per tre giorni per acquistare la pace della mente. Dopo aver meditato per tre giorni non penso più a ricompense o guadagni. Dopo cinque giorni di riflessione, non mi importa più né delle lodi né delle critiche, né della bravura né dell’inettitudine. Dopo sette giorni trascorsi in meditazione, di colpo mi dimentico delle mie membra, del corpo, anzi di tutto me stesso. Perdo coscienza della corte e di ciò che mi circonda. Resta solo la mia arte. In quello stato d’animo entro nella foresta ed esamino ogni albero finché trovo quello in cui vedo riflessa la incastellatura in tutta la sua perfezione. Allora le mie mani si mettono all’opera. Poiché io mi sono tirato da parte, nel lavoro che si compie per mezzo mio, la natura incontra la natura e questo è senz’altro il motivo per cui tutti dicono che il prodotto che nasce è opera degli spiriti”.

Diceva un violinista di fama mondiale a proposito del suo successo nel Concerto per violino di Beethoven: “Ho una splendida musica, uno splendido violino e uno splendido archetto. Non mi resta che metterli insieme e farmi da Parte”.

CHI È MARUF KARKHI?

Un discepolo andò da Maruf Karkhi, il maestro musulmano, e gli disse:

“Ho parlato con la gente di voi. Gli ebrei dicono che siete uno dei loro, i cristiani vi considerano un loro santo e i musulmani fanno di voi la gloria dell’Islam”.

Replicò Maruf: “Questo è ciò che dicono qui a Bagdad. Quando vivevo a Gerusalemme, gli ebrei mi davano del cristiano, i cristiani del musulmano e i musulmani dell’ebreo”.

“E noi che cosa dobbiamo pensare?”

“Consideratemi uno che diceva questo di sé: coloro che non mi capiscono mi venerano, e quelli che mi disprezzano non mi capiscono neppure loro”.

Se pensate di essere come dicono i vostri amici e i vostri nemici, senz’altro non vi conoscete.

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CHI SEI?

Una donna era in coma e stava morendo. Di colpo ebbe la sensazione di essere trasportata in paradiso e posta di fronte al trono del Giudizio.

“Chi sei?” le chiese una Voce.

“Sono la moglie del sindaco”, ella rispose.

“Non ti ho chiesto di chi sei moglie, ma chi sei tu”.

“Sono la mamma di quattro figli”.

“Non ti ho chiesto di chi sei madre, ma chi sei tu”.

“Sono una maestra di scuola”.

“Non ti ho chiesto che lavoro fai, ma chi sei”.

E andò avanti così. Qualsiasi cosa rispondesse, sembrava che la risposta non fosse mai quella giusta.

“Chi sei?”

“Sono una cristiana”.

“Non ti ho chiesto di che religione sei, ma chi sei”.

“Sono una che andava in chiesa tutti i giorni e aiutava sempre i poveri e i bisognosi”.

“Non ti ho chiesto che cosa fai, ma chi sei”.

Naturalmente ella non superò l’esame, tanto che fu rinviata sulla terra.

Quando guarì, decise di scoprire chi era e tutto cambiò.

Il tuo dovere è essere. Non essere qualcuno, non essere nessuno, poiché lì si annida la cupidigia e l’ambizione, non essere questo o quello, e lasciarsi quindi condizionare, ma essere e basta.

CHI È UN HIPPY?

Un tizio dall’aria preoccupata entra nello studio di uno psichiatra fumando marijuana e indossando una collana di perline, i pantaloni a zampa d’elefante sfrangiati all’orlo e i capelli lunghi fino alle spalle.

Lo psichiatra dice: “Lei afferma di non essere un hippy. E allora come spiega il suo abbigliamento, i capelli lunghi e la droga?”

“È proprio quello che sono venuto a scoprire, dottore”. Conoscere le cose significa essere colti. Conoscere gli altri significa essere saggi. Conoscere se stessi significa essere illuminati.

NASTRI INGLESI VUOTI

Uno studente si rivolse all’addetto del laboratorio linguistico e chiese:

“Mi può dare un nastro vuoto, per piacere?”

“Che lingua studia?”, domandò l’addetto.

“Il francese”, risponde lo studente. “Mi dispiace, ma non abbiamo nastri vuoti in francese”.

“Be’, avete nastri vuoti in inglese?”

“Sì, certamente?”.

“Va bene, allora ne prendo uno”.

È altrettanto assurdo parlare di nastri vuoti francesi o inglesi quanto lo è parlare di una persona definendola inglese o francese.

La nazionalità è una caratteristica non un’identità.

Un bambino nato da genitori americani e adottato da una famiglia russa, il quale ignora il fatto dell’adozione e diventa da grande un famoso patriota e poeta che esprime l’inconscio collettivo dell’anima russa e le aspirazioni della Madre Russia, è russo o americano? Nessuno dei due.

Scoprite chi/che cosa siete. “Che cosa ci fai con quella porta sotto il braccio?” “È la porta di casa mia. Ho perso la chiave e sto andando a farne una nuova”.

“Sta’ attento a non perdere anche la porta, altrimenti non potrai più entrare in casa”.

“Be’, per sicurezza ho lasciato una finestra aperta”.

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POSA TE STESSO, NON I FIORI

Si dice che il maestro zen Bankei non abbia fondato nessuna scuola. Egli non ha lasciato né opere né discepoli. Era come un uccello che non lascia traccia del suo volo nel cielo.

È stato detto di lui: “Quando entrava nella foresta non si muoveva neppure un filo d’erba; quando entrava nell’acqua non si formava neppure la più piccola increspatura”. Egli non ingombrava la terra. Nessun gesto di coraggio, nessuna conquista, risultato, virtù spirituale si può paragonare a questo: ingombrare la terra.

Un uomo si recò da Buddha con in mano un’offerta floreale. Buddha alzò lo sguardo verso di lui é disse:

“Mettilo giù!”

Egli non riusciva a credere che gli fosse stato chiesto di posare i fiori, ma poi pensò che molto probabilmente l’invito si riferiva ai fiori che teneva nella mano sinistra poiché offrire qualche cosa con la sinistra era considerato maleducato e di cattivo auspicio. Così lasciò andare i fiori che aveva nella mano destra.

Ma Buddha disse ancora: “Mettilo giù!”

Questa volta egli posò tutti i fiori e restò a mani vuote di fronte a Buddha, il quale ripeté ancora con un sorriso:

“Mettilo giù!”

L’uomo, assai perplesso, domandò: “Che cos’è che devo mettere giù?”

“Non i fiori, figlio mio, ma chi li ha portati”, fu la risposta di Buddha.

IL CONTENITORE E IL CONTENUTO

C’era un guru che tutti consideravano la Sapienza Incarnata. Ogni giorno egli teneva un discorso su vari aspetti della vita spirituale ed era evidente che nessuno mai aveva superato la varietà, la profondità e l’attrattiva del suo insegnamento. I suoi discepoli gli chiedevano con insistenza quale fosse la fonte da cui traeva una sapienza tanto inesauribile ed egli disse loro che stava tutto scritto in un libro che avrebbero ereditato dopo la sua morte. Il giorno che seguì alla sua morte, i discepoli trovarono il libro esattamente dove egli aveva detto. C’era una pagina sola, con un’unica frase che diceva:

“Capite la differenza fra il contenitore e il contenuto e avrete accesso alla fonte della Sapienza”.

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                                        AMORE

“ERO SICURO CHE SARESTI VENUTO”

“Signore, il mio amico non è tornato dal campo di battaglia. Chiedo il permesso di andare a prenderlo”.

“Permesso non concesso”, replicò l’ufficiale. “Non voglio che rischi la vita per un uomo che probabilmente è già morto”.

Il soldato uscì lo stesso e rientrò un’ora dopo ferito mortalmente, trasportando il cadavere dell’amico.

L’ufficiale era fuori di sé dalla rabbia. “Te l’avevo detto che era morto. Ora vi ho persi tutti e due. Dimmi, valeva la pena di rischiare per portare indietro un cadavere?”

Il soldato morente rispose: “Oh, sì, signore. Quando l’ho raggiunto, era ancora vivo e mi ha detto: “Jack, ero sicuro che saresti venuto””.

LA TRASFUSIONE DI SANGUE

Una bambina stava morendo di una malattia da cui qualche tempo prima era guarito il fratellino di otto anni.

Il dottore disse al bambino: “Solo una trasfusione con il tuo sangue può salvare la vita di tua sorella. Sei disposto a donarle il tuo sangue?”

Il piccolo aveva gli occhi dilatati per la paura. Esitò un momento e alla fine disse: “D’accordo, dottore. Lo farò”.

Un’ora dopo la trasfusione il ragazzino domandò timorosamente: “Mi dica, dottore, quando morirò?”

