LE SETTE PAROLE DEL CUORE

 

 

 

 

Le sette parole del cuore

Le sette parole del cuore

 

PREFAZIONE

Tra le tante citazioni bibliche in cui è coinvolto il cuore (circa ottocento) vorrei prendere spunto da quella utilizzata da Gesù per chiudere la parabola del seminatore e spiegare il segreto di quanti riescono a portare frutto: “Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza” (Lc 8,15).

Ascoltare e accogliere iò seme della Parola in un cuore pieno di bontà e ben armonizzato è l’unica strada da percorrere per sperimentare la ricchezza della grazia.

Ma come fare? I testi sacri, oltre a dirci l’importanza del cuore ritornano spesso su quanto esso sia difficile da governare e da curare.

Contrariamente a quanto la nostra mentalità occidentale possa ritenere, il cuore nella Bibbia non ha nulla a che fare con la dimensione del sentimento. La via del cuore indica, piuttosto, la centralità dell’essere, la realta da cui dipendono le scelte, la volontà o meno di portarle avanti. Tutto parte dal cuore. Dal cuore dell’uomo escono i propositi di male (Mc 7,21) ed è proprio per questo che Dio promette di dare al suo popolo un cuore nuovo (EZ 36, 26), promessa che realizzerà pienamente mandando il suo Figlio e facendo di questo il cuore della nuova creazione. La riflessione sul cuore coinvolge Dio, che nel rapporto con l’umanità dà tutto se stesso e si commuove con viscere di misericordia, facendo scattare il cuore ogni volta che i suoi figli si allontanano da Lui; ma coinvolge anche il credente, chiamato ad avere un cuore docile, un cuore che sappia ascoltare, un cuore intelligente, un cuore che con lucidità riesca a individuare in Dio il Sommo Bene.

Il testo che l’autore ci offre si presenta come uno strumento molto snello e utile per “entrare” nei sentieri affascinanti del cuore. La scelta operata non è quella di un trattato astratto sulla dimensione affettiva nella Bibbia o nella tradizione cristiana; è quella di un percorso che mette insieme la ricchezza della Parola, la grazia offerta dai sacramenti e l’impegno da prendere attraverso segni che coinvolgono gruppi, famiglie, parrocchie, presbiteri… L’autore ha inteso tradurre la ricchezza del cuore attraverso sette parole che derivano da esso etimologicamente delineando quello che potremmo chiamare “un cuore all’opera”. Un cuore che riesce a trovare la giusta armonia con gli altri – accordarsi – che diventa forza, soprattutto nei momenti più difficili – coraggio – che si impegna a mettere tutto se stesso dentro i rapporti umani – cordialità – che prova a riannodare anche la memoria a un percorso di bene possibile – ricordare – che si attiva concretamente come artigiano di pace – concordia – che riesce a dare forza a chi l’ha perduta – rincuorare – e che non smette di indicare con speranza di vita eterna – cordoglio.

Il risultato è un testo molto gradevole, che si legge facilmente e che può aiutare ogni cristiano e le nostre comunità a ragionare di più con il cuore per essere in sintonia con Dio. Papa Francesco, chiedendo a tutta la Chiesa di vivere il Giubileo della misericordia di qualche anno fa, in fondo ci ha chiesto – e continua a farlo quotidianamente con il suo magistero – di ritornare a questa sorgente della rivelazione cristiana. La buona notizia che è Gesù e che Lui stesso è venuto a farci conoscere, è che Dio ci ama e ci salva “mentre noi eravamo peccatori” (Rm 5,8) e che fa festa quando noi, nella nostra libertà, ci decidiamo di tornare verso di Lui (Lc 15). La fede cristiana non punta sui meriti dei più bravi ma sulla gratuità dell’amore di un Dio che si getta dietro le spalle i nostri peccati (Is 38,17) e che è sempre pronto a ripartire dal punto più basso dei nostri peccati. Se non riusciamo ad afferrare questo del Dio di Gesù Cristo rischiamo di della nostra fede una classe di scuola dove i più bravi vanno avanti e i più limitati rimangono indietro. La logica del cuore di Dio è rovesciata; Lui sceglie di fare degli ultimi i primi e di quelli che si sentono migliori degli altri, gli ultimi. Se si vuole fare dell’esperienza di fede un evento nuovo e sempre bello bisogna entrare in questa logica incomprensibile per il mondo ma quanto mai efficace e salvifica. E non solo. Una volta assaporata la bellezza del cuore di Dio bisogna impegnarsi con tutte le forze a farlo conoscere al mondo attraverso azioni all’insegna del cuore. Quelle che l’autore descrivere e spiega in questo libro e tutte le altre che scaturiscono da un cuore che ama e che si lascia amare da Dio. Di questo oggi il mondo e la Chiesa hanno bisogno. Non di maestri, di persone che sanno tutto di Dio, ma di uomini e donne semplici che raccontano con la loro vita il cuore di Dio, che sanno dare coraggio dove gli altri (tanti purtroppo) hanno gettato la spugna, che portano concordia dove regnano liti e contrasti, che ricordano il bene avuto e scordano il male subito, che si sanno commuovere davanti ai tanti malcapitati di questo tempo e, come il buon samaritano, si chinano, fasciano le ferite, si caricano sulle spalle e pagano di persona perché l’altro abbia sempre vita e felicità.

Quella del cuore e della tenerezza, pertanto, non è soltanto una sottolineatura di nicchia ma è, a mio avviso, l’asse portante della teologia e il perno della testimonianza di ogni credente; se vogliamo è la profezia richiesta alla Chiesa di oggi nel tempo dell’indifferenza e dell’egoismo esasperato. Mi auguro che la lettura di questo libro e i tanti gesti concreti che esso suggerisce aiutino tanti a ritrovare la via del cuore e a praticarla generosamente.

Un proverbio arabo suona così: “lancia il tuo cuore davanti a te e corri a raggiungerlo”. Che tutti possiamo esercitarci in questa corsa fino al giorno in cui saremo abbracciati dal cuore grande e bello di Dio.

Le sette parole

 

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INTRODUZIONE

Con una straordinaria intuizione papa Francesco indisse per un anno intero un “Giubileo Straordinario della Misericordia”, tempo favorevole per la Chiesa “perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti” (Bolla Misericordia Vultus, 3).

E in quell’anno, il 2016, la nostra Caritas Diocesana di Novara accompagnò le Caritas e le comunità parrocchiali sulle Opere di Misericordia Spirituale: una Chiesa attenta alla crescita della persona (consigliare, insegnare e consolare) e alla riconciliazione delle relazioni (ammonire, perdonare e sopportare), sotto lo sguardo della divina Misericordia nella preghiera universale (pregare Dio per i vivi e per i morti).

Misericordia è una “parola del cuore”: dare il proprio cuore al misero.

Su questa scia nasce questo piccolo contributo, che vuole essere uno strumento di riflessione e confronto all’interno delle famiglie e comunità cristiane nel nostro cammino pastorale.

Oltre alla misericordia, altre sette parole contengono all’interno la radice “cuor” o “cor”: accordare, concordia, coraggio, cordialità, cordoglio, ricordarsi e rincuorare.

Nell’Antico Testamento troviamo questa citazione: “L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16,7).

Nel Nuovo Testamento i Vangeli ci riportano la missione di Gesù tesa a discordarsi da una religiosità dell’apparenza e dell’esteriorità, tipica dei farisei, per ricondurre l’uomo al cuore, luogo privilegiato con l’incontro con Dio.

Affidiamo, come Caritas Diocesana, questo lavoro alle nostre comunità cristiane: sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, laici, operatori pastorali e ai vari ministeri di servizio, di accoglienza e di prossimità: possano camminare sulla strada del Regno di Dio aprendo il proprio cuore al disegno e alla volontà di Dio.

Un particolare ringraziamento al Card. Francesco Montenegro, a don Bruno Ferrero, a padre Michael Davide Semeraro e a Paola Avvignano per la disponibilità e per aver accettato, con i loro contributi, di portarci ancora di più al cuore della sorgente della vita cristiana .

don Giorgio Borroni

direttore Caritas Diocesana Novarese

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NOTA METODOLOGICA

Ogni capitolo fornisce del materiale su una parola del cuore, finalizzato a momenti d’incontro, di riflessione, di confronto nel cammino pastorale e di preghiera (esercizi spirituali parrocchiali, giornate di ritiro, momenti di spiritualità durante l’Avvento o la Quaresima).

la par del cor“La parola del cuore” è un testo evangelico o un brano del Nuovo Testamento che dà lo sfondo entro cui si colloca la parola di riferimento;

i percorsi del cuorsegue “I percorsi del cuore”, una riflessione divisa in quattro punti che vuol dare alcuni spunti di approfondimento personale o di gruppo;

la favola del cuordon Bruno Ferrero ha saggiamente composto “La favola del cuore”, accompagnandola con una breve attualizzazione;

i segni del cuorogni parola è stata abbinata ad un sacramento ed ecco “I segni del cuore”, con alcuni interrogativi su come essi vengono vissuti all’interno delle nostre comunità;

i gesti del cuor“I gesti del cuore” sono degli spunti che possono aiutare un confronto o un lavoro di gruppo in un cammino di comunità e offrono anche indicazioni concrete per tradurre le parole nel vissuto;

in alto i nostri cuor“In alto i nostri cuori” è il mirabile contributo di padre Michael Davide che sintetizza la nostra riflessione in una preghiera corale di affidamento al Signore.

NOTA SUI COLORI

verdeAC-COR-DARSI:Il verde è un colore tranquillo, pacifico, che ci ricorda un prato verde di montagna o le foglie nuove di un albero in primavera. La stretta di mano è il simbolo del “mettersi d’accordo”, quel gesto tanto importante compiuto anche durante la messa domenicale che riporta o conferma la pace che germoglia nel nostro cuore.

gialloCor-aggio: Il giallo è un colore solare, ha grande forza e vitalità; il riferimento alla tragica vicenda di piazza Tienanmen deve farci pensare al coraggio delle proprie idee, la fermezza e la forza anche ad una situazione davanti a noi.

AzzurroRi-cor-dare: Il blu è un colore profondo, spirituale, ci ricorda la notte. Ma anche nel buio della notte ci sono le stelle ad illuminare. Ed anche se può sembrare che la morte ci porti via una parte del nostro cuore, mantenere vivo il ricordo dei nostri cari ci aiuta ad andare avanti.

arancioCor-dialità: L’arancio è un colore che emana calore, vivace ed allegro; è sempre possibile trovare un punto d’incontro, una sintonia d’intenti e di passioni, anche quando le differenze tra le persone sembrano prevalere.

bluCor-doglio: Il viola è un colore spirituale, introspettivo come il blu, ma con la carica emozionale che gli viene dal rosso: consolare chi soffre, soffrire insieme a lui, capirlo e fargli capire che anche nel dolore non si è mai soli.

rossoRin-cuor-are: Rosso come il più forte dei sentimenti; ascoltare le persone, amare il nostro prossimo e avere sempre il coraggio di stare vicino a chi soffre, sostenendolo con la nostra presenza.

AzzurroCon-cor-dia: Il colore del cielo e del mare che, pur essendo diversi, trovano all’orizzonte il loro punto d’incontro, come le persone che condividendo idee e sentimenti costruiscono legami profondi e duraturi.

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AC COR DARSI

 

L’arte del conciliarsi,

del mettersi d’accordo

la parola del core

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LA PAROLA DEL CUORE

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (5,1-12)

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

“Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto,

perché saranno consolati.

Beati i miti,

perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che avranno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

Beati i misericrdiosi,

perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per la giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi a causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi”

I PERCORSI DEL CUORE

  1. ACCORDARSI: METTERSI D’ACCORDO, SULLO STESSO LIVELLO  i percorsi                       E SULLO STESSO PIANO.

Quando gli strumenti di un’orchestra vengono accordati , prima di una grande sinfonia, si cerca la stessa tonalità, data dalla nota del primo violino.

Tutti si accordano affinchè dalla moltitudine e dalla varietà dei suoni possa uscire una gradevole melodia.

Accordarsi è proprio questo: trovare quella linea comune dove si entra in sintonia con l’altro, dove si crea comunione e rispetto reciproco, dove si trovano luoghi e spazi comuni per entrambi e ci si sente a proprio agio, accettati e rispettati; accordarsi è quando due persone, nell’incontro, si sentono a “casa propria”.

A quel punto sgorga la lieta melodia dell’amicizia!

E’ indicativo come tutto questo nasca dal cuore e dalla sua cura, perché lì si coltiva la volontà di rimanere sullo stesso livello dell’altro.

Nel Vangelo di Matteo, al capitolo 5, dopo il brano delle Beatitudini, Gesù rivolge un invito: “Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in camminocon lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione” (Mt 5,25).

In questo caso trovare un accordo porta ad una risoluzione che aggrada entrambi le parti, per evitare qualsiasi deriva o degenerazione (dal giudice alla guardia, dalla guardia alla prigione).

Il disaccordo, al contrario, è “lo sminuire l’altro affinchè noi riusciamo a crescere per sentirci qualcuno. E’ un meccanismo brutto e da evitare, in fondo stiamo tutti procedendo verso lo stesso cammino” (Papa Francesco)

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2) ACCORDARSI: VIVERE LE BEATITUDINI.

Esse sono una sfida che Dio lancia all’uomo perché “non si conformi alla mentalità del suo tempo” (cfr Rm 12,2), ma sappia guardare in alto, elevarsi, ascoltare e accettare quel messaggio controcorrente della “sequela Christi”, a volte addirittura sconcertante e provocatorio.

E’ un Dio che si accorda con l’uomo, gli chiede di riscoprire le cose alte, di lassù; se l’uomo si eleva e trova il giusto accordo con Dio, potrà godere delle promesse che si riassumono nel centuplo quaggiù e nella vita eterna.

“Le beatitudini sono in qualche modo la carta d’identità del cristiano, che lo identifica come seguace di Gesù, affrontando i dolori e le angosce del nostro tempo con lo spirito e l’amore di Gesù. In tal senso, potremmo indicare nuove situazioni per viverle con spirito rinnovato e sempre attuale: beati coloro che sopportano con fede i mali che altri infliggono loro e perdonano di cuore; beati coloro che guardano negli occhi gli scartati e gli emarginati mostrando loro vicinanza; beati coloro che riconoscono Dio in ogni persona e lottano perché anche altri lo scoprano; beati coloro che proteggono e curano la casa comune; beati coloro che rinunciano al proprio benessere per il bene degli altri; beati coloro che pregano e lavorano per la piena comunione dei cristiani… Tutti costoro sono portatori della misericordia e della tenerezza di Dio , e certamente riceveranno da Lui la ricompensa meritata” (Papa Francesco, omelia a Malmö durante il viaggio apostolico in Svezia, 1 novembre 2016.

 

 

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3)ACCORDARSI: PERSEGUIRE LE COSE CHE UNISCONO.

E’ sinonimo di conciliarsi, cioè ritrovare quelle realtà che ci uniscono ed abbandonare quelle che ci dividono.

In fondo i concili, anche nella Chiesa, furono momenti per trovare e stipulare accordi su questioni.

Va detto che i nostri incontri e le nostre assemblee, da quelle parrocchiali a quelle politico-amministrative fino a quelle condominiali, non sono occasioni per trovare accordi.