Solo allora il dottore si rese conto del perché di quell’attimo di paura che egli aveva avuto: aveva pensato che donare il sangue alla sorella significava darle la propria vita.

L’AMORE DEI PROPRI FAMILIARI

Un discepolo desiderava ardentemente rinunciare al mondo ma sosteneva che la sua famiglia l’amava troppo per lasciarlo andare.

“Amore?”, disse il guru. “Quello non è affatto amore. Ascolta…”

E rivelò al giovane un metodo yoga segreto con cui era possibile simulare la morte. Il giorno seguente l’uomo appariva morto a tutti gli effetti e la sua casa riecheggiava dei pianti e lamenti dei familiari.

Allora comparve il guru, il quale informò i parenti in lacrime che aveva il potere di riportare in vita il giovane a patto che qualcuno si offrisse di morire al suo posto.

C’era qualche volontario?

Con grande stupore del “morto”, ciascun membro della famiglia cominciò ad addurre dei validi motivi per cui era necessario che si conservasse in vita. La moglie riassunse i sentimenti di tutti dicendo: In realtà non è necessario che qualcuno prenda il suo posto. Possiamo fare a meno di lui”.

CHE COSA LA GENTE SALVA PER PRIMA

Tre adulti prendevano il caffè in cucina, mentre i bambini giocavano per terra. La conversazione cadde su ciò che avrebbero fatto in caso di pericolo e ciascuno di loro affermò che per prima cosa avrebbe salvato i bambini.

All’improvviso scoppiò la valvola della pentola a pressione, provocando un’esplosione di vapore nel locale. Nel giro di pochi secondi tutti fuggirono dalla cucina, a eccezione dei bambini che giocavano sul pavimento.

LACRIME AL FUNERALE

Al funerale di un uomo molto ricco, tutti notarono un estraneo che piangeva e si disperava come gli altri.

Il celebrante gli si avvicinò e gli chiese: “Lei è forse un parente del morto?”

“No”.

“Allora perché piange?”

“Proprio per quello”.

Il rimpianto, in qualunque circostanza, è sempre per se stessi.

 

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LACRIME PER UNA FABBRICA BRUCIATA

La fabbrica stava bruciando e l’anziano proprietario dell’edificio ne piangeva singhiozzando la perdita.

“Papà, perché piangi?”, domandò suo figlio. “Ti sei dimenticato che abbiamo venduto la fabbrica quattro giorni fa?”

Il vecchio si asciugò immediatamente le lacrime.

I PANTALONI O LA FIDANZATA?

Una commessa vendette un paio di pantaloni dalla tinta vivace a un giovane che sembrava entusiasta dell’acquisto. L’indomani egli ritornò dicendo che desiderava restituire i pantaloni.

Il motivo era: “Alla mia ragazza non piacciono”. Una settimana dopo ricomparve, tutto sorridente, e annunciò di voler comprare i pantaloni.

“La sua fidanzata ha cambiato idea?” chiese la commessa.

“No”, rispose il giovanotto. “Ho cambiato ragazza”.

QUELLO CHE CI PIACE NEGLI ALTRI

La madre: “Che cosa piace di te alla tua ragazza?”

“Pensa che sono bello, intelligente, dotato e un bravo ballerino”.

“E a te che cosa piace di lei?”

“Pensa che sono bello, intelligente, dotato e un bravo ballerino”.

FIGLIA FORTUNATA, FIGLIO SFORTUNATO

Due amiche si incontrano dopo molti anni. “Dimmi”, dice l’una, “che fine ha fatto tuo figlio?”

“Mio figlio? Povero ragazzo!”, sospirò l’altra. “Che matrimonio sfortunato ha fatto, con una ragazza che in casa non muove mai un dito. I Non cucina, non cuce, non lava, non pulisce. Non fa che dormire e oziare e stare a letto a leggere. Il poveretto deve persino portarle la colazione a letto, ti rendi conto?”

“È terribile! E tua figlia?”

“Ah, lei sì che è fortunata! Ha sposato un vero angelo. Lui non le lascia fare niente in casa, c’è la servitù che cucina e cuce e lava e scopa. E tutte le mattine le porta la colazione a letto, ti rendi conto? Lei può dormire quanto vuole e trascorre il resto della giornata a riposare e leggere a letto”.

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“NON VUOLE CHE ME”

“Pensa di poter dare a mia figlia ciò che vuole?” chiese un tizio a un pretendente.

“Certamente, signore. Lei dice che non vuole che me”.

Nessuno lo chiamerebbe amore se ciò che lei voleva fosse stato il denaro. Perché è amore se ciò che vuole sei tu?

L’INNAMORATA E L’OROLOGIO COSTOSO

Quando Roberto, un quattordicenne, si innamorò di una vicina di casa sua coetanea vendette tutto ciò che aveva e accettò anche dei lavoretti pur di guadagnare il denaro necessario per comprare alla sua bella l’orologio costoso che desiderava.

I suoi genitori erano sgomenti ma decisero che era meglio non intervenire.

Arrivò il giorno dell’acquisto e Roberto ritornò dalla spedizione regalo senza aver speso una lira.

Questa è la sua spiegazione: “L’ho portata dal gioielliere e lei ha detto che l’orologio non le interessava più. Preferiva qualcos’altro, come un braccialetto, una collana o un anello d’oro. Mentre girava per il negozio intenta a scegliere mi sono ricordato che una volta il nostro insegnante aveva detto che prima di comprare qualcosa dobbiamo chiederci a che cosa ci può servire. Allora mi sono accorto che in realtà non avevo bisogno di lei, così sono uscito dal negozio e me ne sono andato”

IL FUNERALE DELLA SIGNORA TARTARUGA

Un ragazzino provò un immenso dispiacere nel trovare la sua tartaruga a pancia all’aria, immobile e senza vita accanto allo stagno.

Suo padre fece del suo meglio per consolarlo: “Non piangere, figliolo. Prepareremo un bel funerale per la signora Tartaruga; le costruiremo una piccola bara tutta foderata di seta e chiederemo al becchino di porre sulla tomba una lapide con inciso il nome della signora Tartaruga. Poi le porteremo ogni giorno dei fiori freschi e porremo tutt’intorno un piccolo steccato”.

Il bambino si asciugò gli occhi e si dichiarò entusiasta dell’idea. Quando tutto fu pronto, il padre, la madre, la cameriera e il bambino in testa partirono in corteo marciando con aria solenne verso lo stagno dov’era la morta. Ma questa era scomparsa. All’improvviso scorsero la signora Tartaruga che emergeva dal fondo del laghetto, nuotando allegramente. Il piccolo fissò la sua amica in preda a profonda delusione ed esclamò: “Uccidiamola”.

In realtà quello che più mi sta a cuore non sei tu, ma l’ebbrezza che provo nell’amarti.

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BUDDHA CON IL NASO ANNERITO DAL FUMO

Una monaca buddhista alla ricerca dell’illuminazione fabbricò una statua di legno del Buddha e la rivesti di una sottile lamina d’oro. Era molto graziosa e la portava con sé dovunque andasse.

Passarono gli anni e la monaca con la sua inseparabile statua fissò la sua dimora in un piccolo tempio, dove c’erano molte statue di Buddha, ciascuna con il suo altare.

Essa cominciò a bruciare incenso davanti al suo Buddha d’oro, ma scoprì con sgomento che una parte del fumo arrivava anche agli altari vicini.

Allora costruì un imbuto di carta che convogliasse il fumo verso il suo Buddha.

Questo sistema annerì il naso della statua e la rese molto brutta.

FEDERICO GUGLIELMO PRETENDE AMORE

Federico Guglielmo, re di Prussia agli inizi del diciottesimo secolo, era famoso per la sua irascibilità. Inoltre detestava l’etichetta. Passeggiava per le strade di Berlino senza scorta e se qualcuno non gli andava a genio, il che accadeva spesso, non esitava a usare il bastone da passeggio sul malcapitato. Non c’era da stupirsi se la gente, vedendolo arrivare, si allontanava cercando di non farsi notare.

Un giorno Federico percorreva una via a grandi passi, quando un berlinese lo scorse, ma non abbastanza in fretta, tanto che il suo tentativo di nascondersi in un portone fu del tutto inutile.

“Ehi tu, laggiù!” esclamò Federico. “Dove stai andando?”

L’uomo cominciò a tremare. “In questa casa, vostra Maestà”.

“È casa tua?”

“No, Maestà”.

“Di un tuo amico?”

“No, Maestà”.

“E allora perché ci entri?”

L’uomo cominciò a temere di essere scambiato per uno scassinatore, e preferì dire la verità: “Per evitare vostra Maestà”.

A questo punto Federico Guglielmo si infuriò. Afferrando il poveretto per le spalle, lo scosse violentemente urlando: “Come osi avere paura di me! Sono il tuo sovrano. Tu mi devi amare! Amami, disgraziato! Amami!”

IL MARITO FUGGITO

Una donna assai corpulenta piombò nell’ufficio di Stato Civile sbattendo la porta alle sue spalle.

“È stato o non è stato lei a rilasciare questa licenza di matrimonio fra me e Jacob Jacobson?” domandò all’impiegato sbattendo il documento sul tavolo.

L’impiegato esaminò il documento con attenzione attraverso gli occhiali spessi.

“Sì, signora. Penso di essere stato io. Perché?”

“Perché”, disse la donna, “lui è scappato. E adesso lei che cosa intende fare?”

I CANI INCATENATI

Dopo un’accesa discussione con la moglie, un uomo disse: “Perché non possiamo vivere in pace come i nostri due cani che non litigano mai?”

“È vero che non litigano”, ammise la donna. “Ma prova a legarli insieme e vedrai che cosa succede!”

LA PRINCIPESSA INCATENATA ALLO SCHIAVO

Una principessa araba si era intestardita a sposare uno dei suoi schiavi. Per quanto il re dicesse o facesse, non c’era verso di farle cambiare idea e nessuno dei suoi consiglieri sapeva che cosa dire. Alla fine si presentò a corte un vecchio e saggio hakim, il quale, nel sentire la difficoltà in cui si trovava il re, disse: “Vostra Maestà è sulla strada sbagliata, perché proibire alla ragazza di sposarsi significa inimicarsela e farla innamorare ancora di più dello schiavo”.

“Dimmi dunque che cosa devo fare”, si lamentò il re.

L’hakim suggerì un piano d’azione. Il re era scettico, ma decise di fare un tentativo.

Mandò a chiamare la giovane e disse: “Voglio mettere alla prova il tuo amore per quest’uomo: verrai rinchiusa in una piccola cella con il tuo innamorato per trenta giorni e trenta notti. Se alla fine di quel periodo vorrai ancora sposarlo, avrai il mio consenso”.

La principessa, fuori di sé dalla gioia, abbracciò il padre e accettò felice la prova. Per un paio di giorni andò tutto bene, ma presto subentrò la noia. Nel giro di una settimana ella cominciò a desiderare la compagnia di altri e a essere esasperata da ogni parola e gesto del suo innamorato. Dopo due settimane era così nauseata di quell’uomo che si mise a urlare e pestare i pugni contro la porta della cella.

Quando finalmente la lasciarono uscire, gettò le braccia al collo di suo padre in segno di gratitudine per averla salvata dall’uomo che ora aborriva.

Vivere separati rende più facile la convivenza. Non c’è vera relazione senza distanza.

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I MIEI GENITORI POTREBBERO DARSI ALLA FUGA

L’insegnante si accorse che uno dei maschietti della classe era chiuso e pensieroso. “Che cosa ti preoccupa?” gli chiese.

“I miei genitori”, egli rispose. “Il papà lavora tutto il giorno per vestirmi, nutrirmi e mandarmi alla scuola migliore della città. E fa anche gli straordinari per potermi mandare all’università. La mamma sta tutto il giorno a cucinare, pulire, stirare e fare la spesa, in modo che io non abbia da pensare a nulla”.

“E allora perché sei preoccupato?”

“Ho paura che tentino di fuggire”.

GRATITUDINE PER IL CANE

La catechista disse ai suoi allievi che intendeva scrivere i loro nomi sulla lavagna e che accanto a ognuno di essi avrebbe posto il nome della cosa per cui erano più grati. Quando il suo nome comparve sulla lavagna, un ragazzino si mise a pensare con molto impegno.

Quando gli fu chiesto che cosa voleva scrivere accanto al suo nome, dichiarò soddisfatto: “Mamma”.

L’insegnante obbedì, ma quando stava per scrivere il nome successivo, il bambino alzò la mano e l’agitò freneticamente.

“Sì?”, domandò la maestra.

“Per favore, cancelli “Mamma””, disse il bambino, “e scriva “Cane”.

E perché no?

IL ROSPO NEL PRATO

Un uomo offrì una certa cifra alla figlia di dodici anni per tagliare il prato. La ragazzina si diede da fare con grande entusiasmo e la sera il giardino era perfettamente tosato, a eccezione di una grossa zolla di erba in un angolo.

Quando il padre disse che non avrebbe pagato la somma pattuita perché non era stata tagliata tutta l’erba, la ragazza rispose che preferiva fare a meno del denaro piuttosto che tagliare quella zolla d’erba.

Curioso di sapere perché, l’uomo andò a esaminare il pezzo non tagliato e lì, proprio in mezzo alla zolla, stava seduto un grosso rospo.

La ragazza, commossa, non se l’era sentita di passargli sopra con il tagliaerba.

Dove c’è amore, c’è disordine. Il perfetto ordine trasformerebbe il mondo in un cimitero.

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QUANDO ARRIVERÀ LA RIVOLUZIONE

Una piccola folla si era assiepata attorno all’oratore all’angolo della strada.

“Quando arriverà la rivoluzione”, egli diceva, “tutti gireranno in grosse limousine nere. Quando ci sarà la rivoluzione, tutti avranno il telefono in cucina. Quando verrà la rivoluzione, tutti possederanno un pezzo di terra tutto loro”.

Una voce si alzò dalla folla a protestare: “Io non voglio avere una grossa limousine nera, né un pezzo di terra tutto mio e neppure il telefono in cucina”.

“Quando arriverà la rivoluzione”, disse l’oratore, “tu farai quello che ti diranno, per la miseria!”

Se vuoi un mondo perfetto, elimina le persone.

ABRAMO E IL MENDICANTE CHE ODIAVA DIO

Un giorno Abramo invitò a pranzo nella sua tenda un mendicante. Mentre dicevano la preghiera di ringraziamento, l’uomo cominciò a bestemmiare, dichiarando che il nome di Dio gli era insopportabile. Abramo, al colmo dell’indignazione, lo scacciò.

Quella sera, mentre pregava, udì Dio che gli diceva: “Quest’uomo mi ha maledetto e svillaneggiato per cinquant’anni eppure gli ho dato da mangiare tutti i giorni. E tu non riesci a sopportarlo per un solo pasto?”

DIO DIMENTICA I PECCATI

Si diceva che nel villaggio ci fosse una vecchia che aveva le apparizioni. Il prete del luogo le chiese la prova della loro autenticità.

“La prossima volta che Dio ti appare”, disse, “chiedigli di rivelarti i miei peccati, che solo Lui conosce. Sarebbe la prova migliore”.

La donna ritornò un mese dopo e il prete le domandò se Dio le era apparso ancora. Ella rispose di sì.

“Gli hai posto la domanda?”

“Si, l’ho fatto”.

“E che cosa ha detto?”

“Ha detto: “Di’ al tuo prete che i suoi peccati li ho dimenticati”.

È possibile che tutte le cose terribili che hai commesso siano state dimenticate da tutti meno che da te?

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GIOVANNI IL NANO ACCETTA DI BERE

Una volta alcuni degli anziani si trovavano a Scete, nella Tebaide, e c’era con loro l’abate Giovanni il Nano. Mentre pranzavano, un prete, assai anziano, si alzò e si offrì di servirli. Ma nessuno volle accettare anche solo una tazza d’acqua da lui, tranne Giovanni il Nano.

Gli altri ne furono scandalizzati e più tardi gli dissero: “Come mai ti sei sentito degno di farti servire da un sant’uomo come quello?”

Egli rispose: “Be’, quando offro agli altri un sorso d’acqua, sono contento se l’accettano. Volevate che rattristassi quel vecchio sottraendogli la gioia di donarmi qualcosa?”

UN DONO PER UNA MAMMA FRUSTRATA

Quando la figlia di otto anni spese i suoi risparmi per comprarle un dono, la mamma le fu molto grata perché in genere le mamme casalinghe danno tanto e ricevono poco.

La ragazzina a quanto pare l’aveva capito, poiché disse: “È perché tu lavori così tanto, mamma, e nessuno l’apprezza”.

La donna replicò: “Anche tuo padre lavora tanto”.

E la bambina: “Sì, ma lui non gli dà importanza”.

MANDA IL TUO CUORE SULLE MONTAGNE

Un vecchio pellegrino percorreva nel cuore dell’inverno il cammino che porta alle montagne dell’Himalaya, quando cominciò a piovere.

Il custode della locanda gli disse: “Come farai, buon uomo, ad arrivare fin lassù con questo tempaccio?”

Il vecchio rispose allegramente: “Il mio cuore è già arrivato, seguirlo è facile per l’altra parte di me”.

GEREMIA E L’INCUDINE

Geremia era innamorato di una donna molto alta. Ogni sera la accompagnava a casa dopo il lavoro e sperava sempre di darle un bacio ma era troppo timido per chiederglielo.