Confessiamolo: non sono incontri che nascono dal cuore!

Si arriva con i coltelli tra i denti, agguerriti, pronti a far valere solo la propria idea, incapaci di ascoltare quella degli altri e si torna a casa senza accordi; solo convinti di aver rafforzato la propria ragione e dell’incapacità di porre ragionamenti logici da parte degli altri.

Stessa sorte hanno i talk-show e i dibattiti televisivi, a volte “sapientemente” premeditati, pensati e organizzati per diventare delle arene dove il dibattito non è occasione di confronto, ma di risse, rivalse e contese.

Non possiamo certo dire che siano luoghi orientati per ritrovare un accordo o uno spazio comune d’intesa.

Quanti incontri (così chiamiamo anche le nostre riunioni in parrocchia!) dove, in verità, non ci si incontra, dove l’impressione è che tutto sia già deciso dal parroco o al massimo da pochi.

Incontri che diventano un elenco d’informazioni o di cose da fare e non luoghi di dibattito e di crescita, partendo dai veri bisogni e costruendo insieme la vera pastorale.

Forse entrarono così anche i padri conciliari nella grande assise del Vaticano II di oltre 50 anni fa, pensando che già tutto fosse predisposto e segnato e durasse solo pochi mesi.

Poi ci si accorse che lavorava il cuore, cioè lavorava lo Spirito.

E si trovarono gli accordi, perché il Concilio fu il vero luogo per conciliarsi.

Una parola va di moda nelle nostre chiese è “sinodalità” , ossia percorrere lo stesso cammino, trovare una strada comune, far sì che la Chiesa si generi attraverso nuovi percorsi che “comunichino il Vangelo e il Regno di Dio in un mondo che cambia”.

Potremmo porre una domanda provocatoria contenuta nell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco: all’interno della Chiesa stiamo avviando processi oppure stiamo occupando spazi?

4)ACCORDARSI: RITROVARE L’ARMONIA NELLA DIVERSITA’.

Nella musica funziona esattamente così: un accordo è fatto di note diverse e armoniose tra loro.

Don Tonino Bello parlava di “convivialità di differenze”, laddove la convivialità sta nel sedersi intorno a un tavolo, ascoltarsi, apprezzarsi perché si è diversi, ritrovare la molteplicità senza appiattirla nell’omologazione e generare autentiche relazioni.

È il rispetto dell’altro, delle sue idee e della sua cultura, senza pretendere di convincere o di convertire, ma con la necessità di confrontarsi e crescere insieme.

Per far risuonare un accordo bisogna toccare  più corde o suonare più tasti contemporaneamente.

Accordarsi è anche un esercizio di simultaneità, dove il tempo ha la sua valenza: non bisogna correre né rallentare!

Bisogna sapersi aspettare, prendere lo stesso passo, perché i ritmi diversi non diventino né disgreganti né devastanti.

È il cuore che batte allo stesso ritmo, che pulsa dando gli stessi segnali di speranza, che dà il tempo giusto e si mette d’accordo con gli altri cuori.

Quando la diversità trova l’accordo scendono barriere e muri e ci si riapre all’incontro e alla voglia di gettare ponti.

Ma solo se le due rive da collegare sono simmetriche, sullo stesso piano, oltre la logica del prevalere o dell’annientare; solo nella logica dell’ascolto e del dono.

Accordarsi, per concludere, non è appiattirsi, ma fare lo sforzo comune di andare oltre il “proprio io”  per comprendere la logica più grande del “noi”.

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LA FAVOLA DEL CUORE                                    la favola del cuore

I DUE UOMINI CHE VIDERO DIO

In un villaggio polinesiano vivevano due uomini  continuamente in guerra uno contro l’altro.

Ad ogni più piccolo pretesto scoppiava una lite.

La vita era diventata insopportabile per l’uno come per l’altro. Ma anche per tutto il villaggio.

Un giorno alcuni anziani dissero ad uno dei due: <<L’unica soluzione, dopo averle provate tutte, è che tu vada a vedere Dio>>.

<<D’accordo, ma dove?>>.

<<Niente di più semplice. Basta salga lassù sulla montagna e la tu vedrai Dio>>.

Dopo parecchi giorni di marcia faticosa giunse in cima alla montagna.

Dio era là che lo aspettava.

L’uomo si stropicciò invano gli occhi; non c’era alcun dubbio: Dio aveva la faccia del suo vicino rissoso e antipatico.

Ciò che Dio gli disse, nessuno lo sa.

In ogni caso, al ritorno nel villaggio non era più lo stesso uomo.

Ma nonostante la sua gentilezza e la sua volontà di riconciliazione con il vicino, tutto continuava ad andare male, perché l’altro inventava nuovi pretesti di litigio.

Gli anziani si dissero: <<È meglio che anche lui vada a vedere Dio>>.

Nonostante la sua ritrosia, riuscirono a persuaderlo.

E anche lui parti per l’alta montagna.

E lassù anche lui scoprì che Dio aveva il volto del suo vicino…

Da quel giorno tutto è cambiato e la pace regna nel villaggio.

IN FONDO AL CUORE

“Tu non ti farai nessun idolo scolpito!”, ripete continuamente la Bibbia, in seguito al Decalogo donato da Dio sul Sinai. Così nessuna rappresentazione di Dio è tollerata nel popolo ebraico: sarebbe idolatria.

Eccetto una sola: l’uomo stesso. Perché l’uomo è stato creato a immagine di Dio.

Allora: Se vuoi vedere Dio, guarda il tuo fratello”.

Su un foglio azzurrino, tutto macchiato di lacrime, una ragazza scrisse così: “Non ho ancora quindici anni e tuttavia sono disperata. Sono più che viziata dai miei genitori che adoro, ma ai quali non confiderei mai ciò che scrivo a voi. A scuola sono brava, ma sono timida, chiusa, non ho amiche. Tengo a mente tutti i piccoli affronti, ingiurie, che professori e compagni mi infliggono (forse innocentemente) e ne soffro enormemente. Non ho nessuna amica, nemmeno compagne di scuola, perché esse non hanno i miei gusti, le mie stesse idee. Aggiungete a questo che non sono bella, i miei stessi genitori lo riconoscono e cercano di consolarmi; ma ciò che mi fa disperare di più è che nessun ragazzo s’interessa a me. Eppure dimostro quasi diciassette anni”. Firmato Cuore desolato.

Quanti “cuori desolati” durante quel periodo pur così bello, della vita che si chiama preadolescenza. Proprio quando il desiderio di amare e di essere amati si manifesta in modo più pressante. E non basta più l’affetto dei genitori, di fratelli e sorelle. Si cerca qualcun altro. L’amicizia diviene un bisogno imperioso. Facilmente però si insinuano nei preadolescenti dubbi e paure.

“Ho paura di non incontrare nessuno che mi aiuterà, che mi sarà amico”, “Mi fa paura la solitudine, la solitudine intesa come rimanere senza gli altri, senza qualcuno che ti capisca, ti appoggi, ti stimi”, “Mi sento sola e ho l’impressione di non aver nessuno accanto che mi vuole bene”, o paura di non aver amici”, “Ho paura di rimanere isolata dagli altri”.

Tutte queste paure sono destinate a sciogliersi come neve al sole, ma fanno soffrire.

L’arte di farsi degli amici si può imparare, quindi chi vuole avere un amico qualcosa deve fare.

Gli amici non piovono dal cielo e lamentarsi non basta di sicuro.

La prima cosa da fare per conquistare degli amici è ovvia: rendersi amabili.

Chi si aggira in mezzo alla gente con atteggiamenti da “cactus”, pungendo e ferendo dal mattino alla sera, non avrà mai amici.

E non è neppure questione di ipocrisia, per apparire migliori di quello che effettivamente si è.

L’ipocrisia non resiste a lungo con un vero amico.

Bisogna proprio diventare persone che gli altri trovano degne di amore. Bisogna diventare interessanti, simpatici, gentili, allegri, dolci, geniali, schietti, generosi, ottimisti… Tutti lo possono diventare. Ma lo devono volere. Tutte le qualità che magari si invidiano negli altri possono essere “costruite” in se stessi.

L’avventura dell’amicizia allora comincia da se stessi.

Proprio perché avere degli amici occorre avere qualcosa da donare, non di materiale, ma di spirituale: nella propria persona, nel proprio modo di fare e di essere.

 

 

 

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I SEGNI DEL CUORE__________________isegnidelcuore

 

L’”AC-COR-DO” DEL BATTESIMO

Il Battesimo: dono e compito. Dono del Padre che pone nel cuore dell’uomo il seme dell’eternità, compito dell’uomo di far crescere e germinare nella propria vita frutti di speranza e di carità nella fede del Risorto.

Ecco perché il Battesimo ci immette in questa vita di grazia:

  • ci inserisce in una comunità di fratelli e sorelle;

  • ci dona la forza dello Spirito e dell’amore per camminare sulla strada tracciata d Cristo, che non ci toglie le fatiche e le sofferenze, ma ci aiuta ad affrontarle con serenità.

  • Il Battesimo il battesimo che abbiamo ricevuto è quindi un accordo:

  • innanzitutto con Gesù, nel quale ci impegniamo a rimanere legati a Lui come il tralcio è unito alla vite. Se vogliamo portare frutto dobbiamo ritrovare vie di conciliazione e di riconciliazione con Colui che dà senso e significato alla nostra vita cristiana, “lavando le nostre vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (acqua benedetta e veste bianca), rinnovando la nostra fede in Lui (rinnovo delle promesse battesimali o recita della professione di fede), riscoprendo la bellezza e la forza dell’affidarci a Lui scegliendo ciò che è bello, buono e giusto (olio dei catecumeni e olio del crisma); ascoltando e proclamando la sua Parola di verità(lettura della parola di Dio e rito dell’effatà);

  • poi con i fratelli, coi quali coi quali ci impegniamo a costruire una famiglia umana. Nella responsabilità dei genitori e dei padrini e nella recita comune del Padre nostro riscopriamo il Battesimo non come un dono individuale e personale, ma come una responsabilità e una fede comune, dove c’è una comunità-madre che si prende cura dei suoi figli, li fa crescere, li educa e l’inserisce a pieno titolo all’interno di essa con i propri doni e talenti.

  • Nel Battesimo si stipula un patto, un accordo, un’alleanza.: Dio ci chiede fedeltà e ci dona, nel suo Spirito, la forza d’intraprendere questo lungo viaggio.

Ma come tutti gli accordi il Battesimo non chiede solo di essere stipulato, ma soprattutto rinnovato continuamente per non perdere la bussola e la direzione: rinnoviamo il dono per mantenere la freschezza e la bellezza del sentirci dati e donati a Dio e ai fratelli.

Rinnovare vuol dire ritornare alle origini, per ridare i giusti significati ai gesti e alle promesse di allora, pe ribadire che la fede non è vivere riti o ripetere preghiere, ma ritornare al cuore.

 

Il sacramento del Battesimo: quali percorsi messi in atto nelle nostre comunità per le famiglie? La celebrazione diventa anche occasione di catechesi e di coinvolgimento dell’intera comunità all’interno della liturgia domenicale oppure vengo sempre celebrati al di fuori della celebrazione Eucaristica? Dopo il Battesimo incontriamo ancora queste famiglie? Come valorizziamo la festa del Battesimo del Signore? Abbiamo durante l’anno altri momenti, dal punto di vista celebrativo o di riflessione, per approfondire l’importanza di questo sacramento e per rinnovare quel dono dell’origine?

 

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I GESTI DEL CUORE___________

 

“AC-COR-DARSI” IN 60 MINUTI

 

PER IL DIBATTITO IN PICCOLI GRUPPI

 

  • In ogni in cui viviamo le situazioni che ostacolano e dividono superano di gran lunga motivi di sintonia e di accordo.

Analizzando i vari ambiti (familiare e parentele, lavorativo, amicale, parrocchiale, associativo…) proviamo ad elencare le cause, le ragioni e le motivazioni delle divisioni, cercando di risalire alle origini, ai perché, senza fermarci ad evidenziare soltanto le manifestazioni di queste incomprensioni. [20 minuti]

  • Passiamo ora ad evidenziare i punti di forza: facciamo emergere gli accordi trovati, le alleanze fatte e i risultati ottenuti quando ci si è sforzati di mettere in atto percorsi di condivisione.

Anche su questo aspetto facciamo passare i vari ambiti di vita, narrando anche esempi concreti in cui il perseguimento di cose  che uniscono ha fatto nascere accordi efficaci e duraturi. [20 minuti]

DALLE PAROLE AI FATTI

  • Pensiamo ad un percorso o ad un’attività/evento da organizzare all’interno della nostra comunità parrocchiale (o anche dell’Unità pastorale missionaria), coinvolgendo il massimo numero di attori (amministrazioni pubbliche, scuole, associazioni civili e religiose, enti territoriali…).

L’ideale sarà individuare una tematica “trasversale” che potrebbe vedere coinvolte tutte le risorse in campo (la pace, l’ecologia e l’ambiente, la legalità, l’immigrazione… oppure anche solo valorizzare una tradizione o organizzare insieme una festa o un evento).

Siccome l’obbiettivo non sarà solo la buona riuscita della manifestazione o la raccolta dei fondi, ma la creazione di un processo volto a trovare accordi e alleanze con gli altri attori che vivono ed operano sul territorio, si consiglia di progettare il tutto con cura e di scandire le varie fasi per un corretto coinvolgimento di tutti. [20 minuti]

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la parola del core

LA PAROLA DEL CUORE_____________

 

DAL VANGELO SECONDO MARCO [6,45-52]

 Gesù costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché  non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli da solo, terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: << È un fantasma!>>, e si misero a gridare, perché tutti l’avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: << Coraggio, sono io, non abbiate paura!>>. E salì sulla barca con loro ed il vento cessò. E dentro di se erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.

 

 

i percorsi

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I PERCORSI DEL CUORE                       

 

1)CORAGGIO: DARE FORZA CONTRO LA PAURA

La paura avvinghia, rallenta, intimorisce e addirittura a volte, frena il cammino della vita di una persona.

È la paura di un bambino che piange fino a quando non si sente protetto nelle braccia della mamma, la paura del preadolescente di non sentirsi accettato e considerato nel gruppo; la paura dell’adolescente e del giovane di fronte alle strade che si aprono davanti a lui; la paura di due giovani sposi del futuro, del lavoro, del mutuo da pagare e di un figlio da mettere al mondo; la paura di due genitori di non aver fatto abbastanza per aver trasmesso i valori della vita ai propri figli; la paura della morte di chi abita da tempo un letto d’ospedale o di una casa di cura.

Oggi il grande lavoro da fare nella cura e nell’accompagnamento delle persone è quello di aiutarle a vincere e a superare le proprie paure, spesso ostacoli che incontrano nel cammino dell’esistenza, ma molte volte non insormontabili e comunque sempre occasioni da approcciare come momenti di crescita umana ed interiore.

2)CORAGGIO: LA PAROLA D’ORDINE DI JAHVÈ PER IL SUO POPOLO

La Scrittura, a partire dell’Antico Testamento, ci narra di un Dio valorso, forte, che guida il suo popolo e non lo abbandona nella sua miseria.

Coraggio è, nelle pagine veterotestamentarie, simbolo di forza e di potenza, che si esprime nel “non mollare mai”, nel raggiungere, al di là di tutto, i propri obbiettivi nella vita.

Coraggioso è il padre Abramo che lascia tutto sulla parola di Dio, anche pronto a sacrificare Isacco; coraggioso è il condottiero Mosè di fronte alle parole del roveto ardente e ai dinieghi del faraone; coraggioso è il piccolo Davide di fronte alla forza brutale di Golia; coraggiosi i tre fanciulli nella fornace o Daniele nella fossa dei leoni.

Queste figure, accanto  a belle immagini femminili quali Sara, Rebecca, Rachele, Debora, Giuditta, Ester, Anna e Rut, ci mostrano immagini di un coraggio legato alla fede, alla convinzione che da Dio viene quella forza necessaria per seguire le sue orme e i suoi decreti.

 

3)CORAGGIO: LA FORZA NUOVA INTERIORE DEL MESSIA.

Con Gesù riscopriamo il coraggio non solo come forza esterna che aiuta ad affrontare la fatica, il pericolo o la situazione problematica.

Il Gesù che nella tempesta sedata dice: <<Coraggio, non abbiate paura!>> oppure, dopo la Risurrezione: <<Coraggio, sono proprio io, non temete!>> rimanda ad una dimensione che è profondamente intima nell’uomo: la sua fede.

È lì che l’uomo ritrova il coraggio: nella preghiera come legame con un Dio misterioso e vicino, totalmente altro ma che,  nello stesso tempo non lo abbandona mai.

Tante volte Gesù si isola dai suoi discepoli e dalla folla per stare con l’Abbà, per ritrovare quell’energie e quella carica per predicare, consolare, ascoltare, capire e guarire le ferite sanguinanti di un’umanità sofferente e malata.

Anche in quell’ultima notte chiede all’Abbà jl coraggio di affrontare la prova, nell’abbandono, nel silenzio e nella preghiera.

Capisce che il momento è duro, troppo duro per essere affrontato dalle sole capacità e forze umane.

Deve trovare nella sua profondità quell’energia  e quel coraggio per arrivare ad “ad amare i suoi fino alla fine”, perché è venuto per fare la volontà del Padre.

Chiede ai suoi discepoli di vegliare con lui e di trovare lo stesso coraggio, ma loro non ce la fanno.

Affronterà le umiliazioni, le percosse e la via verso il Calvario, fino all’ultimo sospiro sulla croce.

Negli auguri pasquali del 1986 che don Tonino Belli inviò alla sua diocesi riscopriamo il vero senso del coraggio cristiano: <<Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti che abusano di voi. Coraggio, disoccupati. <<Coraggio, giovani senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad accorciare sogni a lungo cullati. Coraggio, gente solitaria, turba dolente e senza volto. Coraggio, fratelli che il peccato ha intristito, che la debolezza ha infangato, che la povertà morale ha avvilito. Il Signore è risorto proprio per dirvi che, di fronte a chi decide d’amare, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via. Auguri. La luce e la speranza allarghino le feritoie della vostra prigione>>.

 

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4)CORAGGIO: IL PICCOLO DAVIDE DI PIAZZA TIENANMEN.

Ai più giovani la suddetta piazza di Pechino, in Cina, dice poco.

A molti, invece, ricorda l’evento simbolo della rivolta del 1989, quando migliaia di giovani scesero in piazza e la loro rivolta sfociò in una sanguinosa repressione del partito comunista cinese, per anni censurata ed occultata al mondo intero.

Davanti agli occhi rimane l’immagine di un giovane che sbarra la strada a quattro carri armati che non possono procedere.

In quel 1989, anno simbolo di rivolte, rivoluzioni e di “nuove primavere” in tutto il mondo quel filmato divenne per sempre l’immagine del vero coraggio, quello biblico del piccolo Davide che, più che nelle sue forze fisiche, confida in chi può dargli la forza interiore per sconfiggere il gigante Golia.

Solo la forza che viene dal di dentro può frenare il cammino imperioso di chi, molto più forte e potente, può annientare e annullare chiunque con la violenza e la prepotenza.

Allora l’altra faccia della medaglia del coraggio, in questo caso è la scelta della non violenza, della risoluzione pacifica dei conflitti, del dialogo, della pace.

Il coraggio non è una gara “a braccio di ferro”; al contrario è trovare la forza interiore di sopportare, di amare, di perseverare nonostante le avverse circostanze della vita: per un cristiano, infine, è fare tutto questo nella completa accettazione, riscoprendo in questo il disegno e la volontà di Dio.

“Quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango, e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento. E il frate portinaio chiederà: Chi siete voi? E noi risponderemo: Siamo due dei vostri frati. E lui non riconoscendoci dirà che siamo due impostori, gente che ruba l’elemosina ai poveri, non ci aprirà lasciandoci fuori al freddo della neve, alla pioggia, alla fame mentre si fa notte. Allora se noi a tanta ingiustizia e crudeltà sopporteremo con pazienza ed umiltà senza parlar male del nostro confratello, scrivi che questa è perfetta letizia. E se noi costretti dalla fame, dal freddo e dalla notte, continuassimo a bussare piangendo e pregando per l’amore del nostro Dioil frate portinaio perché ci faccia entrare, e lui ci dirà: Vagabondi insolenti, la pagherete cara! E uscendo con un grosso e nodoso bastone ci piglierebbe dal cappuccio e dopo averci fatto rotolare in mezzo alla neve, ci bastonerebbe facendoci sentire uno ad uno i singoli nodi. se noi subiremo con pazienza ed allegria pensando alle pene del Cristo benedetto e che solo per suo amore bisogna sopportare, caro frate Leone, annota che sta in questo la perfetta letizia”

(da I Fioretti di San Francesco).

Per Frate Francesco il vero nome del coraggio è perfetta letizia.

 

 

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LA FAVOLA DEL CUORE  la favola del cuore

 

PERCHÈ AVETE PAURA?

Era una famiglia felice e viveva in una casetta di periferia.

Ma una notte scoppiò nella cucina della casa un terribile incendio.

Mentre le fiamme divampavano, genitori e figli corsero fuori.

In quel momento si accorsero, con infinito orrore, che mancava il più piccolo, un bambino di cinque anni.

Al momento di uscire, impaurito dal ruggito delle fiamme e dal fumo acre, era tornato indietro ed era salito al piano superiore.

Che fare? Il papà e la mamma si guardarono disperati, le due sorelline cominciarono a gridare. Avventurarsi in quella fornace era ormai impossibile… E i vigili del fuoco tardavano.

Ma ecco che lassù, in alto, s’aprì la finestra della soffitta e il bambino si affacciò urlando disperatamente: <<Papà! Papà>>.

Il padre accorse e gridò: <<Salta giù!>>.

Sotto di se il bimbo vedeva solo il fuoco e fumo nero, ma sentì la voce e rispose: <<Papà, non ti vedo…>>.

<<Ti vedo io e basta. Salta giù!>>. Urlò l’uomo.

Il bambino saltò e si ritrovò sano e salvo nelle robuste braccia del papà, che lo aveva afferrato al volo.

IN FONDO AL CUORE

Non vedi Dio. Ma Lui vede te. Buttati!

Non si può essere preparati a tutto. La vita è un’avventura attraverso cui impariamo e maturiamo. Ovviamente dobbiamo considerare attentamente tutte le possibilità.

Ma se aspettiamo di essere sicuri al cento per cento, rischiamo d’arrivare troppo tardi.

Quando stai per prendere una decisione importante,c’è sempre un momento di esitazione a firmare sulla linea tratteggiata.

Non tirarti indietro. Sei giunto sin qua ed hai riflettuto seriamente.

Non guardarti alle spalle.

Continua sulla tua strada con coraggio, e va avanti a testa bassa come un rinoceronte.

Talvolta devi far valere le tue convinzioni. Non puoi compiacere tutti quanti.

Non rinunciare solo perché hai paura che qualcuno possa criticarti.

Probabilmente ti farai qualche nemico, ma molti altri ti rispetteranno per aver preso posizione in difesa di ciò che credi.

Non scartare troppe occasioni.

Se insisti a voler essere più preparato, quando finalmente ti sentirai pronto forse nessuno ti offrirà più un’altra opportunità.

Sei pronto. Puoi accettare la sfida.

Al mattino, quando ti svegli, ripeti a te stesso: “Non voglio passare questa giornata passivamente, dedicandomi solo a ciò che gli altri mi dicono di fare. Prenderò l’iniziativa e costruirò il mio destino!”.

Fissati un obbiettivo per la settimana che ti aspetta. C’è differenza tra avere un obbiettivo e non averne.

Un risultato significativo può prendere l’avvio da un semplice pensiero.

Anche se il tuo sogno non ti sembra una gran cosa, non tenerlo per te stesso.

Parlane con gli altri. Una volta che ne avrai parlato a una decina di persone, sarà più probabile che si avveri.

Prova a fare queste due cose insieme: fai finta di essere già un campione e impegnati con diligenza per diventarlo. Ben presto vedrai colmato il divario tra finzione e realtà.

 

 

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IL “COR-AGGIO” DELLA CONFERMAZIONE

 

Il confermare un dono ricevuto richiede consapevolezza, impegno, responsabilità… coraggio!

Ci si chiede spesso quanto tutto questo possa abitare  nella fragilità di un preadolescente, anche dopo un intenso cammino di catechesi che dura anni.

In una certa stagione della vita,con le sue precarietà e debolezze, chiediamo al Signore di infondere la pienezza dei doni dello Spirito perché renda questi ragazzi “coraggiosi testimoni della risurrezione di Cristo”.

La Confermazione o Cresima rimane nelle nostre comunità cristiane un eccessivo e gravoso impegno per chi la riceve, mentre spesso non responsabilizza sufficientemente le famiglie dei cresimandi e l’intera comunità cristiana.

Andiamo per punti.

  • Il sacramento della Confermazione è innanzitutto un dono per il preadolescente, non solo un impegno. Lo contraddistinguono i doni dello Spirito Santo, che agisce nel cuore per condurre alle cose belle, forti e sapienti della vita umana.

 La consapevolezza che i nostri ragazzi devono avere nel cammino di questi anni sta nel custodire il dono, di non disperderlo, di farne tesoro, come Maria ha custodito a Nazareth nel suo grembo il dono del Verbo.

  Essi devono comprendere la grandezza del dono della fede che hanno ricevuto, dove la cosa importante non è capire e comprendere tutto, ma custodire nel proprio intimo la bellezza di un esperienza che segna, tocca e cambia la vita. E questa esperienza si chiama Gesù.

  • L’impegno e il coraggio sono delle famiglie e comunità cristiana, chiamate ad essere educanti: esse devono riconoscere le fragilità di questi ragazzi, non devono abbandonarli nel loro cammino di fede dopo il sacramento, né investirli di eccessivi compiti e responsabilità, continuando a svolgere il loro ruolo formante e pedagogico.

Le nostre comunità investono sulla preparazione al sacramento, salvo poi lamentarsi che dopo la Cresima non avremo più nessuno.

Ma la realtà tragica è che, per accorgerci di tutto questo, non abbiamo bisogno di aspettare dopo: lo sappiamo già prima!

Perché allora non abbiamo il coraggio di investire in cura e attenzione verso queste generazioni, limitandoci a lamentarci e a registrare amaramente queste continue emorragie ed abbandoni dopo il sacramento?

 

Il sacramento della Confermazione: quale accompagnamento prima e dopo il sacramento per i nostri ragazzi? Quale coinvolgimento delle famiglie? Quale attenzione pongono le famiglie e la comunità nella formazione umana e cristiana di questi ragazzi? Ci siamo rassegnati ad una situazione  di fatto o abbiamo il coraggio di mettere in atto percorsi ed esperienze nuove? Forse la domanda più scomoda può essere: quanto amiamo davvero questi nostri ragazzi avendo a cuore la loro educazione, crescita e maturazione in Cristo?

 

 

 

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I GESTI DEL CUORE                            

 

PER IL DIBATTITO IN PICCOLI GRUPPI

 

  • Coraggio è saper cambiare, sapersi affidare a Dio che fa nuove tutte le cose, saper andare contro corrente, saper cercare la novità della vita.

Siamo invece inseriti in gruppi, associazioni e parrocchie che hanno perso il coraggio di guardare avanti, sempre protesi al nostalgico passato, al “si è sempre fatto così”, paurosi e intimoriti solo all’idea di provare novi percorsi.

Analizziamo le tante cose che portiamo avanti per inerzia senza la forza e il coraggio di cambiarle.[20 minuti]

  • E’ il momento della “pars construens”: lo Spirito che abbiamo ricevuto è innovazione, è creatività, è coraggio di cambiare.

Prendiamo solo due o tre aspetti che abbiamo analizzato al punto precedente che potrebbro diventare priorità nella nostra vita, nella nostra famiglia, nella nostra comunità.

Immaginiamo ora cosa potremmo fare per cambiare a piccoli passi. [20 minuti]

DALLE PAROLE AI FATTI

 

  • Una comunità coraggiosa è una comunità che osa: possiamo pensare ad un gesto profetico che diventi eloquente per tutta la comunità cristiana? Può essere la destinazione di fondi per un’”opera segno”,può essere la volontà di dedicare tutti del tempo per un determinato settore di fragilità ( anziani, poveri, persone sole, persone diversamente abili), può essere la denuncia di una situazione di ingiustizzia sul territorio, senza far prevalere il tono polemico, ma mettendo in atto una testimonianza evangelica fatta di segni che perseguono la verità e la giustizia.

Diceva Giorgio La Pira: <<Io non sono un “sindaco”, come non sono stato un “deputato” o un “sottosegretario” […]. La mia vocazione è una sola, strutturale direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo>>.

Possiamo pensare di formare, a livello diocesano, di Vicariato o di Upm, persone e giovani su temi politici e sociali, capaci di portare azioni e testimonianze coraggiose nel mondo istituzionale, civile e associazionistico? Ci mancano i De Gasperi, La Pira, Frassati, Dossetti e tanti altri… Cosa possiamo fare per far crescere questi giovani e farli diventare cristiani adulti e impegnati nel mondo sociale e politico? [20 minuti].

 

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1) RICORDI: QUAND’ERO BAMBINO…

 

Quand’ero bambino i miei nonni mi raccontavano della guerra, dei campi di concentramento, dei sacrifici a “tirar grandi i figli a suon di patate e castagne” , del terribile suono della sirena che annunciava l’arrivo dei bombardieri.

Io ero piccolo: li guardavo in silenzio e ascoltavo i loro ricordi.

Quand’ero bambino i miei genitori mi raccontavano come si erano conosciuti e, davanti a foto sgualcite, ricordavano il giorno del loro matrimonio, il viaggio di nozze nella Città Eterna (com’erano belli!). E poi ancora il lavoro, la fatica ad accantonare i pochi risparmi per una casa e, in seguito, per dare un’istruzione e un’educazione a mio fratello e a me.

Io ero piccolo: li guardavo in silenzio e ascoltavo i loro ricordi.

Oggi, che sono diventato adulto, comprendo che i ricordi dei miei nonni e dei miei genitori non erano semplici ricordi della memoria, ma ricordi del cuore.