Una sera si fece coraggio: “Posso baciarti?”, domandò. Lei acconsentì. Ma Geremia era eccezionalmente basso di statura e così si guardarono intorno per trovare qualche cosa su cui potesse salire.

In una fucina abbandonata recuperarono una incudine che permise a Geremia di arrivare all’altezza giusta.

Dopo aver percorso quasi un chilometro, Geremia chiese: “Cara, posso darti un bacio?”

“No”, rispose lei, “te ne ho già dato uno. Per questa sera può bastare”. Replicò Geremia: “E allora perché non mi hai detto di smettere di portarmi dietro questa dannata incudine?”

L’amore quando porta un peso non se ne accorge neppure.

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IL CAVALLO DI AL-MAMUN

Un califfo di Bagdad, chiamato Al-Mamun, possedeva uno splendido cavallo arabo. Un tale di nome Omah voleva a tutti i costi comprare quel cavallo e offrì in cambio molti cammelli, ma Al-Mamun non intendeva separarsi dall’animale.

Omah ne fu così irritato che decise di procurarsi il cavallo con l’imbroglio. Sapendo che Al-Mamun avrebbe percorso una certa strada si travestì da mendicante, si sdraiò sul ciglio della strada e si finse malato.

Al-Mamun era un uomo dal cuore tenero, perciò quando vide il povero ne provò compassione, smontò da cavallo e si offrì di portarlo in un caravanserraglio.

“Ahimè!”, si lamentò il mendicante, “non tocco cibo da giorni e non ho la forza di rialzarmi”.

Allora Al-Mamun lo issò delicatamente sul cavallo ed era pronto a salire a sua volta, quando il finto povero lanciò la bestia al galoppo, seguito dal califfo appiedato, che gli gridava di fermarsi.

Omah, giunto a distanza di sicurezza dal suo inseguitore, si fermò e si voltò indietro.

“Hai rubato il mio cavallo”, gridò Al-Mamun.

“Devo farti una richiesta”.

“Quale?”, fece Omah di rimando.

“Che tu non dica a nessuno come sei venuto in possesso del cavallo”.

“Perché?”

“Perché se si sparge la voce del tuo trucco, un giorno può accadere che una persona che sta male sul serio giaccia sul ciglio della strada e la gente gli passi vicino senza fermarsi ad aiutarla”.

PIANTARE ALBERI PER I POSTERI

Era vicino l’inizio della stagione dei monsoni e un uomo assai vecchio scavava buchi nel suo giardino.

“Che cosa stai facendo?”, gli chiese il vicino.

“Pianto alberi di mango”, egli rispose.

“Pensi di riuscire a mangiarne i frutti?”

“No, io non vivrò abbastanza a lungo, ma gli altri sì. L’altro giorno ho pensato che per tutta la vita ho gustato manghi piantati da altri. Questo è il mio modo di dimostrare loro la mia riconoscenza”.

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IL SASSO IN MEZZO ALLA STRADA

Un giorno Diogene stava all’angolo della strada ridendo come un matto. “Perché ridi?”, gli chiese un passante.

“Lo vedi quel sasso in mezzo alla strada? Da quando sono arrivato qui questa mattina, ci sono inciampate dieci persone, maledicendolo. Ma nessuno si è preso la briga di spostarlo in modo che gli altri non ci incespicassero”.

COME DISTINGUERE IL GIORNO DALLA NOTTE

Un guru domandò ai suoi discepoli come facessero a capire quando era finita la notte e iniziava il giorno.

Uno rispose: “Quando vedo da lontano un animale e riesco a distinguere se è una mucca o un cavallo”.

“No”, replicò il guru.

“Quando guardi un albero da lontano e riesci a capire se è o non è un mango”.

“Sbagliato anche questo”, dichiarò il guru.

“E allora come si fa?”, chiesero i discepoli.

“Quando guardi negli occhi qualsiasi uomo e vi riconosci un fratello; quando guardi negli occhi qualunque donna e riconosci in lei una sorella. Se non sai far questo, è ancora notte, anche se il sole è alto nel cielo”.

IL PREGIUDIZIO DI CHARLES LAMB

Un amico si recò dal famoso saggista Charles Lamb e gli disse: “Desidero presentarti il signor Tal dei Tali”.

“No, grazie”, rispose Lamb, “quell’uomo non mi piace”.

“Ma se non lo conosci nemmeno!”

“Lo so. È per questo che non mi piace”, spiegò Lamb.

“Quando si tratta di persone, so che cosa mi piace”.

“Vuoi dire che ti piace ciò che conosci!”

IL RABBINO CHE SERVIVA DI NASCOSTO

I fedeli erano incuriositi dal fatto che il loro rabbino ogni settimana spariva alla vigilia del sabato. Sospettavano che incontrasse in segreto l’Onnipotente e affidarono quindi a uno di loro l’incarico di seguirlo.

Ecco ciò che l’uomo vide: il rabbino si travestiva da contadino e andava a servire una donna paralizzata, pulendole la casa e preparandole il pranzo per il sabato. Quando la spia tornò, i fedeli chiesero:

“Dov’è andato il rabbino? È salito al cielo?”

“No”, rispose l’uomo, “è andato molto più su”.

LA TOVAGLIA DI GANDHI

Quando Lord Mountbatten, l’ultimo vicerè dell’India, annunciò il fidanzamento di suo nipote, il principe Filippo, con la principessa Elisabetta, il Mahatma Gandhi gli disse:

“Sono molto felice che suo nipote sposi la futura regina. Vorrei fare loro un dono di nozze, ma che cosa posso regalare? Non possiedo nulla”.

“Lei ha il suo arcolaio”, replicò il vicerè. “Si metta al lavoro e provi a tessere qualcosa per loro”.

Gandhi preparò loro una tovaglia che Mountbatten inviò alla principessa Elisabetta con questo biglietto: “Questa va conservata insieme ai gioielli della corona”. …poiché fu confezionata da uno che disse: “Gli inglesi devono andarsene da amici”.

“IO SONO UNA MONETA SENZA VALORE”

C’era un vecchio sufi che si guadagnava da vivere vendendo un po’ di tutto. Egli dava l’impressione di non essere tanto intelligente, poiché spesso la gente lo pagava con monete false e lui le accettava senza protestare, oppure dicevano di averlo pagato quando non era vero e lui si fidava della loro parola.

Quando giunse la sua ora, egli alzò gli occhi al cielo e disse:

“Oh, Allah! Ho accettato tante monete false dalla gente, ma non l’ho mai giudicata nel mio cuore. Mi sono limitato a pensare che non si rendevano conto di quello che facevano. Anch’io sono una moneta senza valore, ti prego, non giudicarmi”.

Allora si udì una voce che diceva: “Com’è possibile giudicare qualcuno che non ha giudicato gli altri?”

È facile trovare chi compie gesti d’amore. È più difficile trovare chi ha pensieri d’amore.

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“LEI NON HA FAMIGLIA”

La famiglia era riunita per la cena. Il figlio maggiore annunciò che stava per sposare la ragazza della casa di fronte.

“Ma i suoi non le hanno lasciato una lira”, obiettò il padre.

“E lei non ha messo nulla da parte”, aggiunse la madre.

“Non si intende affatto di calcio”, disse il fratello più piccolo.

“Non ho mai visto una ragazza pettinata in modo così buffo!”, osservò la sorella.

“Non fa che leggere romanzi”, commentò lo zio.

“E che cattivo gusto nel vestire!”, disse la zia.

“Certo, non lesina cipria e belletto!”, aggiunse la nonna.

“È vero”, ribatté il ragazzo. “Ma lei ha un enorme vantaggio su tutti noi”.

“E quale?”, chiesero tutti in coro.

“Non ha famiglia!”

ANASTASIO E LA BIBBIA RUBATA

L’abate Anastasio possedeva un libro di pergamena finissima che valeva venti denari. Conteneva il Vecchio e il Nuovo Testamento completi. Una volta venne a fargli visita un certo monaco, il quale vide il libro e lo portò via. Quel giorno, quando Anastasio decise di leggere le Sacre Scritture, si accorse che il libro era sparito e capì subito che l’aveva preso il monaco. Ma preferì non denunciarlo, per timore che egli aggiungesse a quello del furto il peccato dello spergiuro. Il monaco intanto si era recato in città per vendere il libro. Chiedeva diciotto denari.

L’acquirente disse: “Dammi il libro, in modo che io possa appurare se vale così tanto denaro”.

E portò il libro al santo Anastasio, dicendo: “Padre, gli dia un’occhiata e mi dica se ritiene che valga diciotto denari”.

Anastasio replicò: “Sì, è un libro molto bello e a quel prezzo un vero affare”.

Il compratore ritornò quindi dal monaco e gli disse: “Ecco il denaro. Ho mostrato il libro a Padre Anastasio ed egli ha dichiarato che vale diciotto denari”.