Loro, mentre con la memoria riandavano al passato, chiedevano a me l’atteggiamento mariano del “serbare tutte queste cose meditandole nel cuore”.

Io ero piccolo e, come dice San Paolo, “Quand’ero bambino parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino” (1 Cor 13,11).

Ora però sono adulto, chiamato ad abbandonare ciò che ero da bambino.

L’adulto è colui che fa scendere il ricordo dalla mente al cuore, rileggendo il passato, la storia e le radici come una grande scuola e palestra di vita.

 

2) RICORDARE: LA PASQUA PRIMA DELL’ESODO.

La celebrazione della Pasqua, prima dall’uscita dell’Egitto, fu un momento da ricordare per sempre dal popolo ebraico.

Il capitolo 12 del libro dell’Esodo descrive in maniera minuziosa, quando, dove e come celebrare la festa del passaggio ( che già avveniva in un contesto di pastori, in occasione della transumanza, come rito propiziatorio) dalla schiavitù alla liberazione.

“Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di celebrazione in celebrazione lo celebrerete come un  rito perenne” (ES 12,14).

Il signore chiede al suo popolo di ricordare la Pasqua non con la mente memoria), ma con il cuore (memoriale): ricordare qualcosa con la mente fa correre il rischio di dimenticare, ma se l’evento o l’avvenimento è ricordato  con il cuore diviene perenne, si infarcisce cioè di eternità.

Ognuno di noi è nella memoria di Dio, non solo nella mente, ma nel cuore (“Anche se una donna si dimenticasse del proprio figlio, io non mi dimenticherò mai” cfr Is 49,15), perché ha scritto il nostro nome sul palmo delle sue mani (cfr Is 49,16) e lassù nei cieli (cfr Lc 10,20).

Fin dall’inizio del racconto biblico ritroviamo le ragioni più profonde di tutto questo: l’amore di Dio per il suo popolo lo porta a stipulare un patto di sangue, un’alleanza che non avrà mai fine.

Jahvé sa che più volte si imbatterà nella fragilità e nell’infedeltà del suo popolo; nonostante questo si lega per sempre a lui, lo sceglie, lo ama, lo protegge, lo accompagna e lo salva.

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3)RICORDARE: IL MEMORIALE DELL’ULTIMA CENA

Il senso vero del ricordare e del ricordarsi sta tutto in quell’Ultima Cena, nel gesto di lavare i piedi, di spezzare il pane e di condividere il calice del vino.

“Hoc facite in meam commemorationem”.

Ricordare è ripetere, ricompiere, rifare un gesto del passato e riviverlo nel presente.

I discepoli non sono più bambini: hanno vissuto e condiviso con il Maestro tre anni di gioie e fatiche e la loro fede, seppur fragile , è cresciuta.

Quell’Ultima Cena non è solo la vigilia della Pasqua, ma anche della nuova Pentecoste: segnerà il tempo cello Spirito, dell’annuncio, della responsabilità e della testimonianza.

Quell’Ultima Cena, quell’ultima sera è quella del racconto, del ricordare, del custodire nel cuore affinché quei segni e gesti compiuti da Gesù contraddistingono per sempre il loro essere cristiani.

Dovranno quindi ricordare di spezzare il pane e di lavare  i piedi dei fratelli.

Dovranno celebrare l’Eucarestia e viverla nella Carità.

Dovranno servire i fratelli e portare la loro vita nell’Eucarestia.

Tutto questo sarà fatto nella memoria di Coluiche ha dato la vita per loro.

Questo, i cristiani, non dovranno mai dimenticarlo!

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4)RICORDARE: L’AZIONE DEL PRENDERSI CURA

Il ricordare e il ricordarsi, il fare memoria di qualcosa o di qualcuno nel proprio intimo, vuol dire  “prendersi cura”.

“Nella vita non raccogli ciò che semini, raccogli ciò di cui ti prendi cura”.

La fede è adulta perché non sta alla superficie, all’epidermide delle questioni, ma va in fondo, si interroga, vuole conoscere e sapere.

Molti cristiani hanno fede “da bambino”: non perché è semplice, ma perché è infantile.

Credono che la fede sia conoscere con la mente una serie di preghiere e di nozioni su Gesù, sia il ricordare delle formule, magari imparate a memoria negli anni del catechismo.

Il seme della fede è stato seminato in loro attraverso l’educazione cristiana, la catechesi e i sacramenti dell’iniziazione, ma poi non se ne sono presi cura.

Molti cristiani vivono le relazioni “da bambino”: non perché spontanee e autentiche, ma perché superficiali.

Credono sia importante relazionarsi con gli altri, essere comunità, vivere il dialogo e l’amicizia, ma poi sono troppo ricurvi su se stessi, le persone entrano nella loro vita come meteore e scompaiono così come u n giorno vi sono entrate.

Hanno seminato sul buon terreno di incontri, di colloqui e di amicizie, ma poi non hanno saputo dare continuità e costanza nel tempo e si sono persi.

Il prendersi cura significa pazienza, profondità, comprensione ed empatia.

Significa soprattutto affrontare i problemi conoscendoli

 e sviscerandoli in profondità, perché spesso le paure nascono dalle diffidenze, dai pregiudizi e dalle… dimenticanze, ossia dal non ricordare che, talvolta, anche noi ci siamo trovati nelle medesime situazioni e magari ne siamo usciti perché qualcuno si è preso cura di noi.

Proprio come dice il libro del Levitico: “Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio” (Lv 19,34).

 

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IL GIORNO DEL PADRE

Indossava il vestito più bello, di un luminoso color arancione, aveva i capelli raccolti con un nastro rosso e oro ed era pronta a uscire per andare a scuola. Era il “giorno del padre” e tutti i bambini sarebbero dovuti arrivare a scuola accompagnati dal loro papà. Lei sarebbe stata l’unica con la mamma.

La mamma le aveva suggerito di non andare perché i suoi compagni non avrebbero capito. La bambina voleva parlare a tutti del suo papà, anche se era un tipo diverso dagli altri.

A scuola c’era una folla di papà che si salutavano un po’ imbarazzati e bambini impazienti che li tenevano per mano.

La maestra li chiamava uno dopo l’altro e ciascuno presentava a tutti il suo papà.

Alla fine la maestra chiamò la bambina col vestito arancione e tutti la guardarono, cercando l’uomo che non era là.

<<Dov’è il suo papà?>> chiese un bambino.

<<Per me non ce l’ha>> esclamò un altro.

Dal fondo una voce brontolò: <<Sarà un altro padre troppo occupato che non ha tempo per venire>>.

La bambina sorrise e salutò tutti. Diede un’occhiata tranquilla alla gente, mentre la maestra la invitava a sbrigarsi. Con le mani composte e la voce alta e chiara, cominciò a parlare.

<<Il mio papà non è qui perché vive molto lontano. Io però so che desidererebbe tanto essere qui con me e voglio che sappiate tutto sul mio papà e quanto mi vuole bene. Gli piaceva raccontarmi le storie, m’insegnò ad andare in bicicletta. Mi regalava una rosa rossa alle mie feste e m’insegnò a far volare gli aquiloni. Mangiavamo insieme dei gelati enormi e, anche se non lo vedete, io non sono sola perché il mio papà sta sempre con me, anche se viviamo lontani. Lo so perché me l’ha promesso lui, che sarebbe stato sempre nel mio cuore>>.

Dicendo questo, alzò una mano e la posò sul cuore. La sua mamma, in mezzo alla schiera dei papà la guardava con orgoglio, piangendo.

Abbassò la mano e terminò con una frase piena di dolcezza: <<Amo molto il mio papà. È il mio sole e se avesse potuto, sarebbe qui, ma il cielo è lontano. Qualche volta, però, se chiudo gli occhi, è come se non se ne fosse mai andato>>.

Chiuse gli occhi e la madre sorpresa vide che tutti, padri e bambini chiusero gli occhi.

Che cosa vedevano? Probabilmente il papà vicino alla bambina.

<<so che sei con me, papà>> disse la bambina rompendo il silenzio.

Quello che accadde dopo lasciò tutti emozionati. Nessuno riuscì a spiegarlo, perché tutti avevano gli occhi chiusi, però sul tavolo ora c’era una magnifica rosa rossa.

E una bambina aveva ricevuto la benedizione dell’amore del suo papà e il dono di credere che il cielo non è poi così lontano.

 IN FONDO AL CUORE

Il cielo effettivamente non è lontano. Dio è ancora “incarnato”.

Ogni giorno un pezzo di cielo sulla terra, per esempio, è l’Eucarestia.

Una realtà, non una pia cerimonia.

C’è chi è morto per questa fede.

Come la piccola cinese Li, arrestata insieme con quelli del suo villaggio e tutti ammassati nella chiesa. Il commissario fa sfondare il tabernacolo e le ostie si spargono dappertutto.

<<È evidente che sono soltanto frottole… Se in questo pane ci fosse il vostro Cristo, non permetterebbe che io mi burli di lui…>>.

E il commissario giù a urlare: <<E adesso andatevene! E guai a chi ritornerà!>>.

Li aveva fatto la prima comunione nel mese di maggio. Da allora si era comunicata tutti i giorni, per l’esattezza quarantasette volte. Soffre troppo, lei che aveva chiesto a Gesù, al momento dell’arresto, di non permettere che i cattivi le impedissero di fare la comunione: <<Cosa farò, senza voi?>>, gli diceva.

L’indomani all’alba torna in chiesa, si prostra, va all’altare piegandosi a terra mangia un’ostia. Lo ripete tutte le mattine, non sapendo che avrebbe potuto consumare tutte le , ostie in una volta sola ma soprattutto perché voleva far durare la sua felicità.

Resta soltanto un’ostia. Li arriva come ogni mattina. Un colpo secco, seguito da risate. La bambina crolla. Ha ancora la forza di trascinarsi verso l’ostia per ingoiarla. Poche convulsioni e si rilassa: la piccola Li è morta. Ha salvato tutte le ostie.

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IL “RI-COR-DARE” NELL’EUCARISTIA

Fratelli e sorelle che si radunano attorno ad una mensa: invitati a mangiare la sua Parola, (“Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità” Ger 15,16), il suo Corpo (“Prendete e mangiatene tutti” Mt 26,26) e a bere il suo Sangue (“Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” Lc 22,20).

È un ricordo vivo che il Signore ci chiede di fare, non con la testa, ma con il cuore.

Mangiare e bere vuol dire che tutto entra in noi, anzi diventa noi stessi.

Non è memoria di un passato, ma memoriale del presente: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,21).

L’Eucaristia ci immerge in  questo mistero: Dio non è più totalmente altro da noi, un corpo esterno ed estraneo.

Egli diventa un tutt’uno con noi!

Noi che abbiamo aperto non la mente, ma il cuore a Lui, non possiamo essere quello che eravamo prima!

Nell’Eucaristia noi celebriamo che Dio ha per ognuno di noi:

Gli chiediamo perdono perché spesso, durante la settimana, ci siamo dimenticati di Lui, mentre Lui si è sempre ricordato di noi;

Lodiamo il suo nome glorioso perché non si stanca di accompagnare il cammino di ogni uomo;

-Lo ringraziamo per le meraviglie che opera quotidianamente in ognuno di noi;

-Gli affidiamo noi stessi, quello che siamo, le fragilità, le sofferenze, le preoccupazioni e i bisogni di questo mondo, affinché tutto possa diventare offerta a Lui gradita.

Infine lo accogliamo dentro di noi, non nella testa ma nel cuore, per farne tesoro e per non dimenticare quanto grande è stato il Suo Amore per ogni uomo.

Soprattutto non dimenticheremo se sapremo vivere questa certezza spezzando il pane della nostra vita con i fratelli durante la settimana che si apre davanti a noi.

Il Sacramento dell’Eucaristia: quale attenzione e cura presta la nostra comunità cristiana nella celebrazione eucaristica come momento di partecipazione  e di preghiera comune (accoglienza, gesti e segni, canti, preghiere, letture)? Possiamo dire che le nostre celebrazioni sono momenti di riflessione, ascolto, festa e vera condivisione? Tutte le persone dai bambini agli anziani, vengono considerati e valorizzati nella celebrazione eucaristica, creando una dimensione familiare, dove al centro c’è per tutti l’incontro con Cristo morto e risorto per noi?

 

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PER IL DIBATTITO IN PICCOLI GRUPPI

1)Nelle nostre famiglie il ricordo spesso si spegne. Il pensiero degli avvenimenti passati che hanno segnato la vita familiare sfuma, le feste non sempre sono vissute in famiglia, il ricordo dei cari defunti non sempre è un’occasione per ricordare i valori e gli insegnamenti trasmessi. Com’è cambiato il ricordo all’interno della famiglia in questi anni? [20 minuti]

2) Nelle nostre comunità il ricordo è guardare al passato e mantenerlo vivo nell’oggi. Le nostre tradizioni si tramandano nell’oggi ma spesso sono solo ripetizioni di gesti. I nostri giovani si allontanano dalle tradizioni e certe ricorrenze, civili e religiose, non trasmettono più nulla. Anche la Messa, memoriale della morte e risurrezione di Cristo, spesso non riesce a trasmettere la bellezza del ricordo. Perché? [20 minuti]

DALLE PAROLE AI FATTI

3)”Chi non ricorda, non sarà ricordato”. Proviamo a pensare a una serie d’iniziative volte a ricordare, a riaprire gli album di famiglia, a rinverdire qualche tradizione traducendola nell’oggi, a formare ed educare le nuove generazioni a non dimenticare il passato e a renderlo vivo nel presente. Pensiamo alle ricorrenze civili, alle feste familiari, alle ricorrenze liturgiche: quante occasioni abbiamo per scoprire com’eravamo e per riavvicinare legami per ritessere contatti familiari e comunitari.

[20 minuti]

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DAL VANGELO SECONDO LUCA [7,36-50]

Uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di Lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo disse tra sé: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: una peccatrice!”

Gesù allora gli disse: <<Simone, ho da dirti qualcosa>>. Ed egli rispose: <<Di pure, Maestro>>. <<Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?>>. Simone rispose: <<Suppongo sia colui al quale ha condonato di più>>. Gli disse Gesù: <<Hai giudicato bene>>. E volgendosi verso la donna, disse a Simone: <<Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco>>. Poi disse a lei: <<I tuoi peccati sono perdonati>>. Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: <<Chi è costui che perdona anche i peccati?>>. Ma egli disse alla donna: <<La tua fede ti ha salvata; vai in pace!>>.

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1)CORDIALITÀ: L’ESEMPIO DEL PADRE ABRAMO

Imbattersi in pagine “cordiali”, nei racconti dell’Antico Testamento, non è poi così difficile.

Fra tutte comunque vorrei citare l’incontro di Abramo con tre uomini alle Querce di Mamre (cfr Gen 18): egli si prostra a terra per supplicarli che sostino da lui, porta loro l’acqua perché possano lavarsi e chiede alla moglie Sara di impastare della farina e preparare delle focacce.

Abramo, in questo brano, esprime un’accoglienza “cordiale” attraverso dei gesti concreti, dove l’ospite è messo al centro di tutte le sue attenzioni.

Ma noi sappiamo che la vera accoglienza è tale non solo se si esprime in gesti esteriori, ma se essi sono l’espressione di un’autentica apertura del cuore.

Abramo accoglie nella propria dimora i tre uomini, ma nello stesso tempo  esprime la sua cordialità accogliendoli nel suo cuore: comprende che Dio è venuto a visitare la sua vita, a compiere una promessa, a mantenere un’alleanza.

Dio chiede spazio, chiede all’uomo di aprire il suo cuore per porre la sua tenda, la sua “Shekhinah”, la sua dimora in lui.

Da quel giorno la fiducia di Abramo nel suo Dio diventa illimitata, la sua fede grande perché la promessa di un figlio si è realizzata.

2) CORDIALITÀ: RICEVE IL PERDONO CHI SA VERAMENTE AMARE!

La scena narrata da Luca (7,36-50) nella casa di Simone il fariseo è una chiara scena di cordialità.

Attenzione: la cordialità non la dimostra chi accoglie, apre le porte, imbandisce la tavola con “cibi succulenti e vini raffinati” (Simone), ma chi apre il cuore alla misericordia, si riconosce debitore, peccatore e sa veramente amare dal profondo di se stesso (la donna peccatrice).

Non può nascere cordialità se non da un gesto di umiltà, dal farsi piccolo, povero e dal considerarsi l’ultimo nello stile del servizio.

Simone il fariseo aveva fatto tutto nel modo giusto, senza dimenticare particolari che avrebbero indispettito l’ospite e che non l’avrebbero fatto sentire a suo agio oppure a casa propria.

La casa di Simone è simile a tante case accoglienti, dove non c’è nulla fuori posto: divani, poltrone e sedie comodissime, suppellettili spolverate e in ordine, cibi serviti a tavola prelibati e raffinati. Immediatamente si percepisce una grande accoglienza esteriore e cordialità apparente, ma i modi sono molto formali, i cuori rimangono chiusi e i colloqui talvolta molto superficiali.

Non manca nulla: ma manca l’apertura del cuore e quindi la vera cordialità!

Diventare cordiali, nel racconto evangelico, vuol dire ripartire dalla miseria e dalla fragilità del proprio peccato, riconoscerlo davanti a Dio e ai fratelli, e comprendere che Dio ci accoglie solo se compiamo questo percorso.

Allora scatta la seconda fase, quella della cordialità: incontreremo non un Dio che ci respinge, ma che ci apre il cuore, ci fa spazio, ci prende con Lui per far festa con Lui (cfr Parabola del Padre Misericordioso).

È il Dio cordiale che ci apre alla cordialità perché riusciamo a vivere tutto questo con i fratelli, senza finzioni e senza inganni, senza formalismi o apparenze.

La peccatrice è cordiale perché il suo amore, che nasce dal cuore, passa dal riconoscimento del proprio grande peccato (cfr Sal 50) e da lì cambia la sua vita.

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4)CORDIALITÀ: IL SACRAMENTO DEL “BUSSARE AL CUORE DI DIO”

 “Ho incontrato un prete accogliente e cordiale, che mi ha ascoltato e che mi ha dato subito l’assoluzione dei miei peccati”.

A volte confondiamo la cordialità con buonismo o faciloneria: in verità nel sacramento della Penitenza o Riconciliazione si deve incontrare la cordialità del sacerdote, ma si deve andare oltre per un percorso che “segni il proprio che bussa al cuore di Dio”.

Nel riconoscimento del proprio limite c’è la consapevolezza di un Dio che cancella e soprattutto ci trasforma dentro, ci cambia, ci rende nuovi e capaci di misericordia autentica.

Nell’incontro col Dio cordiale anche noi veniamo intrisi di mansuetudini, umiltà e carità, tocchiamo con mano la grandezza della misericordia di Dio e l’incontro con Lui ci fa riscoprire immensamente amati.

Ci accorgiamo che non dipende dalla simpatia e dalla benevolenza del sacerdote, ma dal comprendere che il sacramento non è solo l’atto in sé, ma il percorso che inizia prima con la “contrizione” generata dal confronto con la Parola di Dio e continua dopo nella bellezza del vivere ad immagine e somiglianza di Dio.

Come dice Papa Francesco, il sacramento della Penitenza “non è un posto occupato in un confessionale, ma un percorso che rigenera alla vita nuova in Cristo”, dove mansuetudine, cordialità ed umiltà sono frutti dello Spirito che creano una fecondità di relazioni e di incontri nuovi.

 

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IL POZZO

C’era una volta un grande e prospero paese dalle cui montagne scendevano sette fiumi che rendevano fertile la sua terra e ricchi gli abitanti.

Nella Terra dei Sette Fiumi tutti erano felici: non c’erano ricchi né poveri e regnavano solidarietà, armonia, amore e ascolto.

Ma un giorno il nero Principe delle Tenebre, che mal sopportava tutta questa felicità, discese dal suo castello, appollaiato sui fianchi desolati di un vulcano e si confuse tra gli esseri della terra.

Per attuare il suo piano perfido e distruttivo, si servì di un uomo che, contrariamente a tutti gli altri, non sembrava felice, ma piuttosto inerte e inoperoso: lo afferrò con le sue dita adunche e, mentre dormiva, gli strappò il cuore e lo sostituì con il suo, il nocciolo del nocciolo delle tenebre.

Al suo risveglio, l’uomo si sentì travolto dall’odio per i suoi concittadini. Sentiva l’impulso insensato della vendetta e della distruzione, senza una ragione apparente. Fece esplodere bombe ma, non pago, decise di avvelenare l’acqua dei Sette Fiumi immergendovi una pietra raccolta dal castello delle Tenebre: un veleno speciale, capace di trasformare il cuore delle persone senza ucciderle. Il malefico effetto si propagò e con esso l’invidia tra gli abitanti, il livore, le bugie, le rivendicazioni, la disonestà, i tradimenti. Il Principe Nero, trionfante, per meglio diffondere l’effetto della pozione fondò una società che imbottigliava l’acqua. Poi, tramite grandi cartelloni, promise successo, ricchezza e grandi onori a chi ne consumava di più. Così, in poco tempo, la Terra dei Sette Fiumi si trasformò in una sanguinante landa di infelicità.

Un giovane pastore solitario, abituato per lunghi periodi a dissetarsi con acqua piovana negli alti pascoli di montagna, sceso a valle bevve dal fiume e fu colpito dall’improvviso cambiamento. Pensò dapprima a qualche strana malattia ma, dopo un secondo sorso, si rese conto che proprio in quella fonte risiedeva il veleno responsabile del suo turbamento. Cercò quindi una soluzione per salvarsi: raggiunse l’aperta campagna e, in un angolo isolato, cominciò a scavare. Faticò tutto il giorno, senza riposare, fino a quando l’acqua sgorgò dalla terra, pura, limpida, incontaminata. Ne bevve lunghe sorsate e ne diede alle bestie, che tornarono docili come prima.

Il giorno dopo, un passante dallo sguardo torvo si fermò vicino al pozzo e, con malagrazia, chiese da bere. Non appena bevve dalla ciotola che gli porse il pastore, i suoi occhi si illuminarono e i lineamenti del volto si distesero in un sorriso di gratitudine. Sospirò e disse : <<Si sta bene, qui. Potrei abitare anch’io, accanto al pozzo?>>.

<<Certo>>, gli rispose il pastore.

Dopo di lui, molti altri vennero ad abitare accanto al pozzo dell’acqua che liberava dal veleno maligno.

Così nella Terra dei Sette Fiumi si formò un’oasi di bontà, speranza e libertà.

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IN FONDO AL CUORE

La chiesa di Gesù è questo pozzo. Solo qui possiamo trovare l’acqua che libera, consola e guarisce. L’acqua della misericordia e del perdono.

“Gesù lo aveva insegnato con chiarezza quando, invitato a pranzo da un fariseo, gli si era avvicinata una donna conosciuta da tutti come una peccatrice. Lei aveva cosparso di profumo  i  piedi di Gesù, li aveva bagnati con le sue lacrime e asciugati con i suoi capelli. Alla reazione scandalizzata del fariseo, Gesù rispose: <<Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco>>.

Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a quest’imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra  nella vita di ogni persona.

La misericordia è questa azione concreta dell’amore che, perdonando, trasforma e cambia la vita. È così che si manifesta il suo mistero divino. Dio è misericordioso e la sua misericordia dura in eterno, di  generazione in generazione abbraccia ogni persona che confida in Lui e la trasforma, donandole la sua stessa vita” (Papa Francesco, Lettera apostolica Misericordia et Misera, 2).

 

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LA “COR-DIALITÀ” DELLA RICONCILIAZIONE

Perché dire le proprie cose, soprattutto i peccati, ad un sacerdote? Non è un peccatore come me?

La fatica di vedere la Riconciliazione o Penitenza come un sacramento e ridurla ad una semplice “chiacchierata” o ad uno “sfogo” è sempre dietro l’angolo.  Abbiamo bisogno di riscoprire la vera dimensione sacramentale della Riconciliazione che sta in questi aspetti:

-La “cordialità” del sacerdote e la cordialità di Dio, che si china sulla nostra fragilità, la nostra ferita sanguinante del peccato e la sana. Non mi confesso da quel sacerdote perché è più simpatico o comprensivo degli altri, ma perché vado ad aprire il mio cuore a Dio, che già conosce la mia colpa e il mio peccato.

-La nostra cordialità nei confronti di Dio, che sta nel riconoscere innanzitutto la sua bontà e la sua misericordia (“confessio laudis”).

Iniziare la confessione ringraziando Dio per le meraviglie che ha compiuto è una buona pratica da assimilare perché dal cuore non devono sempre e solo uscire negatività e lamentele, ma devono uscire la bellezza della vita, del sentirsi amati e riconosciuti da Dio.

-La cordialità nell’esprimere il proprio peccato, che sta nella mia contrizione e nella certezza che il pentimento mi conduce al suo perdono. Troppi dubbi invadono spesso il penitente, che non sgombrano il campo dalla certezza che qualcosa può e deve cambiare nella sua vita, non tanto grazie al suo impegno, ma alla grazia rigeneratrice di Dio che ci salva.

Anche la Celebrazione comunitaria della Penitenza deve avere queste caratteristiche:

-non è solo un semplice preludio alla celebrazione individuale, dove posso arrivare anche tardi ma “ciò che conta è che alla fine mi confesso”;

-letture, gesti e segni, preghiere e canti devono condurre il cuore delle persone a riconoscere la cordialità di Dio;

-aiutare i partecipanti a capire che c’è un “peccato sociale o comunitario” di cui dobbiamo chiedere perdono insieme, prendendone coscienza e assumendo ognuno le proprie responsabilità.

La Riconciliazione non è la direzione spirituale: va vissuta in contesto di preghiera, dove la preoccupazione non è nel dire tutti i peccati, ma nel presentare a Dio “un cuore contrito e umiliato”, pronto a ritornare a Lui attraverso un itinerario di conversione, di espiazione fatto da gesti e impegni concreti.

Tutto questo per dimostrare che, come il Figliol Prodigo, “sono rientrato in me stesso, ho compreso il mio errore, mi sono alzato e sono tornato alla casa del Padre”.

Il sacramento della Riconciliazione: quanto dedico nella mia vita cristiana ad incontrare Dio in questo sacramento? Quanto le nostre comunità favoriscono questi momenti sacramentali (a livello individuale o comunitario)? Quali sforzi per educare a vivere meglio il sacramento? Quanto viene vissuto con la caratteristica della cordialità?

 

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“COR-DIALITÀ” IN 60 MINUTI

ig esti dle cuore

PER IL DIBATTITO IN PICCOLI GRUPPI

  • Cordialità è l’accoglienza incondizionata che parte dal cuore di ogni persona che, avendo in Dio lo stesso Padre di tutti, è mio fratello e sorella.

Oggi viviamo chiusi nelle nostre case; l’accoglienza è delegata a certe strutture; l’intolleranza verso tante persone (migranti, poveri…) è alimentata quotidianamente. Analizziamo la situazione dell’accoglienza nella nostra comunità, elencando ed analizzando alcuni fatti “poco cordiali”, cercando di esimerci da giudizi critici sull’accaduto. [20 minuti]

2)Gesti di perdono, di accoglienza, di cordialità: facciamo fatica ad intercettarli, ma sicuramente avvengono anche intorno a noi. Spesso li leggiamo negli altri come opportunismo, come occasioni per mettersi in mostra. Analizziamo alcune “belle occasioni” di accoglienza e di cordialità e raccontiamole, anche queste senza giudizi critici. [20 minuti]

DALLE PAROLE AI FATTI

3)Tutti evidenziamo l’aumento dello stile di chiusura e di individualismo delle persone.

Diffidenza e sospetto contraddistinguono la vita delle persone, spesso poco disposte a mettersi in gioco per gli altri, anche nelle nostre comunità cristiane.

Molti sono disposti ad un aiuto materiale, ad un contributo economico, ma difficilmente danno del tempo per servizi di cordialità e di prossimità.

Come possiamo organizzare un “gruppo di cordialità e prossimità in parrocchia?” (accoglienza di persone che arrivano dall’esterno delle nostre comunità, prossimità domiciliare a persone sole o emarginate, eventi di amicizia invitando tutti e non escludendo nessuno, coinvolgimento di persone che non fanno parte dei “soliti” ma che potrebbero diventare preziose risorse nelle nostre comunità). [20 minuti]

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in alto i nostri cuori

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cor doglio

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laparoladelcuore

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI [11,17-46]

Quando Gesù arrivò, trovò lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e da Maria per consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù gli andò incontro; Maria stava invece seduta in casa. Marta disse a Gesù: <<Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che ogni cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà>>. Gesù le disse: <<Tuo fratello risorgerà>>. Gli rispose Marta: << So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno>>. Gesù le disse: <<Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?>>. Gli rispose: <<Si, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo>>.

Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: <<Il Maestro è qui e ti chiama>>. Udito questo ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora la dove Marta gli era andata incontro. Allora i giudei, che erano in casa con lei per consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

Quando Maria giunse dove si trovava Gesù , appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: <<Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!>>. Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: <<Dove lo avete posto?>>. Gli dissero: <<Signore, vieni a vedere!>>. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i giudei: <<Guarda come lo amava!>>. Ma alcuni di loro dissero: << Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che costui non morisse?>>.

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: << Togliete la pietra!>>. Gli rispose Marta, la sorella del morto: <<Signore, manda già cattivo odore: è li da quattro giorni!>>. Le disse Gesù: << Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?>>. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: <<Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato>>. Detto questo, gridò a gran voce: <<Lazzaro, vieni fuori!>>. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: <<Liberatelo e lasciatelo andare>>. Molti dei giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.

 

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ip ercorsi del cuore

1] CORDOGLIO: DALLA MANO SULLA SPALLA ALLA MANO SUL CUORE.

 

“Sarò con te, io ti ho messo una mano sul cuore; sempre con te, come un fuoco che dentro non muore”.

Mi hanno sempre colpito queste parole de “La Canzone dell’Ideale” di Claudio Chieffo, dove l’ideale è la tensione al raggiungimento dell’amore vero e pieno attraverso una ricerca paziente e quotidiana che nel, linguaggio della fede, si chiama “conversione”.