Il monaco era strabiliato. “È tutto ciò che ha detto? Non ha aggiunto altro?”

“No, non ha detto una parola di più”.

“Be’, ho cambiato idea, non voglio più vendere il volume”.

Poi ritornò da Anastasio e lo scongiurò fra le lacrime di riprendersi il libro, ma Anastasio rispose gentilmente: “No, fratello, tienilo. Te lo regalo”.

Ma il monaco spiegò: “Se non lo riprendete, non avrò pace”. E il monaco rimase con Anastasio fino alla fine dei suoi giorni.

 

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IL MAESTRO COLPISCE JITOKU

Jitoku era un bravo poeta e aveva deciso di studiare lo zen. Prese perciò appuntamento con il maestro Ekkei di Kyoto. Si recò da lui pieno di speranza ma nel momento stesso in cui entrò ricevette un ceffone, che lo lasciò stordito e umiliato.

Mai nessuno prima di allora aveva osato colpirlo. Ma poiché la regola zen imponeva di non dire o fare nulla senza il permesso del maestro, egli usci in silenzio.

Andò a trovare Dokuon, il capo dei discepoli e lo mise al corrente dell’accaduto nonché della sua intenzione di sfidare il maestro a duello.

“In realtà il maestro è stato gentile con te”, replicò Dokuon. “Fa’ tua la pratica dello zazen e lo scoprirai da te”.

Jitoku fece esattamente come gli era stato consigliato. Per tre giorni e tre notti fu tale l’intensità dei suoi sforzi che raggiunse uno stato di illuminazione estatica ben superiore a quanto avesse immaginato. Il suo satori ottenne l’approvazione di Ekkei.

Jitoku si recò nuovamente da Dokuon lo ringraziò del suo consiglio e disse: “Se non fosse stato per il vostro buon senso, non avrei mai provato un’esperienza così capace di trasformarmi. E quanto al maestro, ora mi rendo conto che avrebbe dovuto colpirmi ancora più forte!”

LA PAZIENZA DI MUSO

Muso, uno dei maestri più celebri dell’epoca, viaggiava in compagnia di un suo discepolo. Arrivati a un fiume, salirono sul traghetto. Quando stavano per partire, un samurai ubriaco arrivò di corsa e saltò nella barca stracolma, col rischio di farla affondare. Poi cominciò a barcollare di qua e di là, causando alla fragile imbarcazione pericolose oscillazioni, tanto che il barcaiolo lo supplicò di stare fermo.

“Siamo pigiati come sardine!”, protestò raucamente il samurai.

All’improvviso notò Muso e gridò: “Avanti! Gettiamo il vecchio in acqua!”

“Abbi pazienza”, disse Muso. “Fra poco saremo arrivati”.

“Cosa? Avere pazienza io?”, urlò fuori di sé. “Sta’ a sentire, se non salti giù da solo, ti scaravento fuori in questo stesso istante”.

L’atteggiamento calmo del maestro di fronte alle sue minacce esasperò il samurai al punto da indurlo ad avvicinarsi a Muso e colpirlo a sangue in pieno viso.

Il discepolo non ne poté più, da uomo grande e grosso qual era esclamò: “Dopo ciò che ha fatto, non va lasciato vivo!”

“Perché prendersela tanto per una sciocchezza?”, osservò Muso sorridendo.

“È in occasioni come questa che viene messo alla prova tutto ciò che abbiamo appreso. Non dimenticare che la pazienza non si esercita soltanto a parole”.

Poi compose una breve poesia che diceva: “L’aggressore e l’aggredito: semplici attori di un dramma che dura il tempo di un sogno”.

LE MEMBRA INTRECCIATE

Sette matti furono invitati a partecipare ai festeggiamenti che si tenevano nel paese vicino. La sera, mentre tornavano a casa barcollando in evidente stato di ubriachezza, cominciò a piovere. Decisero allora di passare la notte al riparo di un grande albero. L’indomani mattina, al loro risveglio, l’aria risuonò dei loro pianti e lamenti

“Che succede?”, chiese un passante.

“Ieri sera ci siamo addormentati tutti insieme sotto quest’albero, signore”, spiegò uno dei matti. “Questa mattina ci svegliamo e ci troviamo con gli arti così aggrovigliati fra loro che non sappiamo più distinguere a chi appartengano”.

“Ho una soluzione”, esclamò il viandante. “Datemi uno spillo”. Ficcò lo spillo nella prima gamba che trovò.

“Ahi!”, gridò uno.

“Ecco fatto”, gli disse quello. “Questa è la tua gamba”. Poi punse un braccio.

“Ahi!”, urlò un altro, rivelandosene il proprietario. E così via, finché tutti gli arti furono districati e i matti se ne tornarono allegramente al villaggio, forti dell’esperienza fatta.

Quando il tuo cuore parteciperà in modo istintivo alle gioie e ai dolori degli altri, saprai che ti sarai sbarazzato del tuo io e godrai l’esperienza del tuo “essere uno” con la razza umana, e finalmente conoscerai l’amore.

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VERITÀ

LA VITA È COME UNA TAZZA DI TE

La verità non sta nelle formule…

Un uomo prendeva il tè con un amico al ristorante. Fissò a lungo la tazza e poi disse con un sospiro di rassegnazione: “Ah, amico mio, la vita è come una tazza di tè”.

L’altro ci pensò su per un po’, fissò a lungo la sua tazza e poi domandò: “Perché? Perché la vita è come una tazza di tè?”

Rispose l’uomo: “Come faccio a saperlo? Non sono mica un intellettuale!”

UNA CONDANNA PIÙ MITE

… né nelle cifre…

“Prigioniero”, disse il giudice, “siete dichiarato colpevole in base a ventitré capi d’accusa. Vi condanno quindi a un totale di centosettantacinque anni di prigione”.

Il prigioniero, un uomo anziano, si mise a piangere Il giudice assunse un’aria meno severa.

“Non era mia intenzione essere crudele”, disse. “So che la pena a cui siete stato condannato è molto severa, ma non è necessario che la scontiate tutta”.

Negli occhi del prigioniero balenò un lampo di speranza.

“Proprio così”, affermò il giudice. “Fatene più che potete”.

GOVERNANTI PER I PRETI

Un vescovo aveva stabilito che le governanti dei preti avessero almeno cinquant’anni. Fu assai sorpreso di scoprire, in occasione di una visita pastorale, un prete il quale era persuaso di osservare la regola tenendo presso di sé due governanti di venticinque anni ciascuna.

IL NOME DEL PRIMOGENITO

… e neppure nei nomi…

Al momento di dare un nome al primogenito, marito e moglie cominciarono a litigare. Lei voleva che si chiamasse come suo padre e lui come il suo. Alla fine andarono a chiedere consiglio al rabbino.

“Come si chiamava tuo padre?”, chiese il rabbino all’uomo.

“Abijah”?.

“E il tuo?”, chiese alla moglie.

“Abijah”.

“E allora che problema c’è?”, esclamò il rabbino confuso.

“Vede, rabbi”, spiegò la donna, “mio padre era un erudito e il suo un ladro di cavalli. Come posso permettere che mio figlio si chiami come un uomo simile?”

Il rabbino meditò a lungo sulla questione, che in verità era assai delicata. Non voleva che uno dei due pensasse di avere vinto e l’altro di avere perso, perciò alla fine disse:

“Ecco che cosa vi consiglio di fare. Chiamate il bambino Abijah, poi aspettate a vedere se diventa un erudito o un ladro di cavalli e saprete da chi avrà preso il nome”.

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IL PREZZO DELLA BICICLETTA

… o nei simboli…

“Mi hanno detto che hai venduto la bicicletta”.

“Sì, è vero”.

“A quanto l’hai venduta?”

“Trenta dollari”.

“È un prezzo ragionevole”.

“Sì, ma se avessi saputo che quel tizio non mi avrebbe pagato gli avrei chiesto il doppio”.

IL LAVORATORE MOTIVATO

… o nelle teorie…

Il direttore, reduce da un seminario motivazionale, chiamò nel suo ufficio un impiegato e gli disse: “D’ora in poi lei sarà libero di pianificare e controllare il suo lavoro. Sono sicuro che ne deriverà un aumento di produttività”.

“Mi pagheranno di più?”, domandò il dipendente.

“No, affatto. Il denaro non costituisce un incentivo valido e un aumento di stipendio non dà alcuna soddisfazione”.

“Sì, ma se la produzione migliora, mi pagheranno di più?”

“Stia a sentire”, spiegò il direttore, “evidentemente lei non ha capito la teoria della motivazione. Porti a casa questo libro e lo legga; spiega quali sono le sue vere motivazioni”.