Chieffo canta la leggenda di Parsifal, il cavaliere della tavola rotonda che trascorre gran parte della sua vita alla ricerca del Santo Graal; essa è la metafora dell’uomo che vive nella continua tensione al raggiungimento di quell’ideale, di quella meta che va perseguita, ricercata e conquistata, affrontando fatiche e superando ostacoli nel cammino della vita.

Una strada in salita, impervia, che nessuno deve percorrere da solo: alle motivazioni e convinzioni interiori, continuamente alimentate, vanno aggiunti i sostegni, i consigli, gli incoraggiamenti e gli esempi di parenti e amici che ci circondano.

Questo è il momento del cordoglio: di fronte al mistero della morte, e quindi della consolazione, immagino Dio che pone la sua mano su un cuore infranto e strappato dalla sofferenza e dal dolore.

Quando penso al cordoglio cristiano immagino l’avvicinarsi all’amico o al parente colpito dal lutto e dalla perdita di una persona cara; immagino l’atto di porre la nostra mano con rispetto e delicatezza sul suo cuore.

E mentre poniamo la nostra mano, il nostro cuore gli sussurra le parole della canzone “Sarò con te… sempre con te”.

2]CORDOGLIO: LA COMMOZIONE DEL FIGLIO DI DIO.

“Guarda come lo amava!”. Il commento dei giudei di fronte al pianto di Gesù per la morte dell’amico Lazzaro è l’immagine più efficace del vero cordoglio.

Il racconto esprime profondamente la capacità di Gesù di manifestare, attraverso il miracolo, la grandezza e la gloria di Dio e, nello stesso tempo, di essere vicino alla sofferenza delle due sorelle, di farsi prossimo, di calarsi nel loro dramma e di essere uno come loro.

Egli non è mai banale, né superficiale, soprattutto quando esprime sentimenti più profondi che dimostrano il mettersi in gioco e l’appassionarsi totalmente per l’uomo e la donna che ha davanti a sé.

L’empatia che il Figlio di Dio sa sprigionare contagia, lo rende vero e profondo agli occhi delle persone.

Chiede loro di vivere la fede grande di fronte alla mortel la fede nella Risurrezione.

Lo chiede a Giairo di fronte alla morte della giovane figlia (“Non temere, soltanto abbi fede!” Mc 5,36) , a Marta in occasione della morte del fratello ( “Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” Gv 11,26).

In Gesù capiamo che il cordoglio non è un sentimento umano: nasce dalla fede e, vissuto con verità, accresce e fortifica la fede di chi consola e di chi è consolato.

Nella luce del suo rapporto col Padre il Figlio sa leggere la sua morte e la morte altrui come storia di vita, momento di passaggio, come luogo dove la relazione si fa autentica e profonda.

È un Gesù che si commuove, che esterna la sua vicinanza ed amicizia, che non teme di dimostrare sentimenti umani che spesso suscitano critiche e giudizi in chi lo guarda con sospetto e diffidenza.

 

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3] CORDOGLIO: L’”IMITATI CHRISTI” PAOLINA

San Paolo ribadirà questo concetto dell’imitazione di Cristo nella lettera ai Romani:

“La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene… Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12,9.15).

Il cordoglio è vero quando viene dal cuore, esprime vero amore, attaccamento al bene, volontà di avvicinamento e di comprensione (= prendere in sé il dolore dell’altro).

Sempre San Paolo, nella lettera ai Filippesi, ci invita ad “avere gli sessi sentimenti che furono di Cristo Gesù” (cfr Fil 2,5).

La teologia paolina indica una strada precisa: solo restando uniti a Cristo (“Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” Eb 12,2), solo compenetrandoci completamente alla sua esperienza di vita (“Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me” Gal 2, 19b-20) saremo capaci di sentimenti autenticamente cristiani.

Così come il cordoglio, anche la consolazione è la consapevolezza dell’uomo di essere strumento nelle mani di Dio e portatore di qualcosa di più grande: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio. Poiché, come abbondano le sofferenze di

Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2Cor 1,3-5).

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4] Cordoglio: LA CAPACITÀ  DI “ASCOLTARE IL SILENZIO”

A Porto Cervo non si può morire.

Il noto centro di vacanze, progettato e realizzato per spensieratezza, relax e divertimenti, non possiede un cimitero.

Porto Cervo è il simbolo di una società che ha esorcizzato la morte, da un lato spettacolarizzandola e dall’altro tabuizzandola; negare la morte vuol dire creare una “non cultura” che sappia guardare in faccia il problema e sappia affrontarlo.

D’altra parte, il cristiano è chiamato a vivere la morte come Cristo, comprendendone l’ineluttabilità e, nello stesso tempo, situandola nell’economia divina, come sua volontà.

Esprimere cordoglio di fronte al grande mistero della morte, che per noi cristiani diventa un grande mistero di vita, vuol dire commuoversi, stringere una mano o abbracciare un amico nel silenzio, dimostrare affetto e amore più che dire parole di circostanza.

 Le parole talora escono solo dalla bocca, il silenzio e l’affetto nascono dal cuore.

Non sempre, infatti, il silenzio significa non saper cosa dire.

Se da un lato il silenzio è ansiogeno, dall’altro è ridare il tempo a Dio, senza fretta, mettendo nel suo cuore i sentimenti e le prove del momento.

La tradizione monastica insegna ad “ascoltare il silenzio” a stare da soli nel silenzio con Dio (dal greco mònos che significo “solo”), perché chi è con Dio, nel silenzio, non è mai nella solitudine.

Scrive Papa Francesco nella Gaudete et Exsultate: “In tale silenzio è possibile discernere, alla luce dello Spirito, le vie di Santità che il Signore ci propone. Diversamente, tutte le nostre decisioni potranno essere soltanto ‘decorazioni’ che, invece di esaltare il Vangelo nella nostra vita, lo ricopriranno e lo soffocheranno. Per ogni discepolo è indispensabile stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da Lui, imparare sempre. Se non ascoltiamo, tutte le nostre parole saranno unicamente rumori che non servono a niente” (§150).

Nel cordoglio si comprende il silenzio vuoto e il silenzio pieno di amore: un caldo abbraccio fraterno differisce di gran lunga da una fredda stretta di mano data per circostanza; una parola che scalda il cuore segna e rimane molto più di una parola superficiale che immediatamente prende le ali del vento.

 

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l'albero del perdono

L’ALBERO DEL PERDONO*

C’era una volta un uomo perduto. Da anni viveva di razzie, rapine, massacri e furti. Era ferocemente crudele, senza pietà, divorato da una rabbia folle. Era un uomo perduto, maledetto.

Un giorno, mentre vagabondava in preda a pensieri di cenere e tormento, gli venne l’idea di fare visita all’eremita che viveva in una baracca in cima alla pietraia. Là non c’era nulla da rubare se non un pagliericcio di foglie secche, ma l’uomo perduto cercava una speranza, un perdono.

Il vecchio eremita lo ascoltò.

Infine gli sorrise e gli mostrò un albero morto dal tronco calcinato da un fulmine e gli disse: <<Vedi quell’albero morto? Sarai perdonato quando rifiorirà>>.

<<Sarebbe come dire mai! Allora a che serve sant’uomo? Tanto vale che io torni alle mie rapine>>.

Il malvivente ridiscese, imprecando, verso il piano, prendendo a calci le pietre.

Ricominciò la vita di saccheggi e violenze, perché era l’unica cosa che sapeva fare.

Per anni ancora seminò paura, odio e disperazione.

Una sera mentre cercava un posto isolato e nascosto per consumare la cena, vide una baracca malandata. Si affacciò cautamente ad una finestrucola e vide una donna che aveva raccolto i suoi bambini intorno ad una malandata pentolaccia.

La donna cantava una specie di ninna-nanna: “Dormite, piccoli miei. Dormite fino a domani. Mamma vi fa la zuppa. Dormite ancora un po’. Dormite fino a domani”.

Il bandito entrò e sollevò il coperchio della pentola. C’erano solo radici e foglie che bollivano nell’acqua.

L’uomo scosse le spalle poderose, e afferrò la pentola e buttò tutto il contenuto dalla finestra.

Tagliò a pezzi la tenera carne d’agnello che aveva rubato proprio quel giorno.

Ravvivò bene la fiamma sotto la pentola e se ne andò, piangendo su tanta miseria.

Quel giorno, l’albero morto fiorì.

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IN FONDO AL CUORE

A volte si affonda nelle sabbie mobili del risentimento, della rabbia, dell’odio, della violenza insensata. Più si gesticola e ci si agita, più si affonda.

Uno degli eventi più tragici del nostro tempo è che conosciamo, come non mai nel passato, i dolori e le sofferenze del mondo, e siamo tuttavia sempre meno capaci di reagire.

La radio, la televisione e i giornali ci consentono di seguire giorno per giorno, persino ora per ora, ciò che accade nel mondo. Sentiamo parlare di conflitti, armati e di guerre, di omicidi, di terremoti, di siccità e inondazioni, di carestie e di epidemie, di campi di concentramento e di camere di tortura, e di innumerevoli altre forme di sofferenza umana, vicino a noi o molto lontano da noi. Non soltanto ne sentiamo parlare, ma ci vengono anche presentate immagini di bambini che muoiono di fame, di soldati morenti, di case incendiate, di villaggi allagati e di vetture distrutte.

Le notizie sembrano diventare una litania quasi incessante di sofferenze umane.

Reagire in maniera compassionevole a ciò che i media ci presentano è reso anche più difficile dal loro tono “neutrale”. Le notizie della sera ne sono un buon esempio.

Qualunque cosa il corrispondente annunci- guerre, omicidi, inondazioni, condizioni del tempo o una partita di calcio- viene riferita con lo stesso tono di voce ritualizzato e con la stessa espressione del volto.

Inoltre, vi è quasi un ordine liturgico nella litania degli eventi: prima i grandi pezzi di informazione sui conflitti nazionali e internazionali, poi gli incidenti nel paese, poi il mercato azionario e le previsioni del tempo, quindi un breve “pensiero di saggezza”, infine qualcosa di leggero o di divertente.

Tutto questo viene regolarmente interrotto da persone sorridenti, che ci invitano a comprare prodotti di cui vi è dubbia necessità.

Tutto il “servizio” è così lontano e distaccato che la reazione più ovvia è quella di non investirvi più energie di quante ce ne servono per usare lo spazzolino da denti prima di andare a letto.

La domanda è perciò: come vedere la sofferenza nel mondo ed essere mossi a compassione, come lo fu Gesù quando vide una gran folla di gente affamata?

Questa domanda è diventata molto urgente in un tempo in cui vediamo tante cose e ne siamo così poco commossi.

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il cor doglio nell'unzione degli infermi

IL”COR-DOGLIO” NELL’UNZIONE DEGLI INFERMI

La malattia e la sofferenza: momenti in cui l’uomo sperimenta la sua impotenza, fragilità e finitezza.

Spesso questa fragilità fisica fa emergere una fatica interiore, dove la paura dell’abbandono e della solitudine schiacciano la persona e la mettono di fronte ad un muro di negatività e di angosce.

Anche se la fede è la certezza  della vicinanza e della prossimità di Dio, la malattia e l’infermità sono i momenti della prova, i momenti in cui ci chiediamo perché Dio si è allontanato da noi (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Sal 21).

L’Unzione degli infermi da anni ha sostituito l’Estrema Unzione, occasione in cui il sacerdote era chiamato in casa del moribondo o all’ospedale per dire l’ultima preghiera prima del trapasso.

L’ultimo sacramento che la persona è invitata a ricevere, è il Viatico, l’Eucaristia il Corpo di Cristo che accompagna la persona ad assimilare la propria sofferenza a Colui che, sulla croce, affida tutto se stesso al Padre (“Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”).

Nell’Unzione degli infermi invochiamo lo Spirito della Consolazione sul nostro fratello e sulla nostra sorella che vive nella malattia:

Affinché non si senta abbandonato alla tentazione,per vivere con fede e in compagnia di Dio le ore della prova;

-Affinché trovi coraggio e fiducia: quell’olio che nel giorno del Battesimo e della Confermazione aveva unto il suo corpo anche oggi possa ungere le membra malate per rigenerarle;

-Affinché possa assaporare la vicinanza e la prossimità di qualcuno che gli vuole bene: cordoglio, prima del dolore per una morte o una sciagura, è affetto e vicinanza quando una persona è nella sofferenza, è empatia, è stare vicini a qualcuno non perché mi fa pena, ma perché è mio fratello e mia sorella in Cristo.

Essere aiutato, essere sollevato, essere liberato del peccato ed essere salvato: nella preghiera del sacramento dell’Unzione chiediamo al Signore che queste quattro azioni siano da Lui compiute sulla persona malata.

Il sacerdote, i parenti, gli amici e i conoscenti diventano strumenti affinché tutto questo possa essere vissuto e percepito da chi riceve il sacramento.

Il sacramento dell’Unzione degli infermi: per molti è ancora l’”Estrema Unzione”. Come possiamo educare i nostri cristiani a viverlo come sacramento della vita e non come il passaggio verso la morte? Quale momento comunitario valorizzare per vivere o educare a questo sacramento? Quale pastorale del malato viene messa in atto nella nostra parrocchia e come accompagniamo le famiglie provate dal lutto per la perdita di una persona cara, magari giovane?

 

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cor doglio in 60 minuti

 

“COR-DOGLIO” IN 60 MINUTI

PER IL DIBATTITO IN PICCOLI GRUPPI

1)La morte, questa sconosciuta. Non perché non possiamo o vogliamo conoscerla, ma perché l’abbiamo allontanata e nascosta, per paura dai nostri occhi e dagli occhi delle nuove generazioni.

Anni fa si moriva in casa, attorniati dall’affetto dei propri cari; ora si muore nella solitudine degli ospedali, degli ospizi e delle case di cura. Esprimiamo pareri e raccontiamo esperienze. [ 20 minuti]

  • Le nostre famiglie e comunità vivono talvolta momenti di drammi per morti tragiche ed improvvise. È stato un cordoglio momentaneo oppure sono state occasioni per avvicinarsi, per condividere, per esprimere sentimenti veri che avevamo accantonato? Abbiamo dato seguito a tutto questo oppure dopo pochi giorni dal funerale tutto è tornato come prima? [20 minuti]

DALLE PAROLE AI FATTI

3)Durante l’anno pastorale abbiamo spesso occasioni per radunarci per pregare per i defunti: pensiamo alle veglie funebri e ai funerali, alla commemorazione dei defunti, ad anniversari in cui si ricordano persone scomparse. Come potremmo vivere meglio questi momenti?

Inoltre, per la vicinanza a famiglie provate dalla perdita di una persona cara, possiamo pensare a momenti o a persone (magari anche a livello ministeriale!), consci che un grave lutto non si metabolizza nè si elabora in poco tempo, ma soprattutto con la volontà di accompagnare e sostenere vuoti incolmabili e fedi provate. [20 minuti]

 

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donaci di essere contagiati

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infondere nuovo coraggio

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rincuorare il sostegno allo sfiduciato e al depresso

DAL VANGELO SECONDO LUCA [24, 13-35]

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: <<Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?>>. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: <<Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?>>. Domandò loro: <<Che cosa?>>. Gli risposero: <<Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre. Ci hanno sconvolto; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto>>. Disse loro: <<Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria?>>. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui.