Mentre si allontanava, l’uomo si fermò e disse: “Se leggo il libro, mi pagheranno di più?”

LA TEORIA DELL’ORSACCHIOTTO

Una coppia non sapeva che cosa fare riguardo alla gelosia del figlio di tre anni nei confronti del fratellino appena nato. Trovarono un valido aiuto in un libro di psicologia infantile.

Un giorno in cui il piccolo era particolarmente nervoso, la madre gli disse: “Prendi questo orsacchiotto e mostrami quello che provi verso il fratellino”.

Secondo il manuale, egli avrebbe dovuto picchiare e calpestare il pupazzo, invece l’afferrò per le gambe e, con aria beata, Si avvicinò al fratellino e glielo sbatté in testa.

NASRUDDIN OFFRE IL SUO FIATO

… o nelle parole…

“Aspiro ad apprendere la spiritualità” confida al mullah Nasruddin un vicino di casa. “Verrebbe da me a parlarne?”

Nasruddin non promise nulla. Vedeva che quell’uomo aveva in realtà un’intelligenza superiore alla media ma capiva anche che coltivava l’illusione che fosse possibile trasmettere il misticismo a parole.

Qualche giorno dopo il vicino lo chiamò dal tetto: “Mullah, ho bisogno del suo aiuto per attizzare il fuoco. Le braci si stanno spegnendo”.

“Ma certo”, rispose Nasruddin, “il mio fiato è a tua disposizione. Vieni a casa mia e te ne darò tutto quello che riuscirai a portare”.

LA RICHIESTA DEL DIRETTORE D’ORCHESTRA

Un direttore stava provando con l’orchestra e disse al suonatore di tromba: “Ritengo che questa parte esiga una interpretazione più wagneriana. Capisce che cosa intendo dire? Qualcosa di più deciso, per così dire, più incisivo, che abbia maggiore intensità e profondità e…” Il suonatore l’interruppe: “Vuole che suoni più forte, signore?” E al povero direttore non restò che dire: “Si, è questo che intendevo!”

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NESSUN PROBLEMA SOLO OPPORTUNITÀ

… o negli slogan…

Un gruppo religioso aveva l’abitudine di servirsi per i Suoi numerosi incontri di un albergo il cui motto era scritto a lettere cubitali sulle pareti dell’atrio: NON ESISTONO PROBLEMI, SOLO OPPORTUNITÀ.

Un tizio si avvicinò al tavolo del portiere e disse: “Mi scusi, ma ho un problema”.

L’incaricato rispose con un sorriso: “Qui non ci sono problemi, signore, solo opportunità”.

“Chiamatelo come volete”, sbottò l’uomo. “C’è una donna nella mia stanza”.

UN INGLESE VINCE LA RIVOLUZIONE AMERICANA

… o nelle etichette…

Un inglese emigrò negli Stati Uniti e diventò cittadino americano. Quando ritornò in Inghilterra per le vacanze, una sua parente lo rimproverò di aver cambiato cittadinanza.

“Che cosa hai guadagnato diventando americano?”, ella domandò.

“Be’, tanto per dirne una, ho vinto la rivoluzione”, fu la risposta.

GLI INVERNI RUSSI

… o negli stereotipi…

Quando si trattò di tracciare la nuova linea di confine fra Russia e Finlandia, un agricoltore scoprì che sarebbe passata proprio in mezzo ai suoi terreni. Poteva quindi scegliere se restare in Russia o in Finlandia.

Egli promise di pensarci su seriamente e alcune settimane dopo annunciò che preferiva vivere in Finlandia. Fu assalito da un nugolo di funzionari russi furibondi, i quali cercarono di illustrargli i vantaggi di appartenere alla Russia invece che alla Finlandia.

L’uomo ascoltò tutto ciò che avevano da dire e poi dichiarò: “Sono perfettamente d’accordo con tutto ciò che dite. Ho sempre desiderato vivere nella Madre Russia, ma alla mia età non potrei sopravvivere a un altro di quei terribili inverni russi”.

L’AMORE DI UN DOTTORE IN FILOSOFIA

… o nelle distinzioni…

Un uomo stava preparando il dottorato in filosofia. La moglie si accorse di quanto egli prendesse sul seriò gli studi solo nel giorno in cui gli chiese: “Perché mi ami così tanto?”

Veloce come un lampo egli rispose: “Quando dici “così tanto”, ti riferisci all’intensità, la profondità, la frequenza, la qualità o la durata?”

Non è dissezionandone i petali che si coglie la bellezza della rosa.

UN CAVALLO OGNI POLLO

… né va cercata nelle statistiche… Nasruddin fu arrestato e condotto in tribunale con l’accusa di aver farcito le scaloppine di pollo che serviva nel suo ristorante con carne di cavallo. Prima di emettere la sentenza, il giudice volle sapere in che proporzione mischiava la carne di cavallo con quella di pollo.

Nasruddin rispose sotto giuramento: “Metà e metà, vostro Onore”.

Dopo il processo, un amico gli chiese che cosa intendeva dire esattamente con l’espressione: “metà e metà”.

Spiegò Nasruddin: “Un cavallo ogni pollo”.

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IL DUE PER CENTO DEGLI UOMINI

Un gruppo di boscaioli lavorarono per sei mesi nella foresta e c’erano con loro due donne, che cucinavano e facevano il bucato. Al termine del periodo due degli uomini sposarono le due donne. Il giornale locale riportò la notizia che il due per cento degli uomini aveva sposato il cento per cento delle donne.

PAURA DEI TOPI

… o nella logica…

L’omone si preparava a lasciare l’osteria alle dieci.

“Perché così presto?”, gli chiese l’oste.

“A causa di mia moglie”.

“Anche tu hai paura di tua moglie? Ma sei un uomo o un topo?”

“Di una cosa sono certo: non sono un topo, perché di quelli mia moglie ha paura”.

L’UOMO PIÙ IMPORTANTE DEL MONDO

Un professore di filosofia di Parigi dichiarò un giorno di essere l’uomo più importante del mondo e diede ai suoi studenti la seguente dimostrazione:

“Qual è la nazione più importante del mondo?”

“La Francia, naturalmente”, dichiararono tutti in coro.

“E qual è la città più importante della Francia?”

“Certamente Parigi”.

“E non è forse l’università il luogo più importante e sacro di tutta Parigi? E chi oserebbe dubitare che la facoltà più importante, più nobile di qualsiasi università è quella di filosofia? E ditemi, chi è il preside della facoltà di filosofia?”

“Lei”, risposero gli studenti in coro.

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IL DOLORE ALLA GAMBA È DOVUTO ALL’ETA’

Il dottore: “Il dolore alla gamba è dovuto all’età”.

Il paziente: “Dottore, non sono mica stupido! L’altra gamba ha esattamente la stessa età”.

PING-TING CERCA IL FUOCO

… o nelle astrazioni…

Disse un discepolo al maestro zen Hogen: “Quando studiavo con l’altro maestro ho capito in parte che cos’è lo zen”.

“E che cosa hai capito?”, chiese Hogen.

“Quando domandai al maestro chi fosse Buddha (inteso naturalmente nel senso di Realtà), egli mi disse: “Ping-ting cerca il fuoco””.

“Fu una bella risposta”, ammise Hogen.

“Temo però che tu l’abbia travisata. Dimmi che significato hai dato alle sue parole”.

“Ecco”, spiegò il discepolo, “Ping-ting è il dio del fuoco, quindi dire che il dio del fuoco cerca il fuoco è altrettanto assurdo del fatto che io, la cui vera natura è Buddha, chieda chi è Buddha. Come può uno che, sia pur inconsciamente, è in realtà Buddha, formulare una domanda su Buddha?”

“Ah, Ah!”, commentò Hogen. “Proprio come sospettavo! Sei completamente fuori strada. Perché non lo chiedi a me?”

“Benissimo. Chi è Buddha?”

“Ping-ting cerca il fuoco”, rispose Hogen.

Per me questa è un “po’” difficile.

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LA RISPOSTA DI GENSHA

Il grande Gensha invitò un giorno un funzionario di corte a prendere il tè.

Dopo i saluti di rito, il funzionario disse: “Non voglio sprecare l’occasione che mi è data di intrattenermi con un così grande maestro. Mi dica, che cosa si intende quando si dice che anche se fa parte della vita di tutti i giorni non lo vediamo?”

Gensha offrì all’uomo una fetta di torta, poi gli servì il tè. Dopo aver mangiato e bevuto, il funzionario, pensando che il maestro non avesse udito la sua domanda, la ripeté.

“Sì, certo”, rispose il maestro. “Ecco che cosa significa: che non lo vediamo anche se fa parte della vita di tutti i giorni”.

Quelli che lo sanno, non lo dicono, quelli che lo dicono, non lo sanno. I sapienti stanno zitti. Gli intelligenti parlano.

IL FARO NELL’OBLÒ

La verità può mutare.

Un passeggero si era perso fra i meandri di un grande transatlantico. Alla fine si imbatté in un cameriere e gli chiese di aiutarlo a ritrovare la sua cabina.

“Qual è il numero della cabina, signore?”, chiese il cameriere. “Questo non lo so, ma la riconoscerei subito, perché dall’oblò si poteva vedere un faro”.

PER DIECI ANNI SEMPRE LA STESSA ETA’

Il giudice: “Quanti anni ha?”

Il detenuto: “Ventidue, signore”.

Il giudice: “È quello che lei ci dice da dieci anni”.

Il detenuto: “È vero, signore. Io non sono di quelli che un giorno dicono una cosa e il giorno dopo un’altra”.

Un’attrice anziana: “Davvero non so la mia età. Continua a cambiare ogni minuto”.

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“IO NON SONO UNO STRANIERO”

Può essere relativa.

Un turista americano viaggiava all’estero per la prima volta. All’arrivo nel suo primo aeroporto straniero, dovette scegliere fra due ingressi diversi, uno con l’indicazione RESIDENTI e l’altro STRANIERI. Si precipitò subito verso il primo e quando gli fu spiegato che doveva fare la fila dall’altra parte, protestò: “Ma io non sono straniero, sono americano!”

IL PUBBLICO ERA UN DISASTRO

Quando il drammaturgo inglese Oscar Wilde arrivò al club a notte tarda, dopo aver assistito alla prima di uno spettacolo teatrale che era stato un vero fiasco, qualcuno gli domandò:

“Com’è andata la commedia stasera, Oscar?”

“Oh”, rispose Wilde, “la commedia è stata un gran successo. È il pubblico che era un disastro”.

NELLA CINA DEL SUD CANTANO GLI UCCELLI

e concreta…

Disse un giorno un monaco a Fuketsu: “Una volta avete detto una cosa che mi ha lasciato perplesso, e cioè che la verità si può comunicare senza parlare e senza stare in silenzio. Mi potreste spiegare che cosa significa?”

Fuketsu rispose: “Quando ero ragazzo nella Cina del sud, come cantavano gli uccelli fra le gemme in primavera!”

Penso, dunque sono inconsapevole: nel momento in cui penso dimoro nel mondo IRREALE dell’astrazione o del passato o del futuro.

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LA RANA E L’OCEANO

… e pur incommensurabile…

Una rana aveva trascorso tutta la sua vita in un pozzo. Un giorno ebbe la sorpresa di trovarvi un’altra rana.

“Da dove vieni?”, le domandò.

“Dal mare. È là che vivo”, rispose l’altra.

“Com’è il mare? È grande come il mio pozzo?”

La rana che veniva dal mare si mise a ridere.

“Non c’è confronto”, disse. La rana del pozzo finse interesse per ciò che la sua ospite raccontava del mare, ma dentro di sé pensava:

“Di tutti i bugiardi che ho conosciuto nella mia vita, questa è senz’altro la peggiore, e la più spudorata!”

Come si fa a parlare dell’oceano a una rana che vive in un pozzo, o della realtà a un ideologo?

LA FUNE SOSPESA SULL’ABISSO

La verità e ciò che uno fa.

I discepoli di Baal Shem un giorno chiesero: “Rabbi caro, dicci come dobbiamo servire Dio”.

Egli rispose: “Come faccio a saperlo?”

… poi raccontò loro l’episodio seguente: Un re aveva due amici che furono dichiarati colpevoli di un delitto e condannati a morte. Pur amandoli, il re non osò graziarli per timore di dare cattivo esempio al suo popolo, perciò emise il seguente verdetto: “Si stenda una fune attraverso un burrone profondo e ciascuno dei condannati vi cammini sopra, verso la libertà, o verso la morte, nel caso di caduta”.

Il primo riuscì ad arrivare sano e salvo dall’altra parte, l’altro allora gli gridò: “Amico, dimmi come hai fatto”.

E quello di rimando: “Che ne so? Ogni volta che pendevo da una parte, mi inclinavo verso quella opposta”.

Non si impara a scuola ad andare in bicicletta.

Il bambino all’elettricista: “Che cos’è l’elettricità?” “Veramente non lo so, ragazzo mio, però posso fare in modo che ti dia la luce”.

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LA VERITÀ STA NELLE FACCENDE DOMESTICHE

Un uomo chiese a Bayazid di prenderlo come suo discepolo.

“Se sei in cerca della verità”, gli disse Bayazid, “ci sono dei compiti da svolgere e dei doveri a cui assolvere”.

“Di che si tratta?”

“Dovrai attingere l’acqua e tagliare la legna, pulire la casa e cucinare”.

“Ma io sono in cerca della verità, non di un lavoro”, replicò l’uomo mentre si allontanava. Poco dopo la morte del rabbino Mokshe, il rabbino Mendel di Kotyk chiese a uno dei discepoli: “A che cosa più di tutte dava importanza il tuo maestro?”

Il discepolo ci pensò su un attimo e poi rispose: “A quello che stava facendo in quel momento”.

“A TE DARÒ IL MIDOLLO”

Si esprime soprattutto nel silenzio…

Bodhidharma è considerato il primo patriarca zen. Fu lui a introdurre il buddhismo dall’India alla Cina nel sesto secolo. Quando decise di ritornare a casa, radunò i suoi discepoli cinesi per scegliere un successore.

Per mettere alla prova la loro capacità di percezione, pose a ciascuno la seguente domanda: “Che cos’è la verità?”

Dofuku rispose: “La verità è ciò che non si può né negare né affermare”.

Bodhidharma disse: “Avrai la mia pelle”.

La monaca Soij dichiarò: “È come la visione della terra di Buddha avuta da Ananda, un lampo che subito svanisce”.

Bodhidharma commentò: “A te darò la mia carne”.

Doiku disse: “I quattro elementi, il vento, l’acqua, la terra e il fuoco, sono vuoti. La verità è il nulla”.

Bodhidharma replicò: “Tu avrai le mie ossa”.

Alla fine il maestro si volse verso Eka, il quale si prostrò a terra, sorrise e restò in silenzio.

Bodhidharma disse: “A te darò il mio midollo”.

 

 

IL SUCCESSORE È HUI-NENG

Il quinto patriarca zen, Hung-jun, scelse Hui-neng come successore fra monaci. Quando gli chiesero il perché della egli rispose: “Gli altri quattrocentonovantanove hanno dimostrato di conoscere perfettamente il buddhismo. Soltanto Hui-neng non ci capisce nulla. È il tipo di uomo che non rientra negli schemi comuni, perciò è toccato a lui lo scettro della vera successione”.

NON SI DEVE CONFONDERE LA GIURIA

… e richiede quella qualità straordinaria dell’animo umano che è l’apertura mentale…

La storia racconta che quando il Nuovo Messico entrò a far parte degli Stati Uniti e nel nuovo stato si inaugurò la prima seduta del tribunale, il giudice che fungeva da presidente era un ex cowboy e accanito cacciatore di indiani. Egli prese posto dietro la scrivania e diede inizio al processo.

Un uomo era stato accusato di avere rubato dei cavalli. Iniziò a parlare l’avvocato della pubblica accusa, che interrogò la vittima e i testimoni.

L’avvocato della difesa si alzò quindi in piedi e disse: “Ed ora, vostro Onore, vorrei presentare la versione dei fatti del mio cliente”.

Replicò il giudice: “Sedete. Non è necessario, servirebbe solo a confondere la giuria!”

Se hai un orologio solo sai l’ora. Se ne hai due non sai mai qual è quella giusta.

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BUSSANO NEL CUORE DEL CERCATORE

… e un cuore indomito.

Il cercatore sentì bussare forte nel suo cuore.

“Chi è?”, chiese quello spaventato.

“Sono io, la Verità”, fu la risposta.

“Non essere ridicola”, replicò il cercatore. “La Verità parla in silenzio”.

E questo, con grande sollievo dell’uomo, eliminò il rumore.

Quello che lui non sapeva è che a produrre quei colpi erano i battiti del suo cuore pieno di paura.

La verità che ci fa liberi è quasi sempre la verità che non vorremo udire.

Perciò quando affermiamo che una cosa non è vera, molto spesso ciò significa che non ci piace.

IL BIGLIETTO DI RIFIUTO CINESE

La sua chiarezza non ha bisogno di essere offuscata dalle buone maniere…

Il biglietto di accompagnamento con cui una casa editrice cinese restituisce il manoscritto al suo autore: “È con estremo piacere che abbiamo ponderato il suo manoscritto.

Tuttavia, nutriamo il timore che la pubblicazione della sua opera straordinaria ci ponga nell’impossibilità di dare alle stampe un altro lavoro che non sia alla stessa altezza.