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: <<Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto>>. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavolo con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: <<Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?>>. Partirono senza indugio e ritornarono a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: <<Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!>>. Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la vie e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

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rincuorare il sostegno allo sfiduciato e al depresso

  • RINCUORARE: IL SOSTEGNO ALLO SFIDUCIATO E AL DEPRESSO.

È quello che avviene sulla strada verso Emmaus: due discepoli erano sfiduciati e depressi.

Sentimenti che nascono quando si accorgono di aver posto le loro aspettative e speranze in un uomo che tre giorni prima era morto a Gerusalemme sulla croce.

Per loro sembra essere tutto finito e nulla avere più senso.

Se ne vanno sfiduciati da Gerusalemme lasciando alle spalle un sogno e un’attesa tanto cullata che ora è svanita nel nulla.

Inizialmente l’essere rincuorati non produce l’effetto di abbandonare il passato, di voltare pagina, di dare un colpo d’ala e di ripartire.

Solo più tardi, dopo il riconoscimento, diranno: <<Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le letture?>> (Lc 24,32).

Emmaus è soprattutto questo: capire che il cammino prima di arrivare a sedersi a tavola è lungo e faticoso e l’azione di risollevare il fratello dal suo sconforto non raggiunge immediatamente il risultato sperato.

È certamente un verbo che presuppone pazienza e perseveranza: i cuori di Cleopa e dell’amico rimangono chiusi, fermi, ancorati al passato anche quando il passato è alle spalle e il personaggio misterioso continua a spiegargli le Scritture per dire loro che le cose dovevano andare proprio così.

Quanti pellegrini incontriamo sulle nostre strade: cerchiamo di rincuorarli, ma forse a volte escono solo dalle labbra e non provengono dal cuore.

Altre volte siamo noi stessi quei pellegrini: sguardo assente, occhi increduli, cuore spezzato e incapace di farsi consolare.

  • RINCUORARE:L’IMPORTANZA DELLA FORMA RIFLESSIVA.

Lo possiamo annoverare come un verbo o una parola del cuore perché la vera forza nasce dal di dentro, dalla consapevolezza che dobbiamo quotidianamente rincuorarci.

Vuol dire riprendere dal di dentro quella fiducia che si è persa perché gli accadimenti della vita, le situazioni, le delusioni, le sconfitte impietosamente ci travolgono.

Rincuorarsi vuol dire che nella vita si perdono le battaglie ma non le guerre; allora ci si deve rialzare e si devono compiere quattro gesti.

Guardare avanti: ricordarci che c’è più futuro che passato, che la vita continua e che val la pena essere vissuta.

Guardare intorno: scorgere gli occhi di fratelli e sorelle che camminano con noi, che condividono assieme l’unico destino. Vedere il mondo e lasciarci rincuorare dalle bellezze e dalle creature di Dio intorno a noi.

Guardare in alto: riscoprire la misericordia di un Dio che non ci abbandona e non si dimentica di noi, soprattutto nel momento della fatica e della prova.

Guardare d’entro: rileggere la nostra storia, quei talenti e quelle opportunità che non sono disperse, ma che risiedono negli angoli più reconditi di noi stessi e diventano preziose risorse per tornare a sognare e per liberarsi in volo.

  • RINCUORARE: LA VERA CONSOLAZIONE È DA DIO

Le nostre azioni per risollevare depressi e sfiduciati sono importanti, ma spesso rischiano di essere “pacche sulle spalle” che producono solo un effetto momentaneo e parziale.

L’opera di misericordia “consolare gli afflitti” ci ricorda che il Buon Samaritano che consola, rincuora, risolleva e guarisce è Lui; noi siamo solo gli umili albergatori ai quali il Signore affida la convalescenza dell’umanità.

Il mondo l’ha rincuorato e salvato Lui.

“Solo in Dio riposa l’anima mia; da Lui la mia salvezza, mia difesa: mai potrò vacillare” (Sal 61).

C’è da chiedersi se la nostra fede è mossa dalla certezza che è posata sulla roccia che è Lui, oppure sulla sabbia delle realtà frivole e passeggere di questo mondo, dalle quali spesso cerchiamo consolazione e nelle quali poniamo la nostra fiducia.

C’è da chiedersi se la nostra speranza sta nel “tenere fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (cfr Eb 12,2), oppure sulla nostra autorealizzazione, sui nostri poteri terreni, sui nostri traguardi umani spesso raggiunti a discapito dei nostri fratelli, non certo mossi dallo stile del servizio, ma dal primeggiare.

C’è da chiedersi se la nostra carità è mossa dal far conoscere ed assaporare la bellezza della carità di Cristo, oppure da falsa vanità e da egocentrismo, per sentirci più bravi e soprattutto, con la coscienza più a posto.

Forse tanti insuccessi e frustrazioni, nella nostra vita cristiana, nascono dall’aver eccessivamente confidato in noi stessi, nelle nostre abilità e capacità, escludendo Dio dalla nostra vita (“Maledetto l’uomo che confida nell’uomo… Benedetto l’uomo che confida nel Signore” Ger 17,5.7).

  • RINCUORARE: IL CORAGGIO DI RIPARTIRE.

Avevamo lasciato i nostri due amici, Cleopa e l’altro discepolo, sulla strada verso Emmaus mentre il pellegrino misterioso spiegava loro le Scritture per rincuorarli, per infondere loro nuovo coraggio.

Sappiamo che la scintilla di questo coraggio non scatterà grazie ad una parola, ma ad un gesto: lo spezzare del pane.

Eccoli finalmente rincuorati e rinvigoriti, talmente rinsaldati nella fede che tornano di corsa a Gerusalemme per annunciare agli altri di averlo visto ed incontrato.

La Risurrezione di Cristo rivela loro che le dimissioni della fede vanno ritirate e bisogna ripartire nella gioia perché da quell’incontro nulla (soprattutto il loro cuore!) è più come prima.

“Vederti risorto, vederti Signore, il cuore sta per impazzire”.

Duemila anni fa il Cristo Risorto fece impazzire di gioia il cuore delle donne, dei discepoli, di chi sentì dire: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano, e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo ma credente! (Gv 20,27).

Dobbiamo chiederci: le nostre comunità che vivono la Pasqua, i nostri cristiani che celebrano la domenica, Pasqua della settimana, si sentono invasi nella celebrazione e durante la settimana successiva “della folle gioia della Risurrezione di Cristo”?

Ritrovano nell’ascolto della parola e nel gesto dello spezzare il pane la forza e il coraggio di ripartire per rincuorare i fratelli e per annunciare loro che Cristo è vivo ed è presente in mezzo a noi?

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l'appuntamento - copia

L’APPUNTAMENTO*

C’era una volta un santo buono buono, che si chiamava Dimitri. Un giorno, mentre pregava, Gesù gli disse: <<Mio caro Dimitri, oggi voglio incontrarmi con te. Troviamoci al piccolo santuario della Santissima Trinità, sulla via per Kiev, a mezzogiorno>>.

Figuratevi la gioia del buon Dimitri! Non si prese neanche il mantello e partì di corsa. Camminava in fretta, con il cuore che batteva forte, perché aveva un appuntamento con Dio. La strada che portava al santuario era sconnessa e tormentata e non gli era mai sembrata così lunga.

 Improvvisamente, dove c’era un po’ di discesa, si imbatté in un povero carrettiere che si affannava inutilmente a riportare sulla strada il suo carro che si era semi rovesciato nel torrentello che fiancheggiava la strada.

Da solo il pover’uomo non ci sarebbe certamente riuscito.

Dimitri non sapeva proprio che cosa fare: <<Devo fermarmi ad aiutare questo pover’uomo in difficoltà o far finta di niente e proseguire velocemente per arrivare al mio unico e imperdibile appuntamento? Dopotutto carrettieri in difficoltà ne incontrerò ancora. Ma mancare all’appuntamento con Dio sarebbe gravissimo. Non mi capiterà mai più nella vita!>>.

Era veramente dibattuto fra una cosa e l’altra. Fu il suo cuore a decidere.

Dimitri si fermò e si affiancò al carrettiere, appoggiò anche lui le spalle al carro, che era finito di traverso nel fosso, e unì i suoi sforzi a quelli dell’uomo che lo ringraziò con gli occhi.

Sbuffando e sudando, i due i due riuscirono a riportare sulla strada le ruote del carro.

Dimitri non sentì neppure i ringraziamenti del carrettiere. Appena il carro fu sulla strada, ripartì di corsa verso il suo appuntamento, verso il suo incontro con Dio.

Ma quando, stanco e ansimante, arrivò nel posto convenuto per l’incontro, Dio non c’era.

Forse stanco di aspettare se n’era andato.

Con il cuore spezzato per la delusione, Dimitri si accasciò piangendo sul ciglio della strada.

Dopo un po’ passò di là il carrettiere che, vedendolo così abbattuto, si fermò, si sedette sull’erba accanto a lui, lo guardò con occhi pieni di dolce comprensione, trasse dalla bisaccia una pagnotta, la divise in due e gliene porse metà, mormorando: <<Dimitri…>>.

Con l’animo in subbuglio, davanti a quel pane spezzato, Dimitri capì. Abbracciò quell’uomo piangendo di felicità: <<Gesù mio, eri tu! Eri tu il carrettiere! Mi eri venuto incontro…>>.

IN FONDO AL CUORE

Una volta un uomo molto povero chiese a Dio: <<Perché sono così povero?>>.

Dio gli rispose: <<Sei povero perché non pratichi la carità>>.

<<Ma come posso praticare la carità se non ho niente da dare?>> chiese il pover’uomo.

Dio rispose: <<Hai ben sei tesori. Se vuoi puoi condividerli con gli altri.

Primo, hai il tuo viso. Puoi condividere il tuo sorriso con altri. È gratuito e straordinario e ha un effetto sorprendente sulle persone che incontri.

Secondo, tu hai i tuoi occhi, puoi guardare gli altri con amore e attenzione, uno sguardo pieno di dolcezza e di simpatia sincera può farli sentire compresi e amati.

Terzo, hai la bocca, con la tua bocca puoi dire cose carine agli altri, lodarli e parlar bene di loro, farli sentire valorizzati e stimati. Incoraggiarli, diffondere gioia e positività.

Hai un cuore. Con il tuo cuore amorevole puoi desiderare la felicità per gli altri. Fai sentire agli altri un pacco di emozioni. Tocca le loro vite con la grazia della compassione.

Le tue mani sono di grande importanza. Possono guarire o ferire, accarezzare o colpire, accogliere o respingere. Fa’ delle tue mani uno strumento di affetto e gentilezza.

Ultimo tesoro che possiedi è il tuo corpo. Con questo corpo puoi fare molte cose buone per gli altri. Aiuta le persone che hanno bisogno. Chinati su chi è prostrato, abbraccia chi è abbattuto, rialza chi è caduto.

La carità non è solo denaro o qualcosa di materiale, puoi fare un piccolo gesto affettuoso. Una carezza illumina una vita. Un abbraccio rende indimenticabile una giornata.

La bontà e la gentilezza ti fanno immediatamente ricco”.

Dio apprezza il tuo corpo. Lo ha creato come una meraviglia. Come un miracolo. E quando “fai la comunione” le tue mani diventano il trono dell’altissimo.

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il rin cuor are dell'ordine

IL “RIN-CUOR-ARE” DELL’ORDINE

Accompagnare, ascoltare, predicare, insegnare, pregare, celebrare, condividere… Mi fermo qui, la lista sarebbe lunga! Sono sette tra i tanti verbi che esprimono le azioni che un prete svolge quotidianamente nel suo ministero di vita presbiteriale.

Molti amano chiamarlo “il sacerdote” (sacerdux, il signore del sacro), colui che ha maggiori affinità con le cose di Dio.

Qui lo chiameremo “il presbitero” (presbyteros, il più anziano), colui che attraverso il sacramento ordinato dimostra maturità, esercitandola con grande umanità.

Essere anziani significa avere più esperienza, maggiore saggezza e capacità di leggere il corso de la storia con gli occhi e il cuore di Dio.

Il prete è il “più anziano” nella fede: la preghiera e il riferimento a Dio diventano una testimonianza continua di affidamento a Colui che fa nuove tutte le cose.

La disperazione non abita la vita del prete; sa di essere continuamente sostenuto ed accompagnato da Dio, che non lascerà che il suo Santo veda la corruzione (cfr Sal 15).

Il prete è il “più anziano” nella speranza: ridona il perdono di Dio, sa trovare nuove parole che infondono coraggio di fronte a chi ripetutamente cade e fallisce nella vita.

Di fronte alla volontà di dare le dimissioni dalla vita, il prete rincuora a guardare avanti, con ascolto attento e premuroso, ripetendo che “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom 5,5).

Il prete è il “più anziano” nella carità: incoraggia nello stile dell’amore vero, educando a quella carità che non avrà mai fine e che sarà il metro del giudizio finale di Dio.

Rincuorare è vivere le parole di San Paolo ai Romani: “La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rm 12,9-10).

Il sacramento dell’ordine: quanto un prete riesce ad essere, in una comunità, “uomo che rincuora”, dedicando tempo per l’incontro e l’accompagnamento spirituale di ogni persona? Per fare questo ha bisogno di tempo: quanto i laici si sentono corresponsabili del lavoro pastorale nelle comunità cristiane? Quanto le persone avvertono e ricercano nel prete queste dimensioni di profondità, di umanità e di spiritualità?

 

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“RIN-CUOR-ARE-“ IN 60 MINUTI

PER IL DIBATTITO IN PICCOLI GRUPPI

  • Spesso le nostre comunità cristiane vengono criticate per essere “chiuse”, autoreferenziali, poco aperte alle persone nuove che arrivano; molti dicono: <<Sono i soliti noti che se la cantano e se la suonano tra loro>>. Papa Francesco, al n° 58 dell’Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate, scrive: “Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo di museo o in un possesso di pochi”. Comunità poco propense ad uscire, ad accorgersi di famiglie fragili, ad ascoltare i bisogni reali delle persone. Colloquiamo intorno alle difficoltà che ci portano ad essere “Chiesa in uscita”, che si fa prossima e che, come Gesù, si avvicina ai pellegrini delusi per rincuorarli. [20 minuti]

  • Semi e segni di prossimità crescono nelle nostre comunità: sono fatti, situazioni, soprattutto persone che prendono l’iniziativa. Chi entra nelle case per portare affetto, vicinanza e comprensione, chi si prodiga nella Caritas o nelle associazioni di gruppi di volontariato. Raccontiamo la generosità delle nostre comunità, non per farne motivo di vanto o di vanagloria, ma per mettere in evidenza le buone pratiche che muovono la vita delle nostre parrocchie. [20 minuti]

 

DALLE PAROLE AI FATTI

  • Gli inviti di Papa Francesco sono innumerevoli e la “fantasia pastorale” non manca su come una comunità può essere l’immagine dell’infondere nuovo coraggio.

Lo deve fare il sacerdote dando nuovi impulsi a comunità che mostrano stanchezza, rassegnazione e abitudinarietà; ma deve farlo nella corresponsabilità il consiglio pastorale, il gruppo o movimento, l’associazione e addirittura il singolo cristiano.