E ci è difficile immaginare che ciò possa accadere prima dei prossimi cento anni.

È così che, con infinito rincrescimento, siamo costretti a restituirle la sua incredibile creazione, pregandola mille volte di perdonare la nostra scarsa lungimiranza e pusillanimità”.

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CHI È CHE GUIDA?

… e dal modo di esprimersi nelle diverse culture.

Una ragazza americana che prendeva lezioni di ballo in una scuola di danza all’antica mostrava una certa tendenza a guidare il proprio cavaliere, il che spingeva spesso quest’ultimo a protestare: “Ehi! Ma chi è che guida, tu o io?”

Un giorno le capitò come cavaliere un ragazzo cinese, il quale, dopo aver danzato con lei per pochi minuti, sussurrò con garbo: “Non è in genere preferibile che nel corso della danza la dama metta da parte qualsiasi pregiudizio circa la direzione in cui la coppia si muove?”

NATURALMENTE STAI ANDANDO A CALCUTTA

Talvolta è mascherata dalla sincerità…

Due commessi viaggiatori s’incontrano sulla banchina della stazione.

“Salve”.

“Salve”.

Silenzio.

“Dove stai andando?”

“A Calcutta”.

Silenzio.

“Stammi a sentire! Quando dici che vai a Calcutta, sai bene che io penserò che in realtà vai a Bombay. Si dà invece il caso che io sappia che tu a Calcutta ci vai davvero e allora perché non dici la verità?”

“PAPA’, SONO TORNATO”

… e talvolta è rivelata dalle menzogne…

Un soldato fu mandato in gran fretta a casa dal fronte perché il padre stava morendo. Per lui era stata fatta un’eccezione perché egli era l’unico familiare che gli restava. Quando varcò la soglia del reparto di rianimazione si accorse subito che l’uomo semincosciente e pieno di tubicini non era suo padre. Qualcuno aveva commesso un errore madornale e aveva rispedito a casa la persona sbagliata.

“Quanto gli resta ancora da vivere?” egli chiese al dottore.

“Ancora poche ore. Siete arrivato appena in tempo”.

Il soldato pensò al figlio del morente che combatteva Dio solo sa a quanti chilometri di distanza. Pensò al vecchio che restava attaccato alla vita nella speranza di rivedere il figlio ancora una volta prima di morire e prese una decisione.

Si curvò verso il malato, gli prese la mano e disse dolcemente: “Papà, sono qui, sono tornato”.

Il morente afferrò la mano che l’altro gli Porgeva; volse in giro gli occhi ormai incapaci di vedere, il viso si distese in un sorriso sereno e restò così finché sopravvenne la morte, un’ora più tardi.

IL PADRE DELLA VITTIMA

… ma sempre a proprio rischio e pericolo…

In una cittadina era avvenuto un incidente d’auto. La vittima era circondata da una tale ressa di persone che un giornalista non riusciva ad avvicinarsi abbastanza per vederla.

Gli venne allora un’idea. “Sono il padre della vittima!”, gridò. “Per favore, fatemi passare”.

La folla gli fece largo ed egli poté arrivare al punto esatto in cui era avvenuto l’incidente, scoprendo, con grande imbarazzo, che la vittima era un asino.

GLOSSARIO

ANANDA: Cugino e discepolo prediletto del Buddha.

ASHRAM: Eremitaggio o monastero nelle religioni indiane. Ora indica una casa comune dei devoti di un guru. Funziona come centro per la formazione dei credenti e per la trasmissione del messaggio del guru.

BAAL: Termine che significa “signore, padrone” e presso i semiti veniva dato a varie divinità.

BODHIDHARMA: Leggendario fondatore della setta buddhista Ch’an in Cina.

BUDDHA (“L’illuminato”): Siddharta Gantama, un saggio della tribù dei sakya vissuto in India nel secolo VI a.C. e fondatore del Buddhismo. È pressoché sicuro che alla base del B. ci sia stata una figura storica, anche se alcune correnti del mahayana considerano la cosa come priva di importanza. Ogni essere umano o figura celeste che ha raggiunto l’Illuminazione.

CALIFFO (“deputato” o “rappresentante”): Titolo dei leader della comunità musulmana dopo la morte di Maometto.

CORANO: La parola di Dio nell’Islam, il libro della rivelazione fatta da Dio a Maometto e accolto come copia fedele del Corano eterno iscritto nel cielo. I primi tra i califfi (= “rappresentante”: titolo dei leader della comunità musulmana dopo la morte di Maometto) raccolsero il materiale, che acquisì poi la sua forma finale.

DERVISCIO: Mistico islamico appartenente a una delle confraternite che provocano l’estasi con il movimento, la danza e la recitazione dei nomi di Dio.

DISRAELI: Uomo politico e scrittore inglese (1804-1881).

GEISHA (“persona”): Nella società giapponese la G. è una vera artista. Ella è dedita al canto e alla danza, all’arte del conversare con grazia, alla cerimonia del tè, alla composizione di poesie, ecc.

HAKIM: “Nostro dio e maestro” dei Drusi. Presso i popoli musulmani, nome dato a governanti o giudici.

KAABA: Piccolo edificio in muratura posto al centro del sacro recinto della Mecca, in cui è posta la pietra nera venerata nel rituale pellegrinaggio islamico.

MAHABHARATA: Il più ampio poema epico della letteratura indiana e mondiale, composto da oltre 100.000 strofe.

MECCA (LA): Città santa dell’Islam nell’Arabia Saudita, luogo di nascita di Maometto e, in seguito, base dello stato musulmano dopo la conquista avvenuta nel 630 d.C. Il pellegrinaggio a La Mecca, l’Hagg, è uno dei cinque pilastri dell’Islam, e tutti i musulmani si voltano verso di essa quando recitano la preghiera rituale cinque volte al giorno.

MULLAH: Forma persiana d’una parola araba che significa “maestro” o “studioso”, un esponente della legge sacra dell’Islam.

MUSULMANO: Credente nell’unicità di Dio e nella missione Maometto.

NAMAAZ: La preghiera canonica musulmana presso i persiani.

RABBINO: Nel Giudaismo moderno è un ministro della comunità, un predicatore e un capo del culto sinagogale.

ROTARY CLUB: Associazione fra uomini d’affari, fondata dall’americano P.P. Harris nel 1905. Il nome deriva dal fatto che i primi associati si riunivano “rotativamente” nella dimora di ogni singolo membro. Scopo: 1. Subordinazione di ogni attività all’utilità sociale. 2. L’osservanza della più alta moralità professionale. 3. Lo sviluppo della conoscenza reciproca per un miglior “servizio sociale”. 4. Il progresso della cultura e dell’armonia sociale attraverso scambi intellettuali, ecc.

SAMURAI: Membro di una casta aristocratica giapponese antica con ideali cavallereschi.

SATORI: Nome dato dai buddhisti giapponesi a una forma di folgorazione improvvisa. – Illuminazione nel buddhismo zen.

SHINGON: Setta buddhista giapponese.

SUFISMO: Movimento mistico islamico sviluppatosi nel secolo VIII d.C. in reazione alla mondanità della dinastia degli Ommiadi. I sufiti cercavano l’esperienza diretta di Allah (= Dio supremo, uno e unico, predicato da Maometto) mediante pratiche ascetiche. Dapprima gli ortodossi li respinsero, ma oggi gli ordini sufiti sono accettati sia tra i Sunniti (maggioranza del 90%; governo mediante il consenso della comunità, diretto da un califfo) che tra gli Sciiti (minoranza del 10%, governata dalI’Iman, un successore di Ali).

SULTANO (arabo sultan = signore): Titolo dei sovrani turchi, introdotto da Bayazet I (1389).

SUTRA: Nella letteratura indiana, sono brevissimi aforismi di cui si compongono vari trattati di filosofia, grammatica e letteratura scientifica.

TAG MAHALL: Celebre mausoleo indiano che sorge ad Agra.

TALMUD: Significa “studio”. È la trascrizione della legge orale. Esso comprende insegnamenti, commenti, ecc., trasmessi da Mosè fino ai Profeti, il cui complesso costituisce la Misnah.

UPANISHAD: Nome dato a una serie di testi filosoficoreligiosi dell’India (formano l’ultima parte dei Veda).

VEDA: Nome dei testi indiani più antichi compresi in quattro raccolte.

VYASA: Mitico saggio indiano, autore fra l’altro del “Mahabharata”.

YOGA: Dominio dei diversi componenti della individualità umana, allo scopo di ottenere l’unione dell’anima individuale con l’Anima universale.

ZAZEN: Nome con cui i buddhisti giapponesi designano la seduta di meditazione.

ZEN: Nelle versioni buddhistiche più antiche ha il significato di “pensare” e di “agire”; nelle versioni più recenti significa “riposare nel pensiero”.

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