Oggi siamo chiamati ad infondere nuovo coraggio allo sfiduciato: è il momento d’immaginare nuovi ministeri di consolazione, nuove occasioni di prossimità, nuovi luoghi d’ascolto e d’incontro, nuovi momenti di scambio ed integrazione.

Chiediamoci: quali segni attuare per rendere visibile una comunità che rincuora e che dona forza nuova? [20 minuti]

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DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI FILIPPESI [2,1-11]

Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti d’amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio,

non ritenne un privilegio

l’essere come Dio,

ma svuotò tutto se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e a una morte di croce.

Per questo Dio lo esaltò

e gli donò il nome

che è al di sopra di ogni nome,

perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sottoterra,

e ogni lingua proclami:

“Gesù Cristo è Signore!”,

a gloria di Dio padre.

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pag 97 concordia dalle emozioni ai sentimenti

  • CONCORDIA: DALLE EMOZIONI AI SENTIMENTI.

Dal dizionario della lingua italiana: ”Concordia: Conformità di sentimenti, di voleri e di opinioni tra due o più persone! Sinonimi: Accordo, amicizia, armonia, pace”.

Se nella parola “accordarsi” abbiamo sottolineato l’importanza di mettersi sullo stesso livello e sullo stesso piano, trovare l’intonazione giusta per tutti gli strumenti che compongono l’orchestra, la concordia presuppone il mantenimento di questo status nel tempo.

A volte può risultare non complicato stringere un’amicizia, trovare un accordo o suggellare un periodo di tregua o di pace; diventa faticoso il mantenimento di tutto questo, nella coerenza e nella costanza della quotidianità.

Le strette di mano, le pacche sulle spalle e le promesse del momento riescono bene a tutti, ma la conformità dei sentimenti presuppone valutazioni su percorsi lunghi e, spesso, impervi e tortuosi.

Purtroppo noi viviamo di sentimentalismi più che di sentimenti, di attimi estemporanei e di emozioni più che di amicizie salde e profonde che durano nel tempo.

Le emozioni sono del momento; i sentimenti sono del cuore e non si spengono mai.

Le emozioni spesso sono stati mentali; i sentimenti invece toccano più in profondità gli affetti.

Entrambi sono componenti importanti del nostro essere umano: dobbiamo imparare a gestirli, ad indirizzarli e a governarli perché cresca in noi l’uomo nuovo, l’uomo che vive attraverso lo Spirito (cfr Gal 5).

Soprattutto dobbiamo imparare a non vivere la nostra fede di emozioni, perché esse non possono costituire la norma per il nostro cammino spirituale.

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2] CONCORDIA: ALLE ORIGINI DI UN PATTO

“Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi”. È il capitolo 15 della Genesi, il racconto della stipula del patto tra Dio e Abramo.

In mezzo agli animali squartati passa la fiamma ardente, simbolo di Dio; l’uomo dorme.

Dio resterà fedele per sempre al suo patto, anche se l’uomo non si è impegnato personalmente.

È un patto impari: Dio sarà fedele per sempre, nonostante l’infedeltà dell’uomo, causata dalla fragilità della sua condizione umana.

La concordia è originata da un patto, da un’alleanza che chiede ai contraenti fedeltà e rispetto.

Sarà l’impegno della fedeltà quotidiana a questo patto ad alimentare, a far crescere frutti di concordia.

Alle origini c’è l’alleanza che, stipulata, rende vero un cammino che si vuole intraprendere insieme: vale per l’amicizia, per la scelta coniugale, per la creazione di una società o di una qualsiasi forma di cooperazione.

Oggi questo patto è sancito da firme, dal mettere “nero su bianco” da parte dei contraenti; una volta bastava la stretta di mano: la promessa del “dare la propria parola” valeva più di qualsiasi firma o giuramento; era la parola di un galantuomo.

Per un cristiano fondare questo patto sulla solidità di Dio è come “costruire la propria casa sulla roccia”, credendo che una buona alleanza proseguirà perché fondata sulle basi solide del rispetto e della fiducia reciproca.

Il segreto è tornare continuamente a quel patto, è un riandare continuamente a quella roccia, è ritrovare le motivazioni profonde di quell’opzione fondamentale che, da quel giorno, ha segnato, anzi cambiato, indelebilmente la nostra vita.

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3] CONCORDIA: TANTA PAZIENZA E MISERICORDIA!

Ma siamo uomini, esseri finiti, dalle buone intenzioni e dalle infinite miserie.

Non basta stipulare un patto (e nemmeno stringere una promessa!).

Quanti patti e quante promesse dove Dio e gli uomini sono stati chiamati a testimoni!

Assistiamo impotenti non solo a famiglie che non riconoscono più i patti originari, ma soprattutto a situazioni dove la concordia diventa discordia, l’aiuto reciproco diventa rivalsa, la comprensione diventa accusa ed intolleranza.

Le nostre comunità parrocchiali e i Centri d’Ascolto della Caritas pullulano di fragilità nate e venute a galla da rotture di relazioni, da patti violati, da promesse non rispettate, da tradimenti e da abbandoni.

La concordia muore perché sono scomparsi i due più efficaci antidoti: la pazienza e la misericordia.

Esse ci aiutano ad avere uno sguardo nuovo sulle persone, meno frettoloso e aggressivo e più capace di comprensione e vicinanza.

Cum-cordis” ci evoca l’unità dei cuori, la volontà di ritrovare spazi di comunione e di fraternità, l’impegno a ritornare ai patti originali per ridare senso e valore nuovo alle relazioni.

“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo” (2Ts 3,5).

Questo augurio Paolino, diventato un saluto d’accoglienza nei riti d’introduzione della Messa, è l’auspicio che siamo invitati a cogliere per una vita concorde e serena: lasciare che Dio guidi e conduca il nostro cuore, lo plasmi e lo confermi alla pazienza di Cristo.

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4] CONCORDIA: “L’INFINITA PAZIENZA DI

È il titolo di un piccolo testo di padre Ermes Ronchi, che si sofferma sulle tre parole chiavi   fondano il percorso di ricominciare: vedere, fermarsi, toccare.

“Le parole più caratteristiche della mia fede – scrive Padre Ermes- cominciano tutte con il prefisso ri, due sole lettere per dire da capo, ancora, di nuovo, un’’altra volta. Questa piccola sillaba dice che non ti devi arrendere, perché c’è un sogno di cui non ti è concesso stancarti”.

Nei ritmi frenetici e ossessivi della vita, l’uomo è chiamato a recuperare la propria unicità, costruendo pazientemente il vivere quotidiano, ritessendo trama di fiducia e di alterità, rifiutando affrettate e inconcludenti superficialità.

Quando ti fermi e guardi in profondità, senza rimanere lontano o distratto;

quando vuoi toccare con mano non perché sei incredulo ma perché vuoi fare esperienza vera;

quando ti scopri profondamente amato tanto da affermare: “Mio Signore e mio Dio”, è allora che capisci che non sei alla fine del tuo percorso, ma che hai permesso che Dio sieda sul trono del tuo cuore.

“Vivere è l’infinita pazienza di ricominciare. E quando sbagli strada, ripartire da capo. E là dove ti eri seduto, rialzarti. Salpare a ogni alba verso isole intatte. Ma non per giorni che siano fotocopie di altri giorni, bensì per giorni risorti, passati al crogiolo di amore, festa e dolore che è la vita, e restituiti un po’ più puri e leggeri” (Ermes Ronchi, L’infinita pazienza di ricominciare, Romena 2017.

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tre figli

TRE FIGLI*

Quando fu assunto come redattore in un’importante rivista nazionale, gli sembrò di toccare il cielo con un dito.

Telefonò a mamma, papà e naturalmente alla dolce Monica alla quale disse semplicemente: “Ho avuto il posto! Possiamo sposarci!”.

Si sposarono e negli anni nacquero tre vispi bimbetti: Matteo, Marta e Lorenzo.

Sei anni durò la felicità, poi la rivista fu costretta a chiudere.

Il giovane papà si impegnò a trovare un altro posto come redattore in un giornale locale.

Ma anche quel giornale durò poco. Questa volta la ricerca fu affannosa.

Ogni sera la giovane mamma e i tre bambini guardavano il volto del papà, sempre più rabbuiato.

Una sera, durante la cena, l’uomo si sfogò amareggiato: <<È tutto inutile! Nel mio  settore non c’è più niente: tutti riducono il personale, licenziano…>>

Monica cercava di rincuorarlo, gli parlava dei suoi sogni, delle sue indubbie capacità, di speranza…

Il giorno dopo, papà si alzò dopo che i bambini erano già usciti per la scuola.

Con il suo peso sul cuore, prese una tazza di caffè e si avvicinò alla scrivania dove di solito lavorava. Lo sguardo gli cadde sul cestino della carta.

Alcuni grossi cocci di ceramica rosa attirò la sua attenzione. Si accorse che erano i pezzi dei tre porcellini rosa che i bambini usavano come salvadanaio.

E sul tavolo c’erano una manciata di monetine, tanti centesimi e qualche euro e anche alcuni bottoni dorati e sotto il mucchietto di monete un foglio di carta sul quale una mano infantile aveva scritto: “Caro papà, noi crediamo in te. Matteo, Marta e Lorenzo”.

Gli occhi si inumidirono, i brutti pensieri si cancellarono, il coraggio s’infiammò.

Il giovane papà strinse i pugni e promise: “La vostra fede non sarà delusa!”.

Oggi, sulla scrivania di uno dei più importanti editori d’Europa c’è un quadretto con la cornice d’argento. L’editore la mostra con orgoglio dicendo: <<Questo è il segreto della mia forza!>>.

È solo un foglio di carta con una scritta incerta e un po’ sbiadita: “Caro papà, noi crediamo in te!…”.

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IN FONDO AL CUORE

 

Alcuni consigli da un convegno di coppie sposate da più di settant’anni.

Non pensare in termini di “per sempre”. Pensa all’oggi, il “per sempre” verrà da solo.

Crescete insieme, continuamente.

Non aver paura di dare. Non puoi mai dare troppo, se lo stai facendo volentieri.

Non costringere mai qualcuno a fare qualcosa per te “in nome dell’amore”. L’amore non è una contrattazione.

Non rimanere preso dalla rabbia, dall’offesa e dal dolore. Rubano le tue energie e ti allontanano dall’amore.

Parlatevi un po’ ogni giorno e non diventerete mai estranei.

Stimatevi. Gli unici che apprezzano uno zerbino sono quelli con le scarpe sporche.

Non temere i dissapori e i litigi: le uniche persone che non litigano sono quelle che non si preoccupano di niente o i morti. Anzi, lascia che le discussioni siano lunghe, assicurandoti di sviscerarle tutte fino in fondo.

Quando un litigio è finito, dimenticalo.

Impara a piegarti. È più salutare che rompersi.

Non prenderti troppo sul serio, ma non dimenticare di prendere l’altro sul serio in ogni occasione.

Non farti coinvolgere da meschinità, egocentrismo e offese infantili. Serviranno solo a degradare il vostro rapporto e a impedirvi di essere vicini.

Occhio alle piccole irritazioni, possono diventare mostri distruttivi. Chiariscile subito.

Impara ad ascoltare. Non impari niente ascoltandoti parlare.

Continua a ridere. Tiene in esercizio il cuore e protegge dai disturbi cardiaci.

Sii gentile. L’amore non ammette le cattive maniere.

 

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la con cor dia nel matrimonio

LA “CON-COR-DIA” NEL MATRIMONIO

“Io ti accolgo… E prometto di esserti fedele sempre!”

In tanti davanti all’altare del Signore, con la voce tremante e commossa, hanno pronunciato queste parole; in tantissimi le abbiamo ascoltate in matrimoni di amici e parenti.

La promessa matrimoniale prende origine da un patto di amore tra Dio e la sua Chiesa e sfocia in un cammino donazione totale e fedeltà reciproca.

La fede nuziale dice questa fedeltà “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”; dice dono totale, conformandosi alla totalità dell’amore che Dio ha per l’uomo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16).

La concordia, nel matrimonio, non significa che tutto fila via liscio, senza problemi e incomprensioni, ma significa:

-Capacità di riposizionarsi, di ripensarsi e di lateralizzarsi;

-Capacità di riconoscere i propri sbagli;

-Capacità di perdonare e di ripartire;

-Capacità di ritornare alle origini del dono;

-Capacità di riconoscere l’altro e di riconoscersi risorsa e non problema.

Un cammino paziente va inoltre intrapreso, all’interno delle comunità cristiane, nei confronti di quei sposi che hanno “il cuore ferito”, facendo loro percepire la vicinanza di Dio che si prende cura della loro fragilità.

La Nota Pastorale dei Vescovi piemontesi “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, a commento dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitiae di Papa Francesco, vuole accompagnare sacerdoti ecomunità nel discernimento di prossimità in favore di queste famiglie, per non operare esclusioni e allontanamenti, ma anzi per far percepire il grande valore interiore della concordia e della pace reciproca.

Il sacramento del Matrimonio: quanto le nostre comunità valorizzano le giovani coppie nel cammino di discernimento e di accompagnamento verso e dopo il matrimonio? Ci si limita a corsi di preparazione al matrimonio cristiano o si pensa a percorsi di approfondimento e di confronto? Quale pastorale per le coppie e le famiglie ferite? Quali sforzi per far comprendere e far vivere la celebrazione del matrimonio non come fatto privatistico della coppia o delle famiglie degli sposi, ma come momento di coinvolgimento di tutta la comunità cristiana?

 

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“CON-COR-DIA” IN 60 MINUTI

PER IL DIBATTITO IN PICCOLI GRUPPI

  • La fragilità della famiglia è diventata sempre più evidente nel corso degli anni: conflittualità insanabili, separazioni, divorzi. Con conseguenze spesso problematiche e devastanti sui figli. Analizzate brevemente le cause che maggiormente condizionano queste fratture attraverso un’analisi generale ed oggettiva, astenendovi il più possibile da affrettati giudizi e da valutazioni su casi singoli. [20 minuti]

  • Abbiamo davanti agli occhi l’esempio di famiglie riuscite e realizzate, che pur “essendo caduta la pioggia, e avendo straripato i fiumi e soffiato i venti”, hanno mantenuto legami forti al loro interno. Famiglie che hanno scelto affidi o adozioni, famiglie che hanno fatto scelte di vita coraggiose. Provate a far emewrgere e ad analizzare alcuni esempi. [20 minuti]                                                                                                                                                                                                 Pag. 106

DALLE PAROLE AI FATTI

  • Possiamo pensare ad una giornata o ad un evento dove tutte le famiglie si sentano coinvolte, anche quelle “ferite”?

Quali spazi/occasioni di incontro, di riflessione o di preghiera possiamo ripensare o eventualmente implementare all’interno delle nostre comunità per favorire l’incontro, la riflessione, lo scambio tra le famiglie, al fine di creare momenti di relazione e di concordia? (cenacoli, luoghi di ascolto e di incontro, occasioni di festa, visita e benedizione delle famiglie, incontri tra vicini di casa).

La concordia si genera attraverso la prossimità: proviamo a pensare come favorire opportunità di incontro tra le persone, dando loro occasione di esporsi, di conoscersi e di dialogare. [20 minuti]

donaci di essere capaci

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seconda copertina

FINE

 

